Libro Sesto – La Redenzione

LA REDENZIONE[1]*

Per noi uomini… scese dal cielo” (dal Credo)

Noi non corrispondiamo a tanta bontà del nostro Padre celeste. Ci separammo da Lui col peccato, e subito pesò su di noi il marchio dell’ingratitudine. Ma Dio non può lasciare di amarci, perché è padre, e pensa al modo di salvarci. Ed ecco che scende sulla terra prendendo la forma di uomo, vivendo con noi come un fratello. Muore per salvarci; muore per noi.

L’amore lo pone in movimento… L’amore non lascia riposare né godere tranquillamente delle sue dolcezze: le cerca e le cede alla persona che ama. Solo questo è amore.

La Redenzione non fu un atto che passò, ma è attuale. Il mondo ne ha bisogno perché ha continuato a peccare. La Redenzione si ripete misticamente, costantemente, sui nostri altari.

Sono tanti quelli che non pensano mai al sacrificio della Croce! Il profeta Isaia è tanto impressionato e stupito che esclama: – Chi crederà a ciò che dico? Chi mai ha udito cose simili? “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?” (cf. Is 53, 1).

E’ possibile che un Dio ami tanto le sue creature? E’ possibile? Si può credere?

Dio mio! Sì, è verità. E’ verità il vostro amore per noi ed è verità anche che non vi abbiamo corrisposto. Signore, perché ci avete amato tanto, sapendo che saremmo stati tanto ingrati ai vostri benefici? Perché non ci faceste perire tutti vedendo che per tanti la vostra redenzione si sarebbe convertita in un castigo maggiore? Questi interrogativi non esistono nell’amore vero, e solo l’amor di Dio è sincero, è sicuro. Il vero amore cerca di far del bene sempre, senza stancarsi mai, senza mirare ai propri interessi, né alle convenienze. Tutto osa, tutto sopporta, fino alla morte, perché “l’amore è forte come la morte” (cf. Ct 8, 6). Così si ama. Così siamo stati amati dal nostro divin Salvatore.

soffrire con gesù cristo. Di fronte a tanta tua bontà e a tanta mia ingratitudine, lascia che ti chieda perdono per me e per i miei fratelli peccatori. Lascia che ti supplichi che ci perdoni per l’amore che ci porti. Consolati, Gesù mio. Credo e spero che non sarà tanta la nostra cattiveria come sembra a prima vista. Tu vedi anche una lunga schiera di anime generose che per amor tuo diedero la vita, si lasciarono straziare, bruciare, insultare per Te… Tu – che conosci il nostro più intimo essere – sai che cosa vogliamo; vogliamo e non riusciamo a conseguirlo. Crediamo nel grande e immenso beneficio della Redenzione. Ci pensiamo e vorremmo che il suo ricordo non si cancelli mai dalla nostra mente, ma… “siamo polvere” (cf. Gen 3, 19).

Meditiamo la tua vita di sacrificio, la tua Passione e morte, quell’angoscioso morire sulla croce con accanto la tua Madre addolorata, vittime entrambi delle nostre iniquità… Riconosciamo tanto grande amore, lo confessiamo e vorremmo struggerci per Te in lacrime di dolore. Vorremmo sentire l’amarezza di tutte le soddisfazioni della terra. Vorremmo dimenticare tutto e che il nostro cuore, ferito d’amore per Te, si consumasse per Te, che per Te solo vivesse e morisse, e così ripagarti amore per amore, vita per vita.

Ma durante l’ora di meditazione sulle tue pene, la mente si stanca, sfuggono le idee, il cuore si raffredda e, malgrado la buona volontà di ravvivarlo, resta insensibile e indifferente. Ci impressiona di più qualche cosa che cade sotto i sensi, – un pianto, delle gocce di sangue, un gemito -, che le tue sofferenze così profonde, il tuo corpo fatto tutto una piaga, pur sapendo che per me ha sofferto, che io ti ho così insanguinato, che sono io la causa del tuo patire. Tutto questo lo riconosco, Gesù mio, e aumenta la mia pena il non potervi rimediare. Vorrei poter morire per il dolore di vederti soffrire; vorrei poter sentire ciò che Tu sentivi, ma il cuore resta insensibile nel timore che, giungendo l’ora della prova, risponderei come Pietro a chi mi parli di Te: “Non lo conosco” (cf. Lc 22, 57). Temo che, se sentissi che ti condannano, come Pilato, non oserei difenderti gridando: “Lui è innocente, sono io il colpevole”. Temo di arrivare forse a dire: “Non vogliamo costui, ma Barabba” (cf. Gv 18, 40).

