Libro Terzo – Desiderio di configurarsi a Cristo

DESIDERIO DI CONFIGURARSI A CRISTO[1]*

Ho sete” (cf. Gv 19, 28)

Ho sete! Oh sete preziosa del mio Gesù moribondo, che ti sei comunicata a tante anime consumandole in ardori di puro amore, quanti misteri racchiudi! Prendi anche tante anime che non riescono a darsi completamente al Signore! Tutte insieme poi correremo dietro l’Amante divino, attirate dal profumo dei soavi aromi dell’amore doloroso che emanano le sue cruente piaghe e il suo corpo prossimo a consumarsi d’amore per noi sull’altare della Croce: “Attirami dietro a te, corriamo. Mi introduca il re nelle sue stanze; gioiremo e ci rallegreremo con te” (cf. Ct 1, 4).

Prima di parlare delle sofferenze delle anime in cui è penetrata questa sete ardente, è conveniente considerare quella del divino Modello, Gesù. Tutte provengono dalla sua divina sete, e quella di Gesù è la causa di tutti gli ardori che hanno incendiato e incendieranno tutte le anime amanti.

la sete del redentore. Anche se la sete materiale ha indubbiamente dato motivo di sofferenza al Salvatore moribondo, non fu certamente essa che lo indusse a manifestare questa sua necessità in un momento così solenne, in cui trattava col suo divin Padre il più importante affare per la sua gloria.

Nella mente di Gesù, in quell’ora suprema, non c’erano che due pensieri: salvare l’uomo e glorificare Dio. Gli affetti del suo amantissimo Cuore, nel momento in cui con la sua morte dava compimento allo scopo della sua venuta sulla terra, erano tutti concentrati in due oggetti: Dio e l’uomo. Per essi erano tutti i suoi palpiti; per glorificare Dio e salvare gli uomini erano tutte le sue sofferenze.

Non era possibile che lo preoccupasse qualche altra cosa in quell’ora così grande… più grande anche di quella in cui creò tutte le cose, perché la Redenzione supera in potenza e amore la creazione.

Per creare dal nulla tutto ciò che esiste, bastò il potere della sua divina parola. Per la Redenzione fu necessaria la forza del suo braccio onnipotente (cf. Lc 1, 51: Ha spiegato la potenza del suo braccio). Le sofferenze che tormentavano il Salvatore, quando consumava il sacrificio della sua preziosissima vita, tutte le sue fatiche, umiliazioni e dolori, erano da Lui ben conosciuti e ardentemente desiderati. Era questa l’unica aspirazione durante i 33 anni della sua vita. Il suo Cuore sospirava la venuta di quell’ora. Il lamento che abbiamo udito uscire dalla sua bocca non troverebbe pertantto una sufficiente spiegazione se lo si facesse dipendere solo dal dolore fisico.

“altri cristi”. Oh, come sentono bene che è così le anime che amano! Sanno bene che non era la sete materiale che indusse Gesù a manifestare questa sua sofferenza. Esse lo sentono perché queste parole, riecheggiando nel loro intimo, riproducono in esse questa stessa sete che fa ripetere anche a loro: ho sete. Ho, come il mio Gesù, la sete che mi divora: Dio e gli uomini, miei fratelli, sono gli oggetti della mia sete. Ma, malgrado le penose ansie che inaridiscono le mie viscere, sento che non posso amare né Dio né gli uomini, né estinguere questa sete che mi consuma, perché la mia vita non è conforme a quella del divino Modello Gesù.

Nell’assomigliarsi, configurarsi, trasformarsi con Nostro Signoire Gesù Cristo è, quindi, concentrata tutta la sete ardente che tormenta le anime che amano…

Da questa sua configurazione con Gesù dipende unicamente il loro amore di Dio e degli uomini, potendo esse amare gli uomini e beneficarli solo in proporzione della loro somiglianza col Salvatore. L’anima amante sente che, amando Gesù, la sua santa Umanità, ama tutta l’umanità…

Solo vivendo della vita del Cristo, essa può fare che anche altri la vivano. Come Gesù è il mezzo di attrazione per portare a Dio la sua propria vita, così, assomigliandosi a Gesù, nello stesso modo anch’essa attirerà altre anime al suo amore.

