Libro Terzo – Caratteri della sofferenza per amore

CARATTERI DELLA SOFFERENZA PER AMORE[1]*

In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete” (cf. Gv 1, 26)

Pur trovandoci in una valle di lacrime, nel luogo del dolore e di sofferenze di ogni genere, il dolore non è conosciuto. Si soffre in ogni tempo, in tutti gli stati e luoghi, sia che siamo ricchi o poveri, giusti o peccatori. Dappertutto, mentre viviamo in questo mondo, ci accompagna il dolore. Possiamo quindi, con tutta verità, dire che il dolore è con noi, in mezzo a noi. Tuttavia, nonostante che sia così, dobbiamo anche aggiungere ciò che del divin Salvatore diceva il Battista ai giudei: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete” (cf. Gv 1, 26).

conoscere il dolore. Pare assurdo, ma è certo così, e presto vedremo chiaramente che la sofferenza è una delle cose che meno si conosce, sebbene sia sempre con noi e penosamente ci affligga. No, lo ripetiamo, molti non conoscono il dolore, e da questa ignoranza risultano gravi danni alle anime.

Chi, infatti, si mette a studiare le qualità che ha la sofferenza, quando sente le trafitture del dolore? Chi si ferma a considerare da dove proviene, se dall’amore di Dio o dalla natura peccatrice, e che cosa si deve fare per compiere nell’anima nostra la grande opera della riparazione e quella anche più grande della propria santificazione?

Chi conosce perfettamente, nell’economia della grazia, secondo il piano disposto dal Signore, il ruolo che svolge la sofferenza, i modi in cui ci fa sperimentare i suoi effetti, le distinte e varie forme in cui ci si presenta, come è accolta dagli uomini, gli effetti che produce e i suoi grandi vantaggi?

Sono ben pochi quelli che si dedicano a questo studio e che distinguono senza equivoci quale sia la sofferenza proveniente dall’amore divino, da quella legge indispensabile che il Creatore dovette imporre all’uomo dopo il peccato, la sofferenza che purifica e santifica da quell’altra sofferenza che è effetto dell’amor proprio, delle passioni immortificate, dei peccati e imperfezioni che risiedono nell’anima.

Ma, del resto, non c‘è tanto da stupirsi. La maggior parte delle persone, anche spirituali, temono tanto il dolore; come possono quindi avere interesse a conoscerlo e apprezzarlo? Il solo nome le spaventa e le fa tremare… Lo sopportano con riluttanza quando non possono evitarlo, e non vedono l’ora che si allontani, pur sapendo che nessuno può sottrarsi alla legge del dolore. Non lo conoscono quindi, e non lo vogliono conoscere. Così si può dire di loro: “In mezzo a voi c’è qualcuno che non conoscete”.

Non ne avrebbero certamente tanta avversione, ma lo considererebbero e lo tratterebbero in modo molto diverso, se lo conoscessero.

Quei pochi che conoscono le grandi ricchezze e i doni di conoscenza che la sofferenza ha in sé, non si stupiscono di questa ignoranza, perché ne sanno la causa… Molti di quelli che soffrono senza avere per modello Gesù Crocifisso, deformano e deprimono tanto questo operaio divino, che diventa loro impossibile riconoscerlo e pensare ai grandi vantaggi che dal suo lavoro risultano alle anime. Per questo lo temono e lo sfuggono. Si ignorano le preziose e ammirabili opere che compie per adornare gli eterni palazzi del Re della gloria. La sofferenza di quelli che amano purifica le loro anime, le arricchisce e le eleva fino a trasformarle in perfette immagini del Dio tre volte santo, facendone una cosa sola con Lui.

proiezione dell’amore. Ci sembra quasi inutile ripetere qui, avendolo tante volte detto in pagine precedenti, che la sofferenza, che opera queste meraviglie, non è richiesta a tutti, anche se viene sopportata con rassegnazione cristiana. Fare così è certamente una cosa buona, santa e meritoria. Si pagano i debiti che l’anima ha contratto con Dio. Ne aumenta la grazia santificante e la gloria in cielo. Ma questo non è sufficiente per elevare l’anima al grado di perfezione necessario per trovarsi degna di unirsi a Dio e godere già fin da questa vita un preludio dei godimenti della patria celeste. Soltanto lassù l’amore è puro godimento senza nessuna ombra di dolore.

