Libro Sesto – La casa del Padre

LA CASA DEL PADRE

Nella casa del Padre mio…” (cf. Gv 14, 2)

Casa del Padre mio” chiama Gesù il cielo. Essendo Dio anche nostro Padre e Gesù nostro fratello, possiamo anche noi, come Lui, dire chiaramente, parlando del cielo: “la casa del Padre mio”. Sì, un giorno andrò là, dove Egli mi aspetta con il mio Fratello maggiore che me ne aprì le porte. Là mi attende, là mi manifesterà tutta la tenerezza del suo amore che, a volte, per il mio bene, mi nasconde qui in terra. Egli vuole che io creda, che speri e lo ami, affinché la vita di fede ingigantisca e assicuri l’amore. Quanto più avrò creduto e sperato, più lo amerò eternamente. Pazienza, anima mia; giungerà l’ora che il mio Padre celeste attende con ansia per darmi la misura piena del suo amore… Ma intanto, nei giorni del mio pellegrinaggio, il suo Cuore non ha sopportato di lasciarmi senza casa, senza la consolazione che danno le intimità della casa paterna.

La casa del Padre mio, sulla terra, è la Chiesa. Quanto amore essa racchiude da parte di Dio! Quanto gli costò fondarla per lasciarci questo rifugio sicuro, questo luogo di riposo, di pace tranquilla, di luce che tutto illumina e rischiara!

Da quando l’onda benedetta del santo Battesimo bagnò il mio capo, ho la fortuna di essere membro della Chiesa. Quella Chiesa che crebbe a Roma, nelle Catacombe, in quelle immense oscure profondità, dove troveremo, come in famiglia, i nostri primi padri nella fede! La culla del cristianesimo fu, pertanto, un sepolcro con qualche lampada che illuminava le sue oscure volte. Lì nacque la grande famiglia cristiana che si moltiplicava rapidamente. A fianco a milioni di fratelli morti per la fede, i cristiani si nutrivano del pane dei forti per prepararsi, a loro volta, al martirio.

Il divino Maestro aveva avuto somma cura, prima di separarsi dai suoi discepoli che lasciava sul fronte della sua Chiesa, di esortarli a restare in preghiera e di “attendere che si adempisse la promessa del Padre, quella, disse, che voi avete udito da me: … Sarete battezzati in Spirito Santo… Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi” (cf. At 1, 4-5.8).

Giunse il momento quando la Chiesa poté uscire dalle Catacombe e mostrarsi come regina in faccia al mondo. Possiamo immaginarla come un fuoco luminoso che non può restare nascosto, e dal quale escono dodici raggi che arrivano fino ai confini del mondo. Il fuoco esce dal Cenacolo, prima Chiesa; i dodici raggi sono gli Apostoli, sparsi per i più remoti confini, per aprire a tutti gli uomini la porta della casa paterna: la Chiesa.

Per amare e stimare ciò che ci lasciarono i nostri padri, conviene ricordare ciò che ad essi costò. Che base solida, inalterabile, gloriosa, ha la Chiesa nelle prime due colonne, S. Pietro e S. Paolo! Il primo, alla vigilia della sua morte, esce sereno dalla prigione, in catene, ripetendo con i fatti ciò che in altro tempo aveva detto al suo divino Maestro: “Signore, tu sai che io ti amo” (cf. Gv 21, 17). Lasciando i suoi e il suo fedele compagno di catene che lo seguirà nella morte, dice loro, tranquillo e come godendo già di ciò che lo aspetta: “Io credo giusto, finché sono in questa tenda del corpo, di tenervi desti con le mie esortazioni, sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come mi ha fatto intendere anche il Signore nostro Gesù Cristo” (cf. 2 Pt 1, 13-14). E davanti alla Croce, la saluta: “Ave, Croce benedetta!”, e supplica i carnefici di crocifiggerlo a testa in giù, ritenendosi indegno di essere crocifisso come il suo Maestro. Che magnifica e solenne conferma di quel suo: “Signore, tu sai che ti amo!”.

San Paolo, che nel suo ardente amore aveva detto: “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (cf. Fil 4, 13), lo dimostrerà presto anche con i fatti. Scriveva, quasi alla vigilia del suo martirio, il suo ultimo combattimento: “Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno” (cf. 2 Tm 4, 6-8). Quanto bene ci dimostrano, S. Pietro e S. Paolo, come si ama la Chiesa!

Studiando la sua origine, nessuno può fare a meno di amare questa tenera madre, svisceratamente, disposti a tutto per difenderla e dimostrarle il nostro amore. Anche con la morte. Fortunati quelli che già diedero la vita per così santa causa! E sono tanti! Felici noi, se avremo questa sorte. Sarebbe la morte gloriosa del soldato per la patria; non per una patria terrena, ma immortale, perché la Chiesa della terra è una con il cielo… Chi non sa per propria esperienza che cosa è stata e che cos’è la Chiesa per noi? Quando cominciammo ad essere degni di stima, di merito e di amore, fu quando questa Madre amata ci rigenerò con l’acqua battesimale. Fu quello il primo bacio materno che ci diede.

