Libro Sesto – Il Perdono

IL PERDONO

Ti sono perdonati i tuoi peccati” (cf. Lc 7, 48)

Solo Dio può perdonare i peccati. Quanto è consolante per noi, – siamo tutti peccatori -, che sia Dio, solo Lui, che può rimediare al più grave dei nostri mali: il peccato. Il Sacerdote, suo Ministro, riceve da Lui parte della sua autorità, e con essa può perdonare sempre e nella forma in cui è stato autorizzato.

Grazie, Dio mio, grazie! Quanto amore traspare dal fatto che sia Lui a perdonare, Lui che è morto per perdonarci! Lui, che legge nel fondo del cuore, dove vede che l’anima soffre dopo il peccato. La colpa è un disordine della volontà. Dal disordine deriva la mancanza di pace, l’inquietudine, i timori, le angosce. L’anima diventa il carnefice di se stessa. Tutto questo passa inavvertito da tutti, meno che da Dio.

Sguardo pietoso di Gesù a Pietro peccatore! Sguardo che gli aprì la porta delle lacrime. Parole di compassione e di perdono che rivolse alla Maddalena e alla donna adultera!

Se non sapessimo che Dio ama il peccatore, ma aborrisce e odia il peccato, considerando tali spettacoli di tenerezza, ci potrebbero affiorare alle labbra i lamenti del fratello maggiore del figlio prodigo, e potremmo pensare che è meglio essere peccatore per essere amato in questo modo.

Ma no, Dio ha tenerezza per tutti; e per l’anima che ha conservato intatta la veste battesimale ha ciò che non si vede: le intimità del suo amore, la comunicazione di idee, di desideri. L’amore, la delicatezza è per il peccatore. Curata la ferita, che talvolta ancora sanguina, non riceve quelle prove di amore perché ha peccato, ma perché si è pentito.

L’anima che ha glorificato la bontà divina rompendo le catene che la tenevano legata al nemico, ritorna al suo Signore, confessando davanti al cielo e alla terra il suo errore, manifestando il suo pentimento. Questa umiltà attira gli sguardi compiaciuti del cielo e della terra. Come ci incanta l’atteggiamento del pubblicano che in un angolo geme: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (cf. Lc 18, 13).

Il Sacerdote lavora e si sacrifica. E’ chiamato a volte nelle ore in cui sta prendendo un ben meritato riposo. Ed eccolo pronto: è un malato grave che da anni non si confessa. In questo e simili casi, è come una corrente elettrica – quella della carità di Gesù – che entra nell’anima sua, e lo si vede lasciare tutto: riposo, preghiera, tranquillità della sua canonica, e correre come il buon pastore, perché il lupo infernale non gli strappi le sue pecorelle, specialmente quelle che egli vede giunte agli estremi. Presso il letto del morituro, egli dimentica tutto per perdonargli i peccati e facilitargli l’ingresso alla vita eterna.

Qualche volta, quando ha esaurito tutti i mezzi, usa anche il rigore, le minacce, come faceva il divino Maestro di fronte alla durezza di alcuni cuori induriti nel male. “Se non vi convertite, perirete tutti” (cf. Lc 13, 5). E in un’altra occasione: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (cf. Mt 5, 20).

Il Sacerdote tiene nelle mani consacrate il deposito più prezioso che ci sia in terra e in cielo: il Sangue preziosissimo di Gesù, per applicarlo alle anime e salvarle. Questa è la volontà di Dio: che non se ne perda una goccia; che si applichi tutto alle anime mediante i Sacramenti.

Ricevendo il Sacramento della penitenza, col quale in modo speciale ci si applica questo bagno del Sangue divino per purificare l’anima nostra, ricordiamoci di quanto caro esso costò a Gesù. Ricordiamoci di quanto amore del suo Cuore agonizzante noi siamo gratificati in quel momento solenne in cui Lui, mediante il suo rappresentante, dice: “Io ti assolvo dai tuoi peccati”.

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