L’anima che si trova nel grado di amore di cui parliamo, non patirà illusioni su questo punto. Lo vede e lo capisce molto chiaramente: senza assomigliarsi a Gesù, non può far niente nella sua Chiesa. E’ necessario che lei sia un altro Gesù, alter Christus, per poter glorificare Dio e salvare gli uomini.

Ecco, quindi, la causa di questa prima sete nell’anima amante. Prima, perché più avanti ne dovrà patire un’altra anche più dolorosa: una sete ardente e continua che le farà cercare con ansia la fonte che può estinguerla: Gesù, tenendolo davanti agli occhi, studiandolo, configurandosi a Lui, alla sua vita umana e mortale. Gli uomini facilmente si muovono a compassione del povero assetato e gli offrono un bicchiere d’acqua. Se immaginassero le sofferenze di Gesù moribondo e quelle delle anime che amano con questa mistica sete capace di ridurle a volte alle angosce dell’agonia, certamente accorrerebbero quanto prima possibile ad alleviare questa sete spirituale, prima di quella materiale; quella che si estingue con l’amore e non quella che si estingue con l’acqua.

Quelli che non hanno lo spirito di Dio e vivono secondo il mondo, dimenticano spesso che il tempo è contato; che bisogna approfittare di tutti i minuti per completare il lavoro spirituale secondo il piano tracciato per ciascuno dalle mani del Signore. E’ contato il tempo che Dio concede a tutti i mortali in generale e a ciascuna anima in particolare. Non c’è dubbio su questo punto: parlano chiaro le Sacre Scritture e ce lo mostra l’esperienza. Lo Spirito Santo vedeva che questa verità, nonostante fosse tanto evidente, sarebbe stata dimenticata dagli uomini, per questo ce la richiama in modo del tutto particolare con la profezia di san Giovanni nell’Apocalisse. Ci dice che verrà un giorno in cui il tempo finirà. Per farci comprendere ancora meglio che il tempo l’uomo non lo tiene nelle mani ma soltanto Dio, e nessuno può disporre di un solo momento, né cambiare le eterne disposizioni o decreti, Dio manda un angelo perché lo affermi in suo nome, con giuramento: “E giurò in nome di Colui che vive per i secoli dei secoli… Non vi sarà più indugio” (cf. Ap 10, 6).

contemplando il salvatore. Questa tremenda verità, che il tempo è contato, l’anima che ama la tiene fissa nel suo spirito, unita a quell’altra, che non impiegando bene tutto il tempo, resta incompleta la sua santificazione. E’ una verità che spinge l’anima incessantemente, con forza, verso quel divino Modello, al quale deve assomigliarsi. Come un povero affamato e assetato cerca il suo benefattore, così fa che cerchi sempre quel Modello, dappertutto, di giorno e di notte, perché lo tenga continuamente davanti agli occhi e pratichi i suoi divini insegnamenti.

L’anima lo vede bambino a Betlem, nascere povero, ignorato da tutti. Ogni volta che lo considera così, sente più viva la sete di rassomigliarglisi, facendosi sempre più piccola, ignorata, povera, disprezzando tutte le cose come le disprezzò Gesù.

Lo vede giovane, “il più bello tra i figli dell’uomo” (cf. Sal 44, 3), crescere in sapienza ed età. E le si ravviva la sete di crescere come Lui in virtù e grazia. Giunto alla maturità, lo considera mentre percorre villaggi e città per attirare i cuori. Lo vede che mostra nella sua adorabile persona le bellezze divine: la sapienza, la gloria, il potere del suo Eterno Padre, insegnando a tutti la via per andare a Lui. Una nuova sete si accende nell’anima, facendole sentire la necessità di andare, come il suo amato Maestro, ad insegnare il regno di Dio, a pubblicare a tutti le grandezze divine, a guadagnare anime all’amore di Dio. Lo sente dìre: “Chi ha sete venga a me e beva” (cf. Gv 7, 37).

