Libro Terzo – Apparente abbandono di Dio

APPARENTE ABBANDONO DI DIO[1]*

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (cf. Mt 27, 46)

Vi sono due specie di abbandoni con il quale il Signore si compiace di provare le anime che ama, per purificarle e accrescere in esse il suo amore. Primo, lasciandole nella solitudine, non facendo loro sentire il suo aiuto nelle fatiche e nelle lotte che stanno affrontando. Secondo, privandole delle dolcezze del suo amore, lasciandole nell’aridità, come se mai avessero amato. Le due prove sono senza dubbio molto penose, benché la seconda si avvicini di più all’abbandono che strappò a Gesù moribondo quelle dolorose parole: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (cf. Mt 27, 46). E’ l’abbandono in cui il Signore lascia i suoi, sottraendo loro la grazia sensibile, privandoli delle dolci attrattive della sua amabile presenza, dei soavi profumi dei mistici fiori e dei saporosi pomi spirituali, degli affettuosi abbracci della sua destra delicata, che facevano spargere nell’anima amante lacrime di dolcezza, e svenire il corpo in soavi deliqui (cf. Ct 2, 1-6).

Queste due specie di abbandono sono incluse nell’abbandono di Gesù sulla Croce, e inducono ugualmente l’anima a dire come Lui: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Di quest’ultimo dolorosissimo abbandono ci occuperemo più avanti. Ora parleremo solo del primo, di quell’apparente abbandono in cui Gesù lascia le persone spirituali durante il lavorio del loro perfezionamento, nella pratica delle virtù e nell’adempimento dei loro doveri. Questa specie di abbandono si può paragonare a quello in cui il Salvatore lasciò i suoi Apostoli quando, stando con essi nella barca, si agitò il lago.

Gesù si addormentò placidamente, come se non facesse alcun caso del pericolo che li minacciava. Essi, stanchi di remare, vedevano la loro barchetta in imminente pericolo di affondare.

gesu’, amante degli uomini. Studiando un po’ lo spirito di Gesù, il suo modo di procedere durante la sua vita mortale, si vede come l’amore lo moveva spesso a provare, con simili scherzi amorosi, le persone che Egli voleva fare particolarmente sue, per elevarle ad un alto grado di amore. Ne noteremo solo alcuni di quelli che si presentano per primi alla mente.

Qualunque esso sia, ci rivela sempre l’ingegnoso amore dell’Amante divino e le sue trovate per attirare le anime al suo amore e farsi amare di più da quelle che lo amano. Faccia Dio che servano queste righe ad incoraggiare quelle che in questo modo Egli sta provando, per confermarle di più nel suo amore, purificarle e renderle degne della sua mistica inseparabile unione.

Marta e Maria erano immerse in un mare di dolori a causa del loro unico fratello, Lazzaro, gravemente ammalato. Inviano a Gesù, intimo amico dell’ammalato, un messaggio pieno di fiducia e di amore: “Il tuo amico è malato” (cf. Gv 11, 3). Ma Gesù mostra di non farci caso, continuando ad andare per la Galilea altri due giorni. Poi va a Betania. Che prova per quelle due buone sorelle! Gesù avrebbe potuto volare per consolarle e ci sembra che avrebbe potuto farlo, perché le amava tanto. Eppure le lascia soffrire per due giorni. Tutti sappiamo quanto lunghi sembrano i giorni in cui si soffre.

Gesù sapeva bene che cosa andava a fare, e ciò nonostante fa mostra di abbandonare le due sorelle proprio in momenti così penosi, come se Colui che era venuto a consolare tutti i dolori umani, fosse insensibile al loro dolore…

Alla donna Cananea (cf. Mt 15, 21-28) che lo supplica di liberare la figlia dal demonio, risponde che non gli sembrava bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cani, come se la donna non fosse figlia di Dio.

A quale terribile prova sottomette una donna pagana Colui che era venuto a cercare i peccatori!

