Libro Terzo – Abbandono dell’anima in Dio

ABBANDONO DELL’ANIMA IN DIO[1]*

Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (cf. Lc 23, 46)

Il perfetto abbandono di sé a colui che si ama è uno dei gradi più elevati dell’amore. Abbandonarsi è più duro che darsi o consegnarsi.

E’ un lasciarsi perdere completamente in colui che si ama per non avere altro volere, altro potere, né altra vita che quella di colui al quale ci abbandoniamo. Quando l’amore divino in un’anima giunge a questo perfetto abbandono, non può più misurarsi né manifestarsi a parole, perché è arrivato all’ineffabile. Oltrepassa i limiti della nostra piccolezza parlare dello stato in cui si trova l’anima, con questo totale abbandono al suo Creatore. Contiene misteri di amore e di dolore infiniti, inspiegabili, che ci si riveleranno soltanto nella patria beata. Solo là verremo a conoscere i misteri che racchiudeva in sé l’abbandono di Gesù in Croce, quando pronunziò quelle estreme parole.

seguendo gesù. Gesù è il nostro Modello e, per conseguenza, con la debita proporzione, dobbiamo imitarlo in tutto. Soffrire ciò che Egli soffrì per arrivare a vivere una vita divina – che ci trasformi in Dio -, fino al punto da non poterlo esprimere con linguaggio umano. Ma potremo certo dire qualche cosa delle inaudite sofferenze, che ordinariamente precedono e accompagnano questo abbandono, perché chi lo desidera si prepari anche a soffrire con fortezza e valore, per il fatto che non è possibile ottenerlo in altro modo. Non bastano le parole e i desideri per arrivare a possedere un bene così grande.

E’ necessario, anzitutto, che un fuoco interiore, spiritualissimo, bruci e consumi tutto ciò che ostacola la perfezione dell’amore, e questo fuoco è l’amore stesso che già risiede nell’anima. Non c’è altro mezzo più efficace e attivo di questo.

Dio è il nostro amatissimo Padre e Creatore, e noi siamo fattura delle sue mani, e figli suoi. Sembra, quindi, a prima vista che non ci sia cosa più dolce che abbandonarsi in quelle mani che ci diedero l’essere e che ce lo conservano, e su quel petto che palpita per noi con amore infinito.

Ma è necessario dare un’occhiata fugace e considerare come, per il peccato, abbiamo rotto i legami che ci univano a Dio. Ci rendemmo indegni della sua amicizia; si intorpidì e si oscurò il nostro intelletto per riconoscerlo come unico sommo Bene. Si indebolirono le energie e le forze dell’amore, che Egli stesso aveva posto nel nostro cuore per amarlo sopra ogni cosa, e siamo rimasti come un’aquila a cui siano state tarpate le ali, per impedirle di volare verso quelle alture dove si trova il nido.

E’ vero che con la redenzione fu cancellata la nostra colpa e si riannodarono le nostre relazioni con Dio. Ma ci restò la pena, con la debolezza e la fragilità che ci porta spesso a commettere peccati, difetti e imperfezioni, che impediscono e rendono difficile la nostra unione con Dio.

L’anima che non solo conosce questa dolorosa verità, ma che, alla luce dell’amore e con la purezza e chiarezza che l’amore stesso le comunica, sente in sé il gran male che è anche il più piccolo peccato o imperfezione, e quanto questo sia opposto all’infinita santità e giustizia di Dio, non può che soffrire pene atroci nel porre di nuovo nelle mani del Creatore, per l’abbandono di cui parliamo, lo spirito che con tanta ribellione si separò un giorno da Lui, e che continua, con colpe e imperfezioni, a intercettare la corrente di grazia e di amore che viene incessantemente all’anima sua.

davanti all’infinito. La capacità dell’anima umana è piccola, sempre molto piccola per ricevere il torrente infinito del divino amore. La rimpiccioliscono ancor più gli ostacoli e gli impedimenti che essa oppone. La stessa Madre di Dio, Maria Ss.ma, pur essendo la “Virgo fidelis” (Vergine fedele) che non oppose alcun ostacolo alla divina grazia, non avendo sciupato la benché minima particella di essa, ed essendo stata creata dal Signore proprio per ricevere quella corrente di amore, quando poi giunse il momento di riceverla, si sentì piccola. Lo dichiarò Lei stessa nel suo meraviglioso cantico del “Magnificat”, dicendo che aveva fatto in lei, sua piccola serva, “cose grandi cose Colui che è l’Onnipotente” (cf. Lc 1, 49). Dovette in certo modo farsi violenza, annientarsi al contatto con l’Essere infinito; con quel forte Leone di Giuda, come lo chiama la Sacra Scrittura (cf. Ap 5, 5); con quel valoroso Gigante che vinse la più terribile battaglia; con quel Dio di santità infinita, di infinito potere, che guarda la terra e la fa tremare, che tocca i monti e fumano: “Egli guarda la terra e la fa sussultare, tocca i monti ed essi fumano” (cf. Sal 103, 32).