Avemmo la somma disgrazia di macchiare la veste dell’innocenza battesimale? Di nuovo, Ella, nostra madre, ci cura e ci perdona. Ci nutre con il pane dei forti, perché possiamo sostenere nuove lotte. Ci offre rimedi, esempi, vigilanza. Dalla Chiesa c’è chi osserva i nostri passi, li veglia, dà l’allarme, quando ci avviciniamo al pericolo, col suo energico: “non licet”, non si può, non si deve fare; voce alla quale nessuno può imporre silenzio, perché è la voce di Dio. E’ la voce di Quel venerabile vecchio vestito di bianco [il Papa], che mai muore, mai tace, perché il suo divin Fondatore gli assicurò che sarebbe stato con la Chiesa fino alla fine dei secoli, e che le porte dell’inferno non avrebbero mai prevalso su di essa.

fiducia nella chiesa. Quando si ama qualcuno, quando si lavora o si mette mano ad un’impresa sconosciuta, malgrado la speranza del risultato, il pensiero dell’incertezza sminuisce le nostre energie.

Quale risultato? Potrà andare avanti? Come finirà? Vinceranno i miei avversari? Penosa incertezza che accompagna tutto ciò che è umano. Ma la Chiesa è divina come il suo Fondatore. E’ seduta su una roccia inamovibile; resiste a tutte le lotte e trionfa sempre, diventando sempre più bella. Sei figlio della Chiesa e temi, e dubiti, e ti angosci, e non sai che fare? Va’ da questa madre, più sicura anche della madre naturale; gettati fra le sue braccia e subito sentirai i palpiti del suo cuore; un cuore che cura tutte le ferite, dissipa tutti i dubbi e guida i tuoi passi incerti.

Parlando della Chiesa, non possiamo fare a meno di ricordare la dolce figura di Colei che, come aveva vegliato nella stalla di Betlem il Dio Bambino, vegliò, come tenera Madre, i primi passi degli Apostoli. Che fine delicatezza e bontà del nostro Dio nel lasciare per madre la sua stessa Madre alla Chiesa che la invoca “Regina degli Apostoli!”.

Il nostro cuore, creato per la verità, per cose grandi, belle, eterne, si stanca inutilmente senza poterle trovare. Quando queste aspirazioni ti inquietano; quando senti altri sospirare per esse, tieni presente che si possono trovare solamente nella Chiesa. Che conforto per il cuore poter dire: Dio non può né ingannarsi né ingannare.

Questa sicurezza, questa infallibilità, che gran motivo di conforto per noi, poveri ciechi, pellegrini nella vita! La Chiesa è cattedra di verità. Ma che cos’è la verità? Pochi lo sanno, anche se molti desiderano conoscerla, come Pilato quando lo domandò a Gesù, che non gli rispose non vedendolo disposto a comprenderla. La verità è Dio, verità per essenza. Tutte le cose hanno la verità in Lui, secondo il valore che da Lui ricevono, né più né meno. Quando vedremo Dio, vedremo questo, e resteremo pienamente soddisfatti, perché per questo siamo stati creati. Ma intanto, chi meglio può darci questo alimento della verità è la Chiesa: “Chi ha sete venga a me e bevaIo sono la via, la verità e la vita” (cf. Gv 7, 37; 14, 6). Ecco la sorgente aperta a tutti, che ci dà sicurezza nel nostro viaggio verso la patria. Venite, venite a bere alle fonti dei Sacramenti, che sono a vostra disposizione! Venite!

La Chiesa, tenera madre, vuole dare ai suoi figli un senso e una vita nuova che faccia comprendere loro e sperimentare il suo amore. Li induce a desiderare di amarla, dilata il loro cuore a ricevere le sue grazie, li riscalda per comunicare loro il fervore, li dirige verso la giustizia, li vivifica per consolarli, li illumina perché vedano e li alimenta con il Pane dell’immortalità. Chi mangia di questo Pane non morirà in eterno. Non c’è nessuno, per povero e disprezzato che sia, che possa dire con verità: sono solo, non ho nessuno con me, né trovo conforto al mio dolore. Tutti, senza eccezione, abbiamo sempre una madre che ci aspetta con le braccia aperte, per aiutarci, consolarci, difenderci.

Se tutte le virtù devono brillare con grande splendore nei figli della Chiesa, su tutte primeggia la carità, la grande virtù del cristianesimo. E’ il suo distintivo; la virtù che più ci mostra l’amore con cui Dio ci ama. E’ quella che fa della Chiesa una roccia inamovibile.

Se amiamo nella carità di Gesù, siamo, anche noi come lei, inamovibili, incrollabili, solidamente radicati in Cristo. La lotta contro la Chiesa è continua e cruenta, ma la vittoria è indubbia.

Se parlassero le pareti delle nostre chiese! Quante cose belle e sante ci direbbero! Quante lacrime asciugate! Quante piaghe curate! Quante risoluzioni prese davanti all’altare o in un angolo nascosto, oscuro, di una chiesa! Nel giorno delle rivelazioni sapremo tutto. Quando si apriranno i libri delle coscienze, solo allora, per lodare eternamente il Signore, sapremo quanto amore di Dio ha per noi questa tenera madre. Per darle prova del nostro amore, siamo sempre disposti, ad imitazione del primo Papa, a ripetere il “non possumus”: non possiamo. Non possiamo fare nulla contro nostra Madre, la Chiesa. Non possiamo ferirla parlando male di lei o dei suoi Ministri. Non possiamo tacere di fronte a chi vuole attaccarla, ferirla, perché è nostra madre. Anche a costo della vita, non possiamo né dobbiamo cedere.

Sentire con la Chiesa”: questo è amarla. Sentire le sue pene, i suoi dolori, e piangerne con essa, e gioire con essa nei suoi trionfi, fino a che la Chiesa militante sarà unita per sempre con la trionfante. “Coelestis urbs Jerusalem, beata pacis visio…”.[1]


[1] “Gerusalemme città celeste, visione beata di pace” (cf. Inno del Comune per la dedicazione di una chiesa).

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