Ecco i due discepoli sulla via di Emmaus, tristi per quanto era successo a Gerusalemme e per ciò che si diceva riguardo alla morte e resurrezione di Gesù. Egli si unisce a loro lungo la via, ma senza farsi riconoscere. E quando giungono a destinazione, Gesù, se quelli non lo avessero trattenuto, come ci dice il testo (cf. Lc 24, 29), avrebbe proseguito, senza ancora farsi riconoscere e lasciandoli nella loro afflizione.

Mentre la Maddalena, pazza di dolore e di amore, lo cerca nel sepolcro (cf. Gv 20, 11-18), Egli le sta dietro, la guarda compiaciuto, ma non si affretta a manifestarsi e consolarla, come sembrava più naturale, perché l’amava molto e ne era riamato.

Sapeva che stava per compiere il miracolo della moltiplicazione dei pani, e domanda a Filippo dove si troverà tanto pane per sfamare tanta gente. Il testo aggiunge che disse questo per metterlo alla prova (cf. Mt 14, 16).

Finanche con la sua Ss.ma Madre si comporta in questo modo. Là, alle nozze di Cana, quando ella gli fa notare il grande imbarazzo degli sposi per la mancanza di vino, le risponde: “Che ho da fare con te, o Donna?” (cf. Gv 2, 4). Che prova! Che parole in apparenza così dure, improprie di un figlio che avrebbe potuto immediatamente rassicurarla e soddisfarla! Simili a queste sono anche le parole che le rivolse quando, dopo tre giorni di angosciose ricerche, lo trovò nel tempio (cf. Lc 2, 46-50). Sembra che volesse mettere alla prova l’amore e la fede della sua stessa Madre. Ma fece così non perché dubitasse di lei, ma per dare, in Maria, alle anime dei suoi eletti un esempio del modo come devono comportarsi quando Egli finge di lasciarle sole nelle loro fatiche e sofferenze.

Non c’è nessuno, certamente, che non vorrà riconoscere come, in tutti questi fatti, apparentemente severi, si nasconda l’amore più delicato e industrioso col quale Gesù prova i suoi, per esserne più amato. Ma, d’altra parte, si rivelano anche le grandi sofferenze cagionate alle anime da questo comportamento del divino Amante.

Se venissero a sapere che è Lui che le mette alla prova e si compiace di tentarle in questo modo, non soffrirebbero, oppure la loro sofferenza si cambierebbe subito in gioia. Ma, quando Gesù prova così i suoi fingendo di abbandonarli nelle loro fatiche, nei dispiaceri e dolori, li priva anche della luce, perché non vedano la sua mano amorosa, che gioca e si diverte con essi in questo modo.

la prova. Succede spesso che, quando le anime hanno superato i primi gradi di amore, combattendo le cattive inclinazioni e lottando coraggiosamente con se stesse per avanzare nelle virtù, sembra che venga a mancare loro l’energia, e restano sole. Non sentono più gli stimoli di quella grazia che pareva le incoraggiasse e lottasse in loro e per loro. Talvolta Dio ha chiesto loro, con chiari segni, qualche cosa di suo grande servizio. Ha affidato loro qualche grande missione che esse accettarono con piacere per compiere la sua santissima volontà, motivo unico che le sostiene e anima a procedere con generosità e gioia, fiduciosi nell’aiuto di Colui che chiede o comanda loro tali cose. Ma che succede quando Gesù vuole provare le anime?

Sottrae per poco la sua grazia e il suo aiuto, oppure li dà, per così dire, di nascosto, restando dietro a loro, e lasciandole andare avanti da sole. Quanto dolorosi sono questi momenti per le povere anime che amano, specialmente quando non hanno una guida che le incoraggi con le parole e le sostenga, perché non perdano la fiducia e non tornino indietro!