Che farà, allora, la povera creatura quando, giunta a questo punto, si sente vicina a Dio e l’amore le chiede di abbandonarsi a Lui, fuoco increato, fornace di eterni ardori? Abbandonarsi in potere delle sue fiamme, di quella luce inaccessibile che abbaglia l’occhio mortale e lascia all’oscuro l’anima, senza che possa vedere altro intorno al suo Dio se non oscurità e tenebra? Intorno a quel Dio così potente a cui nessuno può resistere, e che la Sacra Scrittura chiama terribile: “Sei terribile; chi ti resiste quando si scatena la tua ira?” (cf. Sal 75, 8).

Quando l’anima, elevata al grado più alto dell’amore, che suppone lo stato che precede la sua morte mistica, per vivere la nuova vita, nascosta in Dio fino a poter dire: “Per me vivere è Cristo” (cf. Fil 1, 21) per quanto l’abbia desiderato, sospirato e bramato, e abbia avuto tedio e fastidio di tutte le altre cose, e una forza continua e irresistibile la spinga e l’attiri verso questo centro, a quest’unico Bene che ama e ne ha bisogno, quando finalmente, per questo perfetto abbandono di cui trattiamo, si giunge a Dio per perdersi in certo modo in Lui senza avere nulla di proprio, allora quest’anima soffre pene inimmaginabili e indescrivibili. Quest’anima viene a trovarsi nell’angoscia e fra i terrori dell’agonia perché, se la morte, frutto doloroso del peccato, incute sempre timore e orrore, molto più questa morte mistica, ordinata a completare la purificazione di tutti i residui lasciati in noi dal peccato. Morte dolorosa, ma preziosa. Precede infatti quella vita divina in Dio che vivono i beati nella Patria celeste.

gradi dell’abbandono. Si sente spesso in bocca alle persone pie la parola “abbandono”. La ripetono, lodevolmente, in certe occasioni che destano timori, servendosi di queste o simili frasi: “Dio mio, mi abbandono nelle vostre santissime mani; lascio a Dio la cura di tutte le mie cose, delle persone che amo, dei miei affari, della mia vita, della mia morte, ecc…”. Senza dubbio, tutto questo è buono e santo. Ma non si creda che sia solo questo l’abbandono di cui parliamo. E neppure quando uno dà le sue cose, o anche se stesso, ma limitandosi alle cose esteriori, dando se stesso in modo superficiale, come accade ordinariamente, senza considerare che in noi stessi abbiamo cose molto intime ed occulte che sono le più preziose, quelle che valgono di più, e che il Signore apprezza. Queste è indispensabile consegnare al Signore, affinché il nostro abbandono in Lui sia completo.

Il primo abbandono, cioè quello delle cose esteriori, porterà al secondo abbandono, se si pratica costantemente. Ma non c’è dubbio che se ne differenzia molto, così come ciò che dura un solo giorno, il breve giorno della vita, alla cui ultima ora tutto ci viene portato via, si differenzia da ciò che dura eternamente; come si differenziano le cose create che costarono a Dio un semplice “fiat”, dal valore di un’anima, che è quello del sangue del Figlio di Dio.

L’abbandono di cui trattiamo ora è l’abbandono del proprio spirito, della propria anima, e in certo modo della vita eterna che ci attende, poiché anche questa la lasciamo nelle mani di Colui al quale ci abbandoniamo. Infine è l’abbandono di tutto ciò che uno ha di più prezioso e caro, che più ama, e che forma l’oggetto di tutte le proprie speranze. Significa lasciare tutto e per sempre!… Lasciare tutto ciecamente in potere di Colui che non si vede e non si sente. Talvolta la persona pia lo sente nell’anima sua, ne ascolta la voce silenziosa, e vede, attraverso le cose create, la sua divina bellezza e grandezza. Ma questo avviene in maniera tutta intima e spirituale, e così delicata che, restando l’anima ancora in un corpo mortale, con sensi materiali che sempre vogliono vedere e sentire a modo loro, non basta a capacitarla circa le dette cose, e lascia che ne senta come un’orrenda privazione.

spogliarsi di tutto. Questo abbandono comporta un totale spogliamento, un denudarsi completo di tutto il sensibile, e causa una sofferenza che non si spiega se non paragonandola all’agonia che precede la morte naturale, quando tutto ci abbandona. L’anima che ama ed è giunta a questo stato, è vero che non cerca il sensibile e materiale, anzi lo rifiuta; ma essendo ancora unita al corpo, i cui sensi non sanno adattarsi alle cose spirituali che non percepiscono, le sembra che tuffarsi e abbandonarsi in questo “Nulla” – che è poi Dio-Tutto -, è come restare in aria senza appoggio alcuno, o come chi scivola e sta per cadere in un precipizio. Beato precipizio, nel quale l’anima si perde in Dio! I sensi materiali e spirituali, non del tutto purificati, reclamano qualcosa di simile ad essi, ma nulla ricevono, come nulla fu dato a Gesù moribondo, né dal cielo né dalla terra. Tutto viene meno. Ne consegue che la povera anima soffre l’indicibile in questa lotta violenta tra due forze così opposte tra loro: l’amore divino e l’amore umano di se stessa.