Tutto questo me lo fa temere la durezza del mio cuore, la mia viltà, la mia debolezza. Che farò, Signore, per rimediarvi? Anima mia, consolati: a tutto ha pensato il suo amore.

partecipare alla passione. Per poco che l’anima mia ami Dio, questi, credo, saranno i sentimenti che proviamo tutti: temiamo di vederci e sentirci come siamo. Ma il nostro buon Dio non guarda a ciò che sentiamo, ma a ciò che vorremmo sentire, e vede che vorremmo amarlo e farlo amare. Teniamo presente che c’è un altro modo in cui possiamo accompagnare Gesù nella sua Passione: partecipare ad essa. Questo, più che ogni altra cosa, consola il suo Cuore angustiato, soddisfacendo così anche al desiderio proprio dell’amore: sentire ciò che sente l’amante.

Possiamo prendere parte attiva a ciò che Lui ha sofferto, e continua a soffrire misticamente, per la salvezza delle anime, libere queste da timori, dubbi e pene di non sentire ciò che Egli sente. Lo ripetiamo: tutto ha previsto e rimediato il suo amore.

Ogni anima ha la sua passione, poiché ogni anima ha un corpo per soffrirla. “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (cf. Fil 2, 5).

Tutto ciò che di grande, di buono, di meritorio poteva fare l’amore di Dio per noi, lo ha fatto. Che ci conceda di comprenderlo. L’anima nostra, per la grazia santificante, è unita a Gesù. La sua santità, e tutti gli atti della sua vita mortale di sacrificio, di sofferenza, Gesù li comunica all’anima che le sta unita, come la linfa che scorre dalla radice ai rami. Ce lo ha detto Lui stesso. Non ci chiede di sudare sangue, di essere coronati di spine, di essere flagellati. Lo ha fatto Lui per noi. Come Padre amante ha pagato per il figlio la pena che questo meritava. Per compiere i nostri doveri, dobbiamo inevitabilmente sottometterci a sacrifici o, ciò che è lo stesso, alla rinuncia di noi stessi. Ci sono doveri da compiere, e il compimento del dovere implica sempre sacrificio. L’impiegato, l’operaio, il medico, il maestro, il padre di famiglia, la madre, i figli, i servi ecc., e finanche il Ministro di Dio, devono accettare i sacrifici inerenti ai doveri del proprio stato. Questo sacrificio è amore, è la nostra passione.

E’ restituire al nostro divin Salvatore, secondo la nostra piccolezza, ciò che Egli ci ha dato – dolori e fatiche – durante la sua santissima vita. E’ la nostra passione, passione sofferta, passione continua, che si accompagna al dovere, un dovere da compiere, un dovere che, compiuto, completa la Passione di Gesù, secondo l’affermazione di S. Paolo: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo” (cf. Col 1, 24). E’ anche, perché non dirlo, il nostro maggior riposo e conforto. Perché riposo e conforto per l’anima è arrivare alla sera e vedere che non ha perduto il giorno per l’eternità, anzi vi ha guadagnato, perché si trova sulla via della salvezza, senza preoccuparsi di cercare altri mezzi per salvarsi e santificarsi. Consolazione e conforto, perché beve abbondantemente la grazia che aumenta continuamente nell’anima sua, saziandola e dandole nuova sete di Dio, nel quale riposa come nel suo centro.

Quanto è semplice la vita del cristiano per essere felice! Quanto è piana e sicura per tutti, senza eccezione! Quanto è facile ricambiargli l’amore che ha per noi! Non potremo dire che non abbiamo potuto, quando ci chiamerà al rendiconto, ma che non abbiamo voluto.

Ci creò e ci riscattò. L’umanità peccatrice si abbassò al livello degli animali da stalla, e lì venne il Figlio di Dio a cercarci, nascendo fra due animali in una stalla. E per sottrarci a quell’abbattimento, ci comprò col suo Sangue, morendo sulla Croce. Non dimentichiamo di ringraziarlo due volte; di aprirgli le braccia e il cuore e dirgli: grazie, grazie, Gesù mio, per essere mio padre e per avermi redento, tirandomi fuori dagli animali, fra i quali ci aveva gettati il peccato.