Ed essa corre, vola verso di Lui, fonte di amore, e in questa fonte beve quello stesso amore. Con la sua soave dolcezza, sente che la sua sete aumenta, perché ciò che beve non è acqua, ma fuoco che la infiamma in nuovi ardori e la fa gridare a sua volta ad altre anime: “Chi ha sete, venga a me”. Le sembra di avere dentro di sé un pozzo senza fondo di acqua viva e di poterne dare a tutti. Al tempo stesso, è sempre più assetata e ha bisogno di andare a bere in Gesù, fonte viva che sale fino alla vita eterna, alla sua santa umanità, verso la quale si sente incessantemente attratta e come spinta da una forza superiore, che è il suo dolce e terribile tormento. E’ qui che sperimenta la verità di ciò che dice lo Spirito Santo: “Chi mangia di me, ha sempre più fame; chi beve di me, ha sempre più sete” (cf. Sir 24, 29 vulgata).

In questo stato, è Gesù uomo, Sapienza Incarnata, la causa della sofferenza nell’anima. Quasi sempre questa tiene fissi i suoi pensieri nella sua divina persona, considerando i suoi insegnamenti, le sue celesti bellezze, che va scoprendo sempre nuove e piene di divini incanti. Quando l’anima, tormentata da questa sete, sente nominare Gesù, aumenta e si ravviva il suo ardore. Quante cose le rivela e le dice questo nome! Un nome che è al tempo stesso dolce come il miele e come una lancia acuta che la ferisce lasciandole aperta una dolorosissima piaga.

Il santo Vangelo, con tutto ciò che di Gesù hanno detto i Dottori e i Profeti, lo tiene sempre nella mente. Luci soprannaturali la illuminano riguardo a Lui, ma ogni luce è una nuova sofferenza per lei, poiché più ardente si fa la sete di quell’unico Bene, che per lei è degno di essere amato più di tutte le cose. Ripete mille volte: Gesù!… Gesù è per l’anima sua un’arpa divina, una melodia celeste…

Lo vede nelle umiliazioni della sua Passione, nei disprezzi e calunnie, coronato di spine, legato, insanguinato, fino a non avere più aspetto di uomo, carico della Croce, su di essa morire, inchiodato come un infame malfattore in mezzo a due ladri. A questa vista, l’anima, in preda a questa sete, cerca il disprezzo, l’umiliazione; odia il suo corpo, mortificandolo con la penitenza, a volte fino all’eccesso.

Gode di vederlo piagato, sfigurato e insanguinato, per assomigliare così a Colui che ama. Abbraccia la Croce e spasima, come Gesù, di morire su di essa, abbandonata da tutti.