Per produrre questi preziosi effetti, è necessario pertanto che sia una sofferenza che proceda dall’amore, da quella carità senza termine, superiore a tutte le altre virtù teologali e morali, come dice l’Apostolo Paolo: “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” (cf. 1 Cor 13, 13).

Niente è così forte e potente come l’amore o come ciò che procede dall’amore, che è lo stesso. Basta dire che un solo atto di amore è sufficiente per risuscitare e riportare alla vita della grazia un’anima morta per il peccato, nel momento stesso che questa lo commette.

Niente e nessuno, pertanto, può come l’amore compiere grandi cose, e tanto grandi che sappiano unire in un istante i due estremi più opposti e lontani che si possa immaginare: Dio santissimo, santità per essenza, e l’uomo peccatore.

E’ necessario, quindi, assicurarci che le nostre sofferenze procedano da questo amore tanto potente, perché possano produrre nelle anime nostre effetti così preziosi. La sofferenza che proviene dall’amore è indubbiamente l’effetto maggiore di tutti, perché la causa che lo produce è maggiore delle altre. E’ certo poi che non c’è sofferenza più grande di quella causata da un amore insoddisfatto, e l’amore di chi ama Dio mai sarà soddisfatto su questa terra.

senza false illusioni. Ci sembra molto utile, e anche necessario, avere idee chiare e precise sulla sofferenza, dato che abbiamo incontrato diverse anime che si creano su di essa illusioni perniciose e dannose, alle quali vorremmo in certo modo rimediare.

Avendo sentito dire che è indispensabile soffrire per santificarsi; che tutti i santi sono passati attraverso prove, lotte e tentazioni di ogni specie, tante anime pie si procurano queste sofferenze da se stesse. Danno l’impressione di crearsele volutamente e di accarezzarle, convinte che se soffrono simili cose, anch’esse si faranno sante. Illusione! Illusione! Prima di cercare la sofferenza, è necessario cercare e possedere l’amore, che rende meritoria la sofferenza.

Altrimenti, il risultato di soffrire è vano, inutile e spesso dannoso, come abbiamo detto, alla persona stessa e agli altri, perché si dà motivo a quelli che non sono molto addentro alla vita spirituale o di cadere nello stesso loro errore, o di retrocedere nel cammino della perfezione, pensando che per avanzare su questo cammino bisogna passare per queste sofferenze così inquietanti, pesanti e moleste, che tanto screditano e avviliscono, come sono quelle di queste anime imperfette, che sembra che vadano dicendo a tutti, con lacrime e lamenti, che è molto difficile salire il monte della perfezione. Difficoltoso è certamente per chi pretende salire alla perfezione in questo modo. Ma per quelli che già sono presi dal vero amore verso l’Amante divino, che li ha amati fino a morire per essi; per quelli nei quali lo stesso amore produce ansie, dolori e sofferenze, non c’è difficoltà che si opponga, perché l’amore tutto vince, e spinge a camminare senza sosta né riposo, rendendo soave il suo giogo e leggero il suo peso, come definì Gesù il lavoro di quelli che lo servono e cercano la santità.

come gesù e maria. Quanto è diversa la sofferenza delle anime che veramente amano Dio! Come risplende in esse la grandezza, il merito, il valore della sofferenza! Che maestà accompagna sempre il loro soffrire! Che dignità e nobiltà! Esse rendono la sofferenza meritoria di rispetto e di venerazione, a somiglianza del divin Martire del Calvario, il quale mai mostrò tanto la sua grandezza, la sua potenza e la sua divinità come quando soffrì i grandi tormenti, umiliazioni e amarezze della sua Passione e morte.

