Libro Sesto – La Paternità divina

LA PATERNITÀ DIVINA[1]*

Non è lui il padre che ti ha creato?” (cf. Dt 32, 6)

Vengo da Dio. Il suo amore lo mosse a creare. A creare esseri capaci di ricevere e apprezzare quell’amore, e quell’immenso beneficio della creazione. Prima di tutto, Egli prepara la casa per quell’essere privilegiato, traendo dal nulla, con la sua parola onnipotente, tutte le cose che esistono. Come Sapientissimo e Onnipotente, crea. Come somma Bontà e Amore sostanziale, vuole creature che riconoscano i suoi benefici. L’amore tende a darsi, e quell’impulso di amore che esce da Dio, crea l’uomo. Anzitutto, il suo pensiero divino fu di posarsi sul Verbo fatto Carne, suo Figlio, che nella pienezza dei tempi doveva prendere forma umana. Con la sua mente infinita concepisce l’uomo.

Poi, con le sue mani lo plasmò, dandogli la forma che aveva concepito. Gli infuse l’anima immortale con un soffio amoroso e gli comunicò con essa una partecipazione della sua stessa sostanza. Lo fece doppiamente figlio suo, amandolo come tale e volendo essere da lui amato come padre. Amare e volere essere amato è proprio della bontà. E’ un dovere di giustizia. Dio, giustissimo, ama ed esige l’amore delle sue creature.

Quando rimprovera al suo popolo eletto le sue infedeltà, la sua dimenticanza e la sua mancanza di amore, per giudicare la gravità di quel male, chiama a testimoni il cielo e la terra, e rinfaccia al popolo infedele la ferita che ha inferto al suo cuore nel punto più intimo e sensibile, col dimenticare di avere offeso un padre: “Non è lui il padre che ti ha creato?” (cf. Dt 32, 6). Non essere amato e tenuto come padre e come creatore, di questo si lamenta il suo cuore amante. Creatore e Padre: i due appellativi affermano chiaramente qual è la mia origine. Vengo da Dio. E’ Lui il mio Padre che mi ama con tutto l’amore dei padri. Mi ama e vuole che io goda, assapori e gusti il suo amore.

E’ questo il vero motivo – l’unico – della mia piena felicità, della mia grandezza, delle mie speranze, di ogni mio bene.

padre nostro. Si compiaceva della grandezza del Padre celeste, e gustava la dolcezza di tale paternità l’Apostolo della Passione, San Paolo della Croce, quando un giorno, già anziano, inviando i novizi al passeggio di Regola, con il Rosario in mano, cominciò a recitare il primo “padrenostro” della corona. Al ritorno, i novizi gli vanno incontro ansiosi, domandandogli quanti Rosari avesse recitato durante la loro assenza, e il venerabile vegliardo risponde: “Sto ancora alle prime parole: Padre nostro. Pronunciandole, l’anima mia si è fermata ad assaporarle, ripetendole: Padre nostro, Padre nostro… Dio, mio Padre; io, suo figlio! Com’è possibile andare avanti?”. Beata l’anima che così era penetrata negli amorosi segreti della filiazione divina! Sarà per tutti un grandissimo vantaggio approfondire il senso di amore immenso che racchiude questa verità.

Noi ci pensiamo poco. Non consideriamo l’eccesso di bontà che suppone da parte di Dio. Non possiamo così corrispondere a tanta bontà rendendogli amore, amore puro, come merita, e godendo di quell’amore. Godere dell’amore, staccandosi da ogni altra cosa contraria, è segno di progresso e di perfezionamento in esso. “Il cammino dei perfetti consiste nel godere in tutto”, dice Bossuet. Allora l‘anima è penetrata di questa somma bontà di Dio, il cui amore non può diminuire né alterarsi in nessun modo, dato che Dio è immutabile e deve amare sempre le sue creature, come il padre ama il figlio. Se il figlio è buono, lo ama con amore di compiacenza; se è cattivo, con amore di compassione e di commiserazione. Ma i suoi occhi non lo lasciano, il suo cuore palpita sempre dietro l’impulso di quel primo Amore che gli diede l’esistenza.

La convinzione di questa verità è più che sufficiente per dissipare tutte le nubi che possono oscurare il cielo dell’anima nostra col pretesto che non meritiamo il suo amore perché siamo cattivi. E’ più che sufficiente per tranquillizzarci nei timori che ci turbano e non ci lasciano vedere l’amore di Dio che ci circonda e ci incalza da ogni parte, come opera delle sue mani, come cosa sua, e che vuole che torni a Lui, origine di ogni nostro bene. Poiché ci ama, ci offre sempre il perdono, ci chiama se ci allontaniamo, ci cerca se ci perdiamo, fino a ricondurci come figli suoi alla casa paterna, dove distribuisce i suoi beni e ci fa sentire la tenerezza del suo amore.