La pratica della virtù ha per loro un costo altissimo. Sentono tutta la loro fiacchezza e debolezza, con la necessità di appoggiarsi a qualcuno. Non sperimentano più la forza divina che prima le portava e facilitava tutti i loro atti. Questa convinzione che dava loro forza nelle fatiche, affrontate solo per la gloria di Dio e per compiere la sua santissima volontà, ora diventa dubbio e timore; dubbio se per caso si siano sbagliate e che non sia ciò che Dio richiede da loro o in quel modo, e per questo neghi loro la sua grazia; timore che le loro fatiche non meritino la compiacenza del Signore…

E’ necessario amare come amano queste anime, per comprendere le pene che loro causano simili dubbi, specialmente quando, permettendo Dio che riescano più dolorosi, sono affermati e confermati dai loro direttori spirituali.

Questi diranno loro alcune parole simili a quelle di Gesù nelle circostanze prima riferite. Essendo lo stesso Salvatore che parla nella persona dei suoi Ministri e rappresentanti, queste parole penetrano profondamente in quelle anime che vivono di fede, e sembra che una spada a doppio taglio le trapassi, simile a quella che trapassò il purissimo Cuore di Maria quando il vecchio Simeone, tenendo in braccio il divino Infante, le annunciò che quel Bambino doveva essere causa di rovina e di risurrezione di molti in Israele (cf. Lc 2, 34). Parole che aumentarono moltissimo il martirio di Maria, perché gliele aveva dette non una persona qualunque, ma un Ministro dell’Altissimo.

Egualmente succede alle anime provate in questo modo. Il Signore permette che i loro direttori, superiori o persone di autorità e santità, disapprovino ciò che prima avevano approvato, sia riguardo al loro spirito che alle loro opere. Bastano per questo poche parole; basta che dicano loro, per esempio: “Perché Lei ha agito così? Non ha obbedito come doveva. Lei perde tempo senza profitto”. Oppure: “Si vede bene che Dio non benedice le sue cose”. E’ indicibile la pena che cagionano alle anime di cui parliamo queste frasi pronunciate da persone in cui esse non vedono che Colui che solo amano e desiderano compiacere. E’ così forte il loro amore di Dio che preferirebbero mille volte morire ed essere morte, prima di averlo disgustato, facendo cosa non conforme alla sua santissima volontà.

Sanno bene che non c’è stata cattiva volontà; per questo la coscienza non le rimprovera, anche se in realtà ci fosse stata qualche leggera mancanza. Il più delle volte è apparente il male di cui vengono incolpate, ma malgrado ciò, soffrono lo stesso e molto, come se fossero realmente responsabili di gravi colpe.

E’ così che, soffrendo, queste anime si trovano e si sentono isolate nei loro travagli. Il Signore le ha apparentemente abbandonate, e anche le creature. Spesso succede che in questi stati dolorosi, queste anime devono portare avanti opere grandi, di molta gloria di Dio, e da Dio stesso affidate loro. E ora, non sentendo la sua grazia e non vedendo il suo aiuto come prima, sono costrette a continuare tali opere tra le sofferenze, e ripetendo atti di fede, di abbandono, di fiducia, di dolore dei propri peccati. Tutto come se fossero cieche e senz’altro aiuto che quello della grazia, nascosta nell’anima loro, che le sostiene e conforta senza che lo avvertano.

signore, salvaci! Spesso sembra loro di vedere segni manifesti che Dio non si compiace più di ciò che fanno, sia riguardo alle loro opere esteriori che alla loro santificazione; e che per questo Dio nega loro gli aiuti che prima dava loro, lasciandole così abbandonate a se stesse. Insomma, il loro stato è proprio di quelli che si trovano soli, in alto mare, a remare contro flutti agitati. Povere anime! Si ricordino allora degli Apostoli, quando, in analoga circostanza, erano in procinto di annegare. “Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli (Gesù) se ne stava a poppa… e dormiva” (cf. Mc 4, 37-38). Gli Apostoli non osavano svegliarlo. Ma infine, vedendo il pericolo, gli gridano: Maestro, non t’importa che moriamo?” (cf. Mc 4, 38).