Gesù Crocifisso e la sua Madre santissima presso la Croce sono i Maestri supremi. Da loro hanno appreso tutti quelli che hanno sofferto con merito, perché in essi il dolore era prodotto dall’amore più viscerale.

Il gran valore di queste sofferenze lo ignora l’uomo materiale o il volgo, quel volgo ingrato e indifferente che non conobbe Gesù nemmeno quando Egli viveva in mezzo al popolo. Ma lo conosce il cielo, lo conosce la natura tutta, che a volte fa prodigi per un’anima che così soffre, come successe alla morte di Gesù, per manifestare così il suo potere: “Il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono” (cf. Mt 27, 51). Questi prodigi fecero dire a san Dionisio: “O il Dio della natura patisce, o la macchina del mondo si dissolve”. L’Areopagita attribuì alla sofferenza del Creatore le prodigiose manifestazioni della natura, che si scuoteva per proclamare il meraviglioso potere della sofferenza.

Il dolore che ha la sua origine nell’uomo peccatore, è in sé stesso vile e detestabile, come la sua causa. Ma, dopo che Gesù se lo addossò santificandolo con il suo amore infinito, facendolo suo fino al punto da personificarlo in Sé, diventando l’Uomo dei dolori (cf. Is 53, 3), il dolore è divenuto una realtà gloriosa, cioè il mezzo per raggiungere la gloria più alta. Lo è stato perché, a contatto col Salvatore, restò come divinizzato, perché dispose Gesù, nella sua infinita sapienza, che fosse l’artefice che forma gli eletti. Ma per questo è necessario che il dolore scaturisca, come quello di Gesù, da un cuore che ama Dio, che sia generato dall’amore divino. Cioè che le anime nelle quali opera, amino con questo amore puro e delicato, che le renda sensibili a tutti i suoi movimenti e capaci di ricevere le sue operazioni dolorose e insieme gloriose.

fecondità del dolore. Perché il dolore sia vero artefice di santità, dev’essere dotato di tre qualità o caratteristiche. Prima qualità, la pace. Pace serena e tranquilla. Dio è pace infinita. La sua pace tranquilla è sempre inalterabile, sia quando si sdegna e castiga gli uomini, sia quando comunica con loro con le più tenere effusioni del suo amore. Lo stesso avviene per le sofferenze dell’anima unita a Dio mediante l’amore. Pace e calma accompagnano sempre le sue più grandi afflizioni.

Quale mirabile esempio di questo ci diede Maria Santissima presso la Croce! San Bernardo si sentiva rapito di fronte alla grandezza e maestà della Ss.ma Vergine, la quale, amando con il più puro amore di madre, stava tranquilla e serena vedendo morire il suo unico Figlio, il suo Dio, il suo tutto. Questa calma, in mezzo a tanto dolore, non si deve pensare che fosse insensibilità, no. Era un aumento di forza, che l’amore, da cui procede il dolore, dà all’anima perché patisca senza alterarsi. L’amore sostiene l’amante. Fa miracoli perché possa soffrire di più, perché lo spirito è sempre pronto, mentre la carne sente la debolezza, come la sentì il divin Maestro, quando disse: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (cf. Mt 26, 41). Ma non per renderla insensibile al dolore. Questo miracolo consiste nel soffrire con tanta fortezza, che unisce il sentimento più profondo con la pace e tranquillità più perfetta.

La seconda qualità è il silenzio: “Sto in silenzio, non apro bocca, perché so che sei tu che agisci” (cf. Sal 38, 10). Tace l’anima amante, perché sa che è l’amore che così la tratta. Coloro che vivono in intima unione di amore con il Signore, sembra che diventino muti. Perdono l’abitudine di parlare e acquistano quella di tacere. Possono così prestare ascolto alle voci dell’amore e lasciar riposare, nel silenzio, Dio nell’anima loro.