Da qui deriva quella inquietudine, quell’ansia sempre insoddisfatta della Chiesa per salvare anime, per percorrere tutto il mondo e attirare figli alla mensa del Padre comune, che faceva dire a Pio XII, con parole di S. Paolo: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (cf. 1 Tm 2, 4). Per questo gridava con ansia di padre: “Desideriamo ardentemente che il suo regno, che è regno di giustizia e di pace, si stabilisca su tutta la terra”.

Quanto più infermi e deboli siamo noi suoi figli, tanto più creditori siamo del suo amore, delle sue cure per sanarci. Ho pensato a questo? Lo penso ogni volta che mi sento colpevole? Il Padre celeste mi guarda con compassione, disposto a chinarsi a raccogliermi da terra per darmi il bacio del perdono, e il suo amore. E questo non in qualche circostanza, ma sempre e dappertutto, sempre che io mi lasci raccogliere, mettere sulle spalle e portare. Voglio curarmi. Lui è il mio medico e la medicina di tutti i nostri mali…

Gli è di maggior tormento stare ad aspettarci, che vederci andare a Lui sanguinanti e con le vesti a brandelli. Diceva S. Agostino facendo l’elogio di un martire: “Inebriato di quel calice, non ha sentito i tormenti”. Gesù sta sempre in questa ebbrezza di amore, che lo porta all’immolazione e alla morte. Sull’altare s’immola e muore continuamente, e rinnova la redenzione dell’anima nostra in ogni momento del giorno e della notte. Come padre, mi chiama alla mensa divina del suo Sangue e della sua Carne santissima, per curare le mie piaghe, lavare le mie macchie… Attenderà inutilmente?

Dio vuole che recitiamo tutti i giorni il “Padre nostro” (cf. Mt 6, 9-14). Sì. Lo vuole Lui. Avendoci comandato di chiedergli tutti i giorni le cose di cui abbiamo bisogno, compendiate nel pane: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (cf. Mt 6, 11), tutti i giorni vuole sentire la voce dei figli che gli chiedono il necessario, il pane dell’anima e del corpo. Ci darà tutto, ma alla condizione amorosa che glielo chiediamo, oggi e domani, sempre… Ci sta aspettando…

si faccia la tua volonta’. Quanto amore racchiude questo ordine paterno di recitare almeno un “Padre nostro” tutti i giorni! Ricambiamo col nostro amore filiale l’amore paterno del nostro Padre celeste!

Invochiamolo molte volte al giorno: Padre!, con la bella preghiera formulata per la prima volta da labbra divine, e che racchiude tutto ciò che c’è di più grande e di più consolante in questa terra. Lassù, in patria, non ci sarà altra formula più bella per chiamare il nostro Dio che quella del Padre nostro… Là avremo raggiunto il sostanziale di questa preghiera: fare la volontà di Dio: “Sia fatta la tua volontà” (cf. Mt 6, 10). La sua volontà in vita e in morte. Il Nostro Divin Salvatore compendiò quest’amore in queste fervide parole: “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso” (cf. Gv 10, 17-18).

Amore liberissimo, amore generoso, amore di abbandono totale fino alla morte. Se l’ amore di Dio riunisce queste tre condizioni, è giunto al vertice: solo allora è amore sicuro.

Quando un’anima ama così, Dio si china verso di essa, la mette al corrente dei suoi segreti e la fa depositaria e dispensiera delle sue ricchezze. “Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa” (cf. Gv 3, 35), diceva Gesù. Lo stesso può ripetere quell’anima fortunata che non vive se non per amare e fare amare il suo Padre celeste.

Diceva una madre: “Quando i figli vogliono una cosa, bisogna dargliela; non c’è rimedio. Essi non chiedono per favore, ma: voglio, io voglio; esigono e, si sa, sono figli, e persino ci piace, perché sappiamo che chiedono così perché siamo i loro genitori”.

Che bella lezione di preghiera! La conferma Gesù in quella preghiera che rivolse al Padre nell’Ultima Cena, assicurandoci che ciò che diceva non era suo, ma del Padre: “Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere” (cf. Gv 14, 10).

O Padre celeste! Se i padri ascoltano sempre le richieste dei loro figli, ascoltate la preghiera che vi rivolse Gesù poche ore prima di andare a compiere la vostra volontà, di morire per noi: “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo” (cf. Gv 17, 24). Allora “Padre d’immensa maestà ti venereremo, Te e il tuo Unigenito Figlio, per i secoli dei secoli”.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, maggio-giugno 1960, pp. 194-202.

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