Libro Terzo – Desiderio di trasformarsi in Dio

DESIDERIO DI TRASFORMARSI IN DIO[1]*

Ho sete!” (cf. Gv 19, 28)

Per l’anima che ama, quando cominciano a svelarsi le divine bellezze di Gesù, i misteri di grazia e di amore nascosti in Lui, la sete che ha diventa per essa un doloroso martirio. La porta a disprezzare ogni cosa; tutto le diventa amaro, e corre senza sosta, con tutti i suoi pensieri ed affetti verso quell’Essere, l’unico che ha trovato bello, grande, degno di tutto il suo amore. Ma ancora più terribile e dolorosa è, senza dubbio, la sete che s’impossessa dell’anima già fortificata e avanzata nell’amore. Sete che segue alla prima – la sete di Dio – “del Dio vivo”, di quell’Ente Supremo, purissimo Spirito, verso il quale si sente potentemente spinta. Pur essendo circondata da ogni parte dalla sua immensità, pur vivendo in Lui, suo respiro, sua anima, sua vita, l’anima non sa dov’è, né come trovarlo, né come figurarselo.

opera di cristo. A questa sete va Gesù disponendo le anime che si danno a Lui senza riserva, per elevarle ai vertici dell’amore. Così fece con gli Apostoli. Un giorno disse loro che era conveniente che si allontanasse da loro; che avrebbe sofferto, sarebbe morto, e sarebbe risorto il terzo giorno. A questo annuncio, essi si rattristarono e cercarono di dissuaderlo, perché non sopportavano questa separazione così penosa per i loro cuori amanti. Pietro, il più ardente di tutti, prese subito la parola e disse: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai” (cf. Mt 16, 22).

Il motivo per cui Nostro Signore credeva conveniente per i suoi Apostoli il suo allontanamento, mentre essi non volevano affatto che li lasciasse, era senza dubbio l’imperfezione degli stessi Apostoli: l’amore ancora troppo naturale che avevano per il Salvatore, per la sua Santa Umanità. Gesù, in cambio, li amava con amore divino. Voleva che crescessero nella virtù, cessando di essere “bambini volubili”; che giungessero allo stato di uomini maturi, perfetti, crescendo in Cristo come membra unite al capo: “Finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (cf. Ef 4, 13).

Ma perché questa crescita spirituale avesse effetto, era indispensabile che scendesse su di essi “la potenza dall’alto” (cf. Lc 24, 49), l’unzione spirituale o lo Spirito Santo, che li fortificasse e li stabilisse nell’amore. Questo divino Spirito prometteva Gesù agli Apostoli al momento di lasciarli, quando disse loro: “Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi” (cf. Gv 14, 18).

Queste parole del Salvatore “Vado e torno” (cf. Gv 14, 2-3) significano: vado, mi allontano da voi come uomo e tornerò come Dio, per trasformarvi in uomini perfetti. Questo cambio è senza dubbio molto penoso all’anima assetata di Gesù, per la quale solo Lui è il suo tutto. Si capisce che si lascia senza pena uno stato imperfetto per salire ad uno perfetto, una cosa che non ci soddisfa per entrare in possesso di una che soddisfa le nostre aspirazioni. Ma l’anima in cui è penetrata questa sete di Dio, deve staccarsi e lasciare in certo modo Gesù. Si allontana da quell’amabile Maestro in cui ha scoperto bellezze e incanti divini; da quello specchio delle perfezioni di Dio, perfettissimo, santissimo “splendore di eterna luce”, verso il quale è corsa con tanta ansia e sospiri per incontrarlo. Ora che lo ha trovato, l’anima si sente tanto bisognosa di Lui e con nuovi ardori del suo amore che l’incendiano; e desidera riposare sempre con Lui.

L’anima non comprende con chiarezza, ma solo confusamente, che c’è qualche cosa di meglio di ciò di cui è assetata. Quando Gesù in questo modo si nasconde o si ritira, lasciandola con ansie più vive, è perché penetri in essa quella tanto terribile e dolorosa sete che la farà martire di amore. Non la lascerà senza averla fatta cenere, consumata nel suo dolce fuoco. Questi ardori le fanno ripetere di continuo: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente; quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (cf. Sal 41, 3).

sete insaziabile. Oh, che sete ardente è questa! Che terribile martirio! Come ora l’anima anela a Dio e comprende che solo Lui è il termine finale dove troverà perfetto riposo! “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a Te, o Dio” (cf. Sal 41, 2). E questa sete che va sempre crescendo, l’anima sa molto bene che mai sarà estinta finché vivrà su questa terra. Questa è la sete propria delle anime amanti, che stanno qui in esilio. I beati non possono desiderare Dio, perché già lo posseggono. Per un’anima così ferita d’amore non c’è più rimedio; la sua piaga è insanabile. L’unico che può curarla, se le si avvicina o le si rivela un po’ più, la rende più profonda, più larga, più dolorosa. Sarà sanata solo quando vedrà la gloria del Signore; quando le si scoprirà il volto di Dio, e lo vedrà senza velo, né enigma; quando potrà bere “al torrente delle sue delizie” (cf. Sal 35, 9). Solo allora sarà sazia: “Al risveglio mi sazierò della tua presenza” (cf. Sal 16, 15).