Si ricordino, ripetiamo, le anime così provate, di questo bel passo del santo Vangelo, che così bene corrisponde allo stato in cui si trovano. Con quel fatto, il Salvatore ha voluto mostrarci chiaramente quanto si compiace a provare i suoi per accrescere la loro fede e il loro amore; per indurli a gridare con gli Apostoli: “Signore, stiamo per annegare, salvaci!”. Così vedranno come l’Amante divino, una volta che ha fatto vedere alle anime la loro impotenza e debolezza senza di Lui, strappando loro quel grido di fede, di fiducia e di amore, non tarderà a svegliarsi. Accorrerà in loro aiuto, ordinando di calmarsi al vento e al mare, ossia alle passioni e contraddizioni degli uomini che rendono difficile il loro lavoro spirituale. Subito tutto cesserà e verrà la calma. Basta una sola parola di Colui che comanda al vento e al mare e gli obbediscono, perché all’istante tutto si plachi. Dice il Sacro Testo che Gesù disse solo: “Taci, calmati! E il vento cessò e vi fu grande bonaccia” (cf. Mc 4, 39). Si ricordino anche come lo stesso Salvatore, negli indicibili dolori della sua Passione, volle già fin dal principio sperimentare questo abbandono esteriore, prima di quell’altro, dolorosissimo, che provò sulla Croce. “Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono” (cf. Mt 26, 56). E non solo lo abbandonarono gli uomini, ma anche Dio suo Padre lo abbandonò al potere delle tenebre, cioè, di quelli che, istigati dal demonio, principe delle tenebre, lo maltrattavano e insultavano in mille modi. Si ricordino di come Gesù, Agnello innocente, restò solo, in potere di quelle bestie infernali, assetate del suo sangue divino. E si consolino, quindi, perché tutte quelle sofferenze di Nostro Signore Gesù Cristo erano anche intese a darci forza e coraggio, e a santificare le nostre sofferenze, quando ci troviamo in un simile abbandono.

generosita’ e fiducia. Non neghiamo che questi periodi siano molto dolorosi e anche molto decisivi per progredire nella vita spirituale, o tornare miseramente indietro, come disgraziatamente accade a molti. Quanta santità qui crolla! Quante vocazioni religiose e quante opere di grande gloria di Dio falliscono! Egli voleva che sorgessero fra quelle difficoltà, opposizioni e abbandoni; ma in un momento si perdono per mancanza di generosità e fiducia.

Il consiglio che diamo alle povere anime così provate è una ferma perseveranza, oltre che pregare, come abbiamo detto, gridando al Signore finché cessi il pericolo: “Signore, periamo, salvaci!”. Vadano avanti senza temere niente e nessuno, né la loro debolezza, né la malvagità dei demoni e degli uomini. Così non sconvolgono i disegni di Dio circa la loro santificazione e il bene degli altri. Se non avessero fatto così, i Santi che ora sono in cielo, non sarebbero certamente arrivati alla santità.

I Fondatori di Ordini religiosi, e tutti quelli che hanno compiuto grandi cose per la gloria di Dio, non avrebbero fatto nulla senza questa fermezza. Gesù Cristo stesso, modello di tutti, non avrebbe operato la redenzione del genere umano. Una volta intrapresa una cosa con retta intenzione, consiglio e prudenza, non si deve far caso delle ripugnanze e difficoltà. Dobbiamo andare sempre avanti, a meno che la volontà del Signore non si manifesti chiaramente in senso contrario, o per se stessa o mediante coloro che hanno autorità su di noi. Tranne questo caso, scoraggiandosi, l’anima si espone a perdere la santità, sconvolgendo i piani divini, non seguendo il cammino tracciatole da Dio. Vivrà allora sempre triste e scontenta dovunque si trovi, perché lo Spirito Santo dice: Chi si è opposto a Lui ed è rimasto in pace?” (cf. Gb 9, 4).

Si ricordino, infine, le anime, che senza questi abbandoni il loro amore di Dio resterebbe sempre agli inizi, per non aver esercitato la fede in Colui che amano, nel grado richiesto dall’amore perfetto. Meriterebbero il rimprovero del divino Maestro agli Apostoli: – Dov’è la vostra fede, per progredire nel cammino dell’amore?


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, ottobre 1928, pp. 235-242.

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