Quanto è proprio della natura parlare quando soffre, altrettanto, e molto più, è proprio dell’amore tacere in mezzo al dolore.

Questo silenzio è causa che restino occulte le più grandi sofferenze, che si nascondono spesso sotto un volto amabile e sorridente, che respira la più tenera dolcezza e bontà, frutti inequivoci del vero amore.

Queste anime, aquile giganti che si alzano in volo sulle alte montagne, quando dicono qualcosa alle loro guide spirituali, lo fanno con parole calme, tranquille e senza ombra di esagerazione. Non ricercheranno né calcoleranno le parole per misurare la grandezza delle loro sofferenze e rendersi conto che la loro intensità è quasi insopportabile. No, non hanno certamente questo prurito. Sanno bene che non è possibile darlo a intendere, e che inutilmente cercherebbero compassione e conforto, poiché nessuno potrebbe dargliene. Il loro maggiore conforto sta nel tacere e soffrire. In questo modo l’amore aumenta e si irrobustisce, ed è questo che dà loro la forza per soffrire di più per Colui che amano.

La terza qualità consiste nel fatto che l’anima, in mezzo alle più grandi sofferenze interiori ed esteriori, abbattimenti, abbandoni da parte di Dio e degli uomini, persecuzioni ecc., non perde la libertà d’azione per compiere esattamente i propri doveri. Il dolore umano o naturale, di solito, fiacca la natura privandola delle energie e mettendo a volte la persona sofferente nell’impossibilità di occuparsi di qualche cosa.

Al contrario, la sofferenza che procede dall’amore, mentre immerge l’anima, nella sua parte superiore, in angustie desolanti e agonie mortali, lascia di solito alla parte inferiore la libertà di compiere tutti i suoi doveri e di agire come se non soffrisse nulla. Anzi, al contrario, è allora che l’anima è più disposta a fare grandi cose: a estendere il regno dell’amore, a guadagnare anime per il cielo, a consolare e incoraggiare lo sfiduciato e il debole, a dar luce al cieco, e a far sentire a tutti la virtù potente di Colui che vive in essa, mediante il dolore.

Si convincerebbe subito di questo chi potesse penetrare in certe anime, vere martiri di amore, le quali, mentre consolano gli altri, lavorano nella vigna del Signore dalla mattina alla sera, passano a volte i mari per portare la conoscenza di Dio nelle più lontane regioni, essendo luce che illumina tutti quelli che incontrano, mentre esse restano in penose oscurità, in mezzo a terribili tentazioni, persecuzioni e prove da parte degli uomini, dei demoni e del cielo stesso. Il cielo, poi, sembra congiurare contro queste anime, sebbene sia proprio dal cielo che viene loro, senza che lo avvertano, la virtù segreta del puro amore, che dà loro forza per restare salde nei propositi e portare avanti le più grandi imprese.

Oh, sì! Solo in mezzo a grandi dolori e sofferenze possono nascere le grandi opere. Ma non ogni dolore è fecondo; lo è solo quello che procede dall’amore, che è sostenuto dall’amore, e porta all’amore. Ogni altra sofferenza che non abbia queste qualità o non produca questi effetti, poco o niente serve alla propria santificazione; anzi, spesso è di impedimento ad essa, e forse causa di maggior sofferenza in purgatorio.

sofferenza inutile. Le anime che vogliono veramente santificarsi, debbono quindi aprire gli occhi su un punto molto importante, tanto interessante e di tante conseguenze, quale è quello di soffrire senza merito, o piuttosto con qualche demerito.

Quante sofferenze e dolori perduti, inutili, che sarebbero stati più che sufficienti a santificare coloro che li hanno sofferti. Invece, sono stati per loro causa di sventura in questa vita e nell’altra!