imparare da lui. Se chiedessimo a tanti che già godono in cielo, o che vivono ancora su questa terra, chi diede loro la forza per compiere certi atti eroici così contrari alla natura, per rinunciare non solo alle più innocenti soddisfazioni della vita, agli amori della famiglia o della patria, ma anche per correre incontro al sacrificio, alla sofferenza, immolando finanche la propria vita come vittime di carità…, ci risponderebbero senza dubbio: Considerando Gesù fatto povero, umile, disprezzato da tutti, che diede la vita per i suoi nemici; pensando che Egli era l’unico esemplare che dovevamo imitare, penetrò nell’anima nostra una tale sete di configurarci a Lui, nostro divino Modello, da non aver più pace né riposo fino a correre con santa frenesia, che chi non ama chiamerebbe pazzia, incontro al dolore, alla sofferenza. In una parola a tutto ciò che poteva operare in noi questa configurazione, oggetto della nostra ardente sete. Un giorno, quando sentivamo che il mondo ci invitava a godere dei suoi falsi piaceri, e che le passioni ci facevano guerra, presentandoci come impossibile seguire Cristo ed imitarlo, i nostri occhi caddero su un Crocifisso, su un’immagine del suo Sacro Cuore squarciato, e la voce potente di Dio si fece udire nell’intimo dell’anima: “Si salveranno soltanto quelli che si troveranno somiglianti all’immagine benedetta del mio divin Figlio. In questo Figlio diletto Io trovo le mie compiacenze. Ascoltatelo, imparate da Lui” (cf. Mt 3, 17; 11, 29). Da allora, abbiamo capito quanto sia indispensabile imitare Gesù, assomigliarci a Lui per amare Dio, e cominciammo anche ad assaporare le amarezze dei godimenti e dei piaceri della vita. Sopravvenne una sete che andò sempre più aumentando, fino ad infuocarci e consumarci nel desiderio di essere trasformati nel divino Modello.

gesù, attrattiva potente. Quando un’anima è pervasa da questa sete, tutto trova in Gesù. All’infuori di Lui, non trova niente di degno di essere amato; desidera e cerca di fissarsi in Lui come nel suo cielo definitivo. Ripete come san Pietro: “Maestro, è bello per noi stare qui” (cf. Mc 9, 4), dimenticando che Gesù è via e non luogo di riposo.

Chi non avrà sperimentato questa sete, non potrà capire come qui ci sia sofferenza. Gli sembrerà piuttosto che un tale stato sia fonte di godimenti, un iniziare a godere già del cielo, per quanto è possibile in terra. Ma no. Non è così. Facilmente lo capiscono le anime avanzate nel cammino dell’amore. Per il fatto stesso che vedono in Gesù tutte le bellezze, tutti gli incanti e le attrattive, e fuori di Lui niente trovano degno di amore, né capace di dare loro la minima consolazione, è Gesù la loro sofferenza. Gesù, non dando loro il perfetto riposo in Sé, non permette loro di trovarlo in nessun’altra cosa, diventando in questo modo il loro tormento e il loro unico rimedio… L’anima sente a questo punto una sete tale di Gesù da farla impazzire, spingendola spesso a fare sante pazzie. Vorrebbe tenerlo fra le braccia, stringerlo al petto, mangiarlo, assimilarlo, fondersi in Lui e così poter amare Dio e gli uomini come Lui li ama. Vorrebbe essere come Lui, vincolo di unione fra Dio e le sue creature; eppure si riconosce tanto dissimile da Lui! Inoltre, tutte le attrattive che scopre in Gesù sono dirette non a dare all’anima il riposo, ma a tormentarla dolcemente, a purificarla con quei preziosi incendi di amore, per poterla così elevare a più alti gradi di carità. “Io sono la via”, ha detto Gesù (cf. Gv 14, 6). Dio, mio Padre, è il termine dove riposeranno perfettamente le vostre anime. Maria Santissima, pur essendo tanto amorosa e così teneramente amata, non può essere il perfetto riposo delle anime, perché è il mezzo per indirizzarle a Gesù e non può Ella trattenerle per sé. Gesù è il mezzo per portare le anime al Padre, e quando ha compiuto questa sua missione, è per l’anima il suo tormento, e lo sarà sempre finché, senza lasciare Gesù, non salga anche all’altro cielo superiore che è Dio, purissimo Spirito, amato, gustato e posseduto in altro modo.