sofferenza spirituale. Da questo deriva che l’anima, sebbene nella parte superiore, nelle sue intime profondità, si senta sicura e tranquilla in questo abbandono, nella parte inferiore invece, con la sottrazione di tutto ciò che le appartiene, soffre pene terribili. Tale sofferenza ricade sulla stessa anima spirituale, sembrandole che anch’essa resti priva di tutto ciò che ha di più prezioso; che perda la vita, quella vita futura che è la sua unica speranza. E in realtà, in un certo modo la perde, ma in modo umano e materiale come essa se l’immaginava, compiendosi così ciò che dice il nostro divin Salvatore, che se si vuole essere suoi discepoli, amarlo con amore perfetto e giungere a possedere la vita eterna, bisogna rinunciare a tutto, anche all’anima propria. Davvero felice è però una rinucia del genere con la quale la persona si pone nelle mani di Colui che è morto per salvarla!

gioia nell’abbandono. Questo abbandono è una fortuna molto grande per l’anima, tuttavia questa non lascia di soffrire agonie mortali che la tormentano e la lasciano troppo in vita per continuare a morire e ad immolarsi a quell’amore che è la sua vita.

Chi pensasse altrimenti, che cioè questo abbandono sia un puro godimento, si sbaglierebbe di molto. Se non cambierà opinione, difficilmente arriverà a goderlo nella misura di cui parliamo, poiché è certo ciò che dice san Gregorio, che “solo mediante grandi tribolazioni si può giungere a possedere grandi beni”. Le gioie dell’amore in terra di esilio si conseguono soffrendo. E’ un Bene infinito quello che si ama, e degno d’infinito amore, ma la nostra capacità di amare è molto limitata e piccola. L’anima, pur possedendo un grado molto elevato di amore, resta sempre piccola, e quanto più è elevata, tanto più piccola si vede e si sente. L’amore infinito che essa desidererebbe racchiudere nel suo limitato cuore, è per essa un tormento tale che non lo può comprendere. Per questo, le anime che si trovano in questo stato, soffrono moltissimo nello spirito e nel corpo; il corpo, poi, resta a volte senza forza perché non riesce seguire i voli dello spirito.

Non si pensi però che questa sia una sofferenza che renda le anime inquiete o le turbi. No: se non fossero in perfetta pace e tranquillità, non soffrirebbero tanto; non potrebbero essere così sensibili a questo patire tanto delicato e spiritualissimo. Soffrono, e il loro gaudio e la loro pace è soffrire, anche se questo gaudio non attenua il dolore, anzi lo intensifica per meglio disporre le anime alla sofferenza. Per queste anime, il non soffrire questi martìri, sarebbe il peggiore martirio. Questo è il loro unico alimento e la loro vita, al tempo stesso il loro continuo tormento e carnefice.

Poiché, poi, questo abbandono dello spirito in Dio è come una fusione, una liquefazione di se stessi in Lui, l’anima vi perde ogni altro desiderio, volontà e inclinazione. Si trova in uno stato di passività in Dio, senza sapere come, né capire cosa avviene e avverrà di sé, e neppure desidera saperlo o comprenderlo. Queste persone vivono e soffrono in Dio. Continuano a vivere la vita mortale del divin Salvatore, il quale, pur restando unito al suo Eterno Padre formando con Lui una sola cosa, soffrì sempre, in tutti gli istanti della sua vita, nel suo santo corpo e ancor più nelle sua santissima anima.

l’unica aspirazione. E’ molto facile e quasi ordinario che queste persone siano soggette anche a sofferenze corporali, con infermità, deperimenti, mancanza di forze, causati dallo stato in cui si trova l’anima. Per queste anime tutto riesce violento e causa di sofferenza: vivere, dover pensare alle cose della vita, parlare con la gente, pur facendo tutto con esattezza e a tempo debito. Interiormente nutrono una sola aspirazione: che si realizzi e duri in eterno l’unione con quell’unico Bene che amano e desiderano amare con perfezione. Ma ambiscono a questo sempre in maniera serena e tranquilla. Ogni altro volere è completamente scomparso. Non hanno più quegli ardenti desideri di perfezione, di virtù, di santità che avevano prima. Sembra quasi che non diano più importanza a queste cose, come se non le desiderassero. E questo talvolta dà loro pena, perché temono di essere tornate indietro, e nessuno può rassicurarle. Ma il fatto di non desiderare niente non è affatto un segno che siano tornate indietro. Se nulla si desidera e nulla si vuole, è perché tutto si desidera e si vuole in Dio. Le anime che si sono date interamente a Lui, sono a suo carico. Ad esse non spetta altro che lasciarlo fare e restare salde in quella fede grande che questo stato richiede, essendo uno stato di mistica morte con Cristo; uno stato di pura fede e quindi anche di puro amore, precursore di una prossima gloriosa risurrezione, perché, come dice l’apostolo Paolo: “Coloro che sono morti in Cristo, con Lui anche risorgeranno” (cf. Rm 6, 8; 8, 11; 1 Cor 15).


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, marzo 1929, pp. 209-215.

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