Per evitare una così grande disgrazia, è necessario esaminare qualche volta l’origine delle nostre sofferenze: se vengono dall’amore di Dio o dall’amor proprio o dal proprio io ferito. Se da quest’ultimo, si faccia del tutto per farlo scomparire, perché sono sofferenze che non portano alla santificazione. Bisogna fuggirle come nemiche del nostro bene e non illuderci che soffriamo per la nostra santificazione.

Se nascono da cause puramente naturali, soprannaturalizziamole e uniamole alle sofferenze di Gesù e di Maria, affinché siano meritorie.

Ma se abbiamo la fortuna di amare Dio e amarlo tanto che il suo amore diventi il nostro dolce e continuo carnefice, abbracciamo i nostri dolori con tutto l’affetto dell’anima. Allora si abbraccia l’amore, si abbraccia Gesù che è la personificazione del dolore, essendosi fatto Uomo dei dolori. Abbiamo ferma fiducia che soffrendo per una causa così santa, il dolore è per noi l’operaio divino che assolve fedelmente il suo compito, disponendo l’anima nostra ad essere presentata all’Artefice supremo per essere riconosciuta degna di unirsi a Lui con l’unione indissolubile del suo divino amore.

contemplando la croce. Martiri divini di amore e di dolore, Gesù e Maria! Fateci conoscere i grandi misteri che racchiude in sé il dolore; il dolore che purifica, santifica, divinizza, affinché non disperdiamo neppure la più piccola particella di questo dono prezioso, come non faremmo disperdere un frammento di Ostia consacrata.

Gesù, dolcissimo salvatore delle anime nostre, che ci hai rivelato, come in compendio, tutta la scienza del dolore nelle sette parole che pronunziasti in Croce, nelle ultime ore della tua vita mortale! Fa’ che queste siano sempre il modello e l’espressione delle nostre sofferenze, affinché anche noi, in mezzo ai nostri dolori, e più quando la morte è prossima a tagliare il filo della nostra esistenza, possiamo ripetere a quelli che non conoscono il tuo amore e ti oltraggiano: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (cf. Lc 23, 34).

Fa’ che quando il dolore ci opprime con forza, dimenticandoci di noi, pensiamo alle anime, e mostrando loro la tua infinita liberalità e misericordia, diciamo loro: “Se vuoi, oggi stesso sarai con me nel paradiso del suo ineffabile amore” (cf. Lc 23, 43).

Sommamente grati per il gran dono che ci hai fatto della tua Ss.ma Madre, fa’ che la invochiamo con gioia e diciamo: “Ecco la nostra Madre” (cf. Gv 19, 27).

Quando ci sentiamo abbandonati e il dolore ci attanaglia, fa’ che non alla terra, ma a Te ci rivolgiamo con filiale fiducia, dicendo: “Dio mio, non mi abbandonare!” (cf. Mc 15, 34).

Che l’anima nostra sia sempre assetata di Te, e quando lo è più che mai, allora ti dica: “Ho sete!” (cf. Gv 19, 28).

Quando i nostri occhi si chiuderanno alla terra, dopo che si sono realizzati i disegni che avevi su di noi, si completi allora la nostra dedizione all’amore e possiamo dire con verità: “Tutto è compiuto” (cf. Gv 19, 30).

Quando “consegneremo il nostro spirito nelle tue mani” (cf. Lc 23, 46), sia allora il nostro sonno tranquillo come quello dei giusti, per risvegliarci poi nella vita eterna, dove non ci sarà più né lutto, né pianto, né dolore (cf. Ap 21, 4).

Tutto allora sarà nuovo ed eterno; le nostre spoglie saranno trasformate dal fuoco dell’amore e dal martello della tribolazione in immagine viva di Dio, quando là lo vedremo come Egli è (cf. 1 Gv 3, 2).


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, giugno 1929, pp. 422-430.

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