Ma questo passaggio non possono farlo le anime attratte fortemente da Gesù, senza intense sofferenze. Gesù è come una potente calamita che attira tutti i loro pensieri; è l’unico oggetto dei loro ardenti desideri. Non parlano e non pensano se non di Gesù, della sua bontà e bellezza infinite. Pare loro che non sia possibile pensare ad altro, e che tutti gli altri la pensino come loro, soffrendo di questa mistica sete come loro. Domandano di Lui, ma senza dire di chi vanno in cerca, come fece la Maddalena quando disse al giardiniere: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto” (cf. Gv 20, 15). Ma come possiamo darti ciò che cerchi, o pazza d’amore di Gesù, se non ci dici chi è che cerchi? Ah, Ella si sentiva così piena di Gesù, da sembrarle che tutti pensassero come lei, e non fosse necessario dire il suo nome!

come maria. Questo modo di parlare è proprio delle anime che soffrono questa sete divina. Lo stesso faceva la Sposa dei Cantici in cerca del suo amato: “Avete visto l’amato del mio cuore?” (cf. Ct 3, 3). Sembra che non osi ricordare il suo nome. E’ per lei come una freccia infuocata che la ferisce in mezzo all’anima e la fa venir meno… Per queste anime, Gesù è un fuoco che ravviva i loro ardori, invece di estinguere la sete che le tormenta, e malgrado ciò, solo in Lui desiderano bere, perché se Gesù è fuoco, è anche la luce che le illumina.

Questa luce scopre loro, nella sua divina persona, il “Dio vero da Dio vero” (cf Credo). In Lui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2, 9), perché ha preso l’umanità senza lasciare di essere Dio. Da questa umanità essa deve sciogliersi, distaccarsi. Tutto questo è così pieno di dolorosi misteri di amore! La luce non è tanto propria dell’occhio quanto la verità lo è dell’anima e dell’anima amante. Con questa luce, proveniente dalla carità, essa scopre in Gesù l’immagine perfetta di Dio, “l’impronta della sua sostanza” (cf. Eb 1, 3). Vede con molta chiarezza che Gesù è l’oggetto degno di tutto il suo amore e vede Lui in tutte le bellezze della creazione; lo trova dappertutto, nello splendore del sole e delle stelle, nel profumo dei fiori, nella dolcezza dei frutti. Tutto le parla di Gesù, sole divino, astro di prima grandezza, fiore celeste, frutto di dolcezza infinita dell’albero più prezioso, Maria Vergine Immacolata.

Quanto soffre un’anima assetata di amore, quando una luce superiore le rivela chi è Gesù e conosce che non è Lui il suo fine, ma deve sciogliersi, distaccarsi dalla sua santissima umanità come il bambino dalle braccia materne! Anche il purissimo Cuore di Maria soffrì questo martirio di amore, pur vedendo in Gesù, come nessun altro, le due nature, divina e umana, e pur potendo, nei limiti del possibile a creatura umana, ascendere talvolta alla divinità. Teneva sempre dinanzi agli occhi Gesù, con la sua divina bellezza e gli incanti della sua umanità, eppure la gioia che le dava la sua presenza era una gioia dolorosa. Era il tremendo martirio di amore che le trapassò il cuore durante tutta la sua vita, e la fece “Regina dei martiri”. Che cosa avrà provato il suo cuore trattando con Gesù nelle intimità materne? Quella sua voce soave che ad ogni istante le ripeteva in fondo all’anima: “O mia colomba, mostrami il tuo viso” (cf. Ct 2, 14), quali incendi di ardente amore le produceva?

Solo Tu, Maria, che lo soffristi, puoi comprendere che doloroso martirio sia per l’anima questa sete di Gesù, fiume divino, che sgorgando dal seno del Padre, passò per te, misterioso canale, per estinguere la sete dell’umanità sitibonda. Tu sola, o Madre, hai potuto comprendere gli ardori del Cuore di Gesù, quando dalla Croce disse: “Ho sete!”. Dà, dunque, o Maria, al tuo Figlio moribondo il refrigerio che chiede. Ha sete di anime. Portagli, o Madre pia, tutte quelle anime che sono assetate del suo amore, affinché, dando sollievo agli ardori di Gesù, crescano nell’amore fino a morirne, ripetendo con Lui, ai piedi della sua Croce: “sitio – ho sete!”.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, dicembre 1928, pp. 388-397.


 
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