Il grande amante di Gesù Crocifisso, S. Alfonso Maria de’ Liguori, nelle sue meditazioni sulla Passione, pone sulle labbra di Gesù, che sale il Calvario portando la Croce sulla quale va a morire per noi, queste tenere parole rivolte all’anima che lo compatisce: “Una cosa sola ti chiedo: ricordati di me” (cf. Lc 23, 42). Sì, ricordarsi di Gesù. Ce lo dice non solo affinché lo amiamo, ma piuttosto perché il ricordo delle sue pene dà valore alle nostre pene, santifica i nostri dolori e dà pieno conforto alle anime nostre. Ci ama e vuole alleviare le nostre pene, vuole starci accanto quando soffriamo. Perché Lui sta vicino, molto vicino all’anima che si ricorda di Lui, della sua Passione, della sua Morte. Che l’anima si ricordi di Lui, quando soffre, quando lotta, quando si sente debole, di fronte a qualsiasi dolore, per insignificante che sia. Ricordiamoci di Lui! Che tutto ci porti a Lui e sentiremo la sua Passione e la nostra passione. Quando un‘anima si è abituata ad accorrere a Lui, a ricordarsi di Lui come un rimedio necessario e imprescindibile, ha trovato il suo riposo. Sta nel suo centro. Di quante cose e persone che prima credeva necessarie può ora fare a meno, fino a sentirne fastidio. Il rumore delle parole che potrebbero dirle, che resti fuori. L’anima ha dentro di sé una consolazione, un’energia, una forza incomparabili… Non è essa che vive, è Gesù; ed essa sente in sé una forza che le fa ripetere con Lui: “Alziamoci e andiamo, se è necessario, a patire, a morire”.

rimanere nel suo amore. Dio – il suo amore – vuole che non si perda la più piccola dose di sofferenza umana. E’ così prezioso il dolore dell’anima in grazia! E’ la passione di Gesù continuata; mediante essa, Egli continua a redimere, ad espiare, a santificare le anime. Ci vuole uniti in questa nobile missione redentrice, perché ci ama. Una delle sue ultime raccomandazioni, nel lasciare i suoi discepoli per andare a morire, fu questa: “Rimanete nel mio amore!” (cf. Gv 15, 9).

Che forza hanno queste parole nella bocca di uno che ha poche ore di vita, che ha il cuore oppresso dalle torturanti angustie dell’ingratitudine umana, che lo perseguita per togliergli la vita come ad un infame, sul patibolo della Croce! “Rimanete nel mio amore!”. Vorrebbe dirci con questo: “Non temete! Io vi amo lo stesso. Amatemi sempre come io vi amo. Rimanete in me, come il tralcio alla vite, perché solo chi è unito a me e io a lui, dà molto frutto. Senza di me, non potete fare nulla, né molto meno soffrire. Rimanete in me, nel dolore. Senza di me, nulla potete fare per la vita eterna, nulla che vi faccia grandi con la grandezza vera che io vi do vivendo in voi, dandovi la mia vita nella vostra”.

Vuole associarci a Lui nella grande opera della redenzione, che gli ha conquistato anime e lo ha fatto re vittorioso, per fare, a sua volta, queste anime, regine con Lui. Vuole che la nostra tristezza si converta in quella gioia che nessuno ci può togliere. Vuole che le nostre piaghe risplendano un giorno come le sue, gloriose in cielo. In vista di ciò che ci attende, a noi che siamo suoi, il suo amore infinito lo spinge ad assicurarci, con la sua divina parola, che così facendo, troveremo la pace. “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (cf. Gv 16, 33), e aggiunge una supplica commovente per i suoi: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi” (cf. Gv 17, 11). Ognuna di queste parole è un dardo infuocato di amore divino, diretto a ferire i nostri poveri cuori.

Siamo rimasti feriti! Il nostro cuore, la nostra mente andranno a Te spesso, sempre, ma soprattutto nell’ora del dolore, dell’umiliazione. Quelle tue parole: “Ricordati di me” (cf. Lc 23, 42), le tengo incise nella mente e nel cuore. Correrò a soccorrerti con il mio amore, o appassionato mio Signore, nella tua Passione che continua nel mondo ingrato, in attesa che Tu mi chiami al martirio di amore e di sangue, per poterti dire: “Amore per amore, vita per vita”. Aspirazione di ogni anima cristiana.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, luglio-agosto 1960, pp. 249-259.

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