Il dolore e le lacrime sono il pane di queste anime in assenza del loro Dio. Di questa sete ardeva santa Teresa di Gesù, quando esclamava: “Muoio perché non muoio”. E il santo Fondatore dei Passionisti, san Paolo della Croce, diceva: “Ormai le mie viscere sono tanto inaridite, che i fiumi non bastano a dissetarmi, se non bevo ai mari, non mi levo la sete, ma avvertite, che voglio bere ai mari di fuoco d’amore”.[2]

Per quelli che amano molto Dio, come queste anime che sono ardentemente innamorate e assetate di Lui, succede che, per l’ardente desiderio e la forza dell’amore, diventa molto lungo il breve tempo del loro pellegrinaggio sulla terra. Ma mille volte beate quelle che così anelano “al Dio forte e vivo”, perché saranno saziate, come promette Gesù: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati” (cf. Mt 5, 6). E’ chiaro che questo avverrà solamente in cielo, perché questa sete dell’anima non si estingue se non con il possesso di Dio.

Questo grado di amore è certamente molto alto; lo posseggono soltanto le anime pure. Ma bisogna tener presente che anche le loro sofferenze sono molto grandi. Nel loro cammino verso Dio si domandano di continuo: “Dov’è il tuo Dio?” (cf. Sal 41, 4). “Avendo sete di quella fonte – dice S. Agostino – e non potendo ancora bere ad essa, bevevo avidamente le mie lacrime… e bevendole, ne avevo ancor più sete, perché erano dolci per me quelle lacrime”.

Che vita quella di queste anime! Stanno più dove fissano i loro pensieri che dove stanno col corpo! In realtà esse possono ripetere con san Paolo che “la nostra patria è nei cieli” (cf. Fil 3, 20). Come cerve ferite, gemono giorno e notte, correndo assetate verso l’eterna sorgente, dove bramano di bere, non potendo trovare in nessun luogo né riposo, né sollievo al loro dolore. Sollievo e riposo, prima li trovavano, in qualche modo, nei meravigliosi doni che conducono le anime alla fonte desiderata, come i Sacramenti, le preghiere, le opere buone, la parola di Dio letta o ascoltata dai suoi Ministri, contemplando le bellezze e gli incanti di Gesù, tenendo presente la sua amabile figura, unendosi a Lui in un dolce abbraccio nella S. Comunione… Ma da quando cominciò a soffiare questo vento impetuoso dall’alto, che spazzò con violenza dalla loro immaginazione ogni specie di figure e concetti su Dio, niente basta per loro; non hanno a che aggrapparsi se non a Lui, a Dio come è in se stesso: il Tutto nel nulla. Vedono tutte le cose così inferiori a Dio che, per il modo come ora le comprendono, considerando la creazione, esclamano con S. Agostino: “Vedo tutto ciò che ha fatto il mio Dio, ma non vedo il mio Dio che lo ha fatto”. E così, tutto è tormento per loro, tutto rigettano e si ritrovano ogni volta più sole e bisognose. La loro indigenza e povertà è così grande che restano completamente prive di tutto. In questa completa privazione di tutto, hanno una fame e una sete che le consuma. E, ciononostante, nessuno può soccorrerle. Da nessuno possono ricevere niente, nemmeno l’elemosina di una goccia d’acqua, se non da Dio: Lui solo può soccorrerle nella loro estrema povertà.

avvicinatevi a lui. Povere anime che, assetate di Dio, soffrite così: avvicinatevi a Lui! Dio sarà la vostra medicina, il vostro rimedio. Ma no! Lo sapete già. Accostandovi a Lui, vi aspettano maggiori sofferenze, per il fatto che la causa della vostra sete è Dio stesso. Non vi resta, perciò, nella vostra sofferenza, che gemere dolcemente, finché Dio non si prenda compassione di voi e spezzi il filo della vostra esistenza terrena che vi impedisce di volare a Lui.

Per queste anime si sono già compiuti i giorni di Pentecoste. E’ passata su di esse quella lingua di fuoco che le ha incendiate e consumate, trasformandole in Colui che è chiamato “fuoco divoratore” (cf. Dt 4, 24). Sono diventate esse stesse un fuoco che nessuno e nulla può estinguere, ad eccezione dell’eterno mare del cielo.

O anime assetate d’amore, aspettate dunque tranquillamente, finché la mano divina faccia scoccare il dardo mortifero, o meglio, vitale che, togliendovi la vita del corpo, vi dà la vita immortale, la vita vera, quella che non avrà mai fine! Ma, mentre attendete quell’ora beata, avvicinatevi alla Croce di Gesù morente e meditare sulla sua sete divina… Soltanto per questa sete, per il desiderio ardente con cui dall’alto della Croce desiderò il vostro amore, vi ha comunicato la sete preziosa che vi tormenta dolcemente, vi fa felici nel vostro dolore, vi arricchisce nella vostra povertà e vi fortifica nella vostra debolezza. Nell’ora della vostra morte, vi darà in dono la vita eterna.

