Libro Sesto – Nel seno di Dio

NEL SENO DI DIO

Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (cf. Ap 21, 5)

L’amore di Dio accompagna l’anima, fin sul letto di morte, con delicatezze materne. Dai confini del tempo all’eternità, fin dal primo momento del suo ingresso nella nuova dimora, l’attende quello stesso amore.

Quando il moribondo chiude gli occhi, il Sacerdote al suo fianco implora per quell’anima il riposo e la luce eterna. La S. Chiesa ha raccolto il suo ultimo respiro e si affretta a comunicargli le ricchezze che possiede, come fondo generale, per la comunione dei santi. Gli applica indulgenze, preghiere, sacrifici, e soprattutto il più efficace di tutti i suffragi, la santa Messa. Comanda e raccomanda che si faccia ogni altro suffragio e non si lasci di pregare per quelle anime benedette, al fine di farle entrare quanto prima nella gloria eterna del cielo.

Amore immenso, ammirabile, del nostro Dio, che attende le anime per quella nuova vita nella quale Egli farà nuove tutte le cose: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose (cf. Ap 21, 5).

Se Dio ci ama tanto e ce lo manifesta in tanti modi, anche a quelli che non corrispondono al suo amore, prevenendoli con le sue grazie e offrendo loro il perdono fino alle soglie dell’eternità, che cosa non farà con l’anima fedele, che ha trascorso la sua vita servendolo, cercandolo e amandolo?

Non è facile poterlo immaginare né dire. Rimase tanto impressionato l’apostolo Paolo, al quale Dio fece vedere qualcosa di ciò che il suo amore tiene preparato per quelli che lo amano, che non poté dire altro se non che era impossibile esprimerlo. E ci disse tanto con questo! Molto più di quello che avrebbero potuto dichiarare tutti i concetti umani. Con questo solo, ognuno può liberamente elevare le proprie idee, le proprie aspirazioni, le ansie del cuore, e poi dire a se stesso, senza timore di errare: di più, molto di più è ciò che Dio tiene preparato, là nel regno dell’amore, dove non troveremo alcun ostacolo nella comunione con Lui.

Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria” (cf. Gv 17, 24). Come splende l’amore di Gesù in queste parole! Chiede per noi la stessa gloria sua; vuole averci accanto a Lui in cielo… Può fare di più?

Animiamoci a servirlo un po’ di più. Forse molto presto lo vedremo e staremo accanto a Lui. “Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo” (cf. Gv 12, 26).

Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me” (cf. Lc 22, 28-29). Questa promessa è per quelli che portano le loro tribolazioni, pensando e animandosi con il ricordo della Passione di Gesù. Questo è perseverare con Lui nelle sue tristezze. Egli ci prepara la medesima gloria che Dio Padre gli preparò dopo la sua Passione e morte. Per questo non si stancava di ripetere ai suoi discepoli: Perseverate! “Beati quelli che piangono… quelli che sono perseguitati per causa mia… perché grande sarà la vostra ricompensa nei cieli” (cf. Mt 5, 4.11-12). Quando soffriamo pazientemente per amor suo, c’è fra Dio e l’anima nostra solo lo spessore della croce, come fra Gesù-Ostia e noi ci sono solo gli accidenti eucaristici. Adesso capisco perché i santi si consideravano felici nel patire. Risuonavano nel fondo dell’anima loro queste parole di Nostro Signore: “Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!”
(cf. Ap 19, 9).

Come non deve attendere tranquilla l’anima, anche in mezzo a pene e martìri, se sente che Gesù ha posto in se stessa qualcosa dell’eterna vita? Attenderà tranquilla che da un momento all’altro suoni l’ora di quel banchetto a cui è stata invitata, e nel quale c’è un posto preparato per lei. Il santo vecchio Simeone, al solo vedere Gesù bambino fra le braccia di sua Madre, chiese di morire, non provando più alcun interesse per le cose della terra: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace” (cf. Lc 2, 29). S. Pietro, che per un solo istante vide la gloria di Gesù sul Tabor, ne rimase talmente estasiato da non desiderare altro che restare lì per sempre (cf. Mt 17, 4; Lc 9, 33). Non cerchiamo di sapere che cosa ci sarà in cielo. Nessuno ce lo può dire come Gesù. Le sue sono parole di verità eterna. Egli ci assicura che ci darà la sua stessa gloria; che vogliamo sapere di più? Quando un amico ci invita a casa sua e ci dice: “ciò che mio è tuo”, non può fare di più. Ma quando questo amico è Gesù! Quando dalle sue labbra sentiamo dire: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (cf. Mt 25, 34); quando ci dice: “Prendi parte alla gioia del tuo padrone!” (cf. Mt 25, 21), come risuonerà alle nostre orecchie quella voce? Se all’udirla, la sposa dei Cantici si struggeva di amore, che sarà quando rivolgerà all’anima nostra quell’invito: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni?” (cf. Ct 2, 10). E’ passato l’inverno della vita, già sbocciano i fiori della primavera eterna. Sarà allora che l’Amante divino dirà all’anima: “Mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro” (cf. Ct 2, 14). La sua voce e il suo volto è quello di Gesù, in cui si è trasfigurato. Dio non le dirà semplicemente: “Partecipa alla mia felicità”, ma addirittura di immergersi: “Entra nel gaudio del tuo Signore” (cf. Mt 25, 21 vulgata). Entrare nel gaudio del Signore, vale a dire: fare di Lui la propria vita, formare con Dio una unità, quella che Gesù chiese nell’ultima Cena. L’aveva già annunziato ai suoi apostoli, quando, nell’ora della sua Passione, li vedeva tristi: “La vostra afflizione si cambierà in gioia” (cf. Gv 16, 20). A tutti noi lo ripete nell’ora del dolore, affinché leviamo lo sguardo là dove Dio stesso asciugherà tutte le lacrime; non ci sarà più morte, né lutto, né dolore (cf. Ap 21, 4), perché tutte le cose saranno nuove: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (cf. Ap 21, 5).

Chi può immaginare quel mondo nuovo di meraviglie che il Creatore fabbrica espressamente per i suoi eletti? In cielo, non solo sarà tutto nuovo, ma anche questa novità si rinnoverà. In ogni momento dell’eternità, vedremo e gusteremo in Dio cose nuove.

non ci trattengano i peccati. Non dobbiamo temere i nostri peccati detestati e pianti. S. Bernardo e S. Agostino ci assicurano che “Ogni anima, per quanto carica di peccati e di vizi, può non solo respirare con la speranza del perdono, ma anche aspirare fiduciosamente a contrarre la più intima alleanza col Re degli Angeli, e celebrare il mistico sposalizio con il Verbo divino”. Se questo fa già da questo mondo, che cosa non farà in cielo il suo amore infinito?

Nostro Signore paragona il cielo a un banchetto di nozze, al quale tutte la anime sono invitate. Non si potrebbe trovare un altro simbolo che esprima così al vivo l’intimità che il Verbo vuole stabilire con l’anima, come quello degli sposi, nei quali tutto è comune: i beni, la mensa, la dimora. E’ là, in quella patria eterna, che l’anima può dire, in piena verità, come nei Cantici: “Il mio diletto è per me e io per lui” (cf. Ct 2, 16).

Questo meraviglioso amante è il Verbo umanato, che si fece uomo proprio per farci dèi, celebrando con la nostra povera anima lo sposalizio eterno. Tutte le anime insieme saranno la sua unica sposa, come la S. Chiesa, vergine casta e degna di essere presentata a Cristo.

Non sorprende il “Tutto posso in colui che mi dà la forza” di S. Paolo
(cf. Fil 4, 13), né l’intrepidezza degli innumerevoli martiri che in tutti i secoli sono stati la gloria della Chiesa. Essi sono la causa della sua incrollabile stabilità. Diceva il Papa Pio XII: “Se la Chiesa muore, non cede; e proprio perché non cede, non muore”.

Ricordandoci di quanto Dio ci ama, e di ciò che ci tiene preparato, come perdono asprezza le pene della vita! Che cosa ci costa ricordare spesso il cielo? Alzare gli occhi e basta.

Quell’azzurro che vediamo sulla nostra testa è la volta celeste di quella patria che contiene per noi così grandi consolazioni, tanti beni, e così sicuri che i ladri non possono rubarli né i tarli corroderli (cf. Mt 6, 19; Lc 12, 33). Là potremo bere a sazietà da quel fiume di acqua che dà vita e promana dal trono di Dio e dall’Agnello; là vedremo il suo volto e porteremo il suo nome sulla fronte (cf. Ap 22, 4). Là non ci sarà più notte, né avremo bisogno di luce di lampada né di sole, perché il Signore Dio ci illuminerà e regneremo nei secoli dei secoli (cf. Ap 22, 5). Amen.

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