O Gesù, amante divino, che sei venuto sulla terra a portare il fuoco e vuoi che arda in tutti i cuori, e per questo sei andato incontro alle fatiche, al dolore, alle sofferenze durante tutta la tua vita! Hai desiderato ardentemente di essere inchiodato ed innalzato su di una croce, da dove ci hai fatto comprendere gli ardori che struggono il tuo divin Cuore quando hai detto: “Ho sete!”.

Noi che ti amiamo, o almeno cerchiamo di amarti, abbiamo ascoltato questo doloroso lamento. Abbiamo capito un po’ dei grandi misteri dell’amore che la tua mistica sete racchiude in sé. La tua sete, o buon Gesù, è sete delle nostre anime, è sete del nostro povero amore, sete di Dio, del tuo divin Padre; è sete ardente di consumare il sacrificio della tua preziosissima vita, per mostrare a tutti l’amore che ci porti, per riparare l’onore della divina Maestà oltraggiata dal peccato, e ridarle la gloria che noi le abbiamo negato. O Gesù, la tua anima ha sete di uscire dal corpo mortale assunto da Te per soffrire per noi ed essere nostro fratello e maestro. Hai ormai compiuto la tua missione; ora desideri soltanto volare nel seno del Padre tuo, dove sei stato e sarai sempre, aspettandoci tutti, per consumare là quella unione beata di perfetto amore con Te e lo Spirito Santo, Trinità sacrosanta, termine ultimo, dove tutto troverà l’anima che ama. Là, in quell’eterno mare di amore, si estinguerà la sete di tutte le anime; là si inabisseranno un giorno quelli che amano per fare, con l’eterno Amore, una cosa sola.

Ma, prima che giunga quell’ora beata, quanta ardente sete devono patire le anime nostre attraverso il deserto della vita! Quanti sospiri dovranno emettere i nostri cuori assetati; quante lacrime dovranno bagnare il nostro cammino! Ma Tu, nostro amoroso Salvatore, più di tutti hai sofferto per le anime i dolori della tua vita mortale, la tua Passione e Morte, la tua dolorosissima sete. Ora, accogli con gioia queste sofferenze di quelli che ti amano, per aumentare con esse la misura dell’amore con cui eternamente ti ameranno. Dacci forza nel nostro patire, con la ferma speranza che presto si realizzi la preghiera che facesti prima di dare principio alla tua Passione: “O Padre, voglio che quelli che Tu mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato, poiché Tu mi hai amato prima della creazione del mondo… perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro!” (cf. Gv 17, 24.26).

Questo è il grado di amore del quale hanno bisogno le anime che sentono gli ardori di questa sete divina. Che sia per esse efficace la preghiera di Gesù! Ad esse pensava Gesù quando la faceva, e per esse domandò al Padre che fossero un giorno appagati i suoi ardori.

E in che modo lo domandò!… O buon Gesù! Che Dio ci ami con lo stesso amore col quale ama Te, suo Figlio, “perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (cf. Gv 17, 26). Voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io” (cf. Gv 17, 24).

Gesù ha chiesto che stiano con Lui quelli che lo amano e lo servono. E con che forza lo ha chiesto! “Io voglio…”. Sì, Gesù vuole in assoluto che siano soddisfatti tutti i desideri di amore di queste anime, tutta la loro sete, quella sete che Lui stesso va aumentando in esse, mentre avanzano nella vita e si avvicinano al loro ultimo fine.

Terribile martirio del cuore che ama e solo sospira e aspira al Bene supremo! Ma mille volte beato chi terminerà la vita in questo martirio e morirà dicendo con Gesù: “Ho sete!”.

Sete di Dio e sete delle anime sia quella che ci spinge a lavorare, a soffrire, a immolarci durante tutta la nostra vita. Essa ci faccia gemere continuamente, sospirando come cervi feriti in cerca della sorgente, ripetendo in ogni momento: “L’anima mia ha sete del Dio vivo e forte” (cf. Sal 41, 3).

Che infine questa stessa sete ci tolga questa vita, come la tolse ad altre anime, specialmente a Maria Ss.ma, per poter bere e saziarci di amore al torrente del gaudio eterno: “Al risveglio mi sazierò della tua presenza” (cf. Sal 16, 15).


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, gennaio 1929, pp. 17-23.

[2] Cf. San Paolo della Croce, Lettere di formazione e direzione spirituale ai laici, a cura di Max Anselmi Passionista, volume I – tomo II, Città Nuova Editrice, Edizioni CIPI Roma 2002. Lettera n. 564, ad Agnese Grazi 19 giugno 1743, p. 1647.

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