Libro Terzo – Di fronte alla ingratitudine umana

DI FRONTE ALLA INGRATITUDINE UMANA[1]*

Oggi sarai con me in paradiso (cf. Lc 23, 43)

La liberalità divina, misconosciuta e disprezzata dagli uomini, è un’altra sofferenza che martirizza e fa come struggere di pena l’anima che ama Dio. Nessuno conosce come lei il valore della divina grazia e come solo nel tempo, nel breve spazio della vita, può l’uomo arricchirsi di grazia per meritare il suo eterno bene. Nessuno sa apprezzare i doni del Signore e conoscere che cosa perdono le anime come colui che ama, il quale, avendo gustato la bontà di Dio e provato la munificenza del suo prodigo amore, vede scorrergli vicino, o meglio ancora, sente nell’anima sua il torrente della felicità, dell’unica e vera felicità, una partecipazione di quel “torrente di delizie” (cf. Sal 35, 9), di cui godono eternamente i beati in cielo. Vede nello stesso tempo anche, intorno a sé, morire di fame e di sete disperata tante anime, ora per essere prive della grazia, ora per averne un maggior bisogno, così come vide, dalla Croce, Gesù moribondo gli uomini passare con indifferente disprezzo, nella frenetica ricerca di quel tesoro che pestano con i piedi per non disturbarsi a raccoglierlo.

il grande amante di dio. Gesù dolcissimo! Ho ascoltato la tua voce moribonda promettere il paradiso ad un ladro condannato a morte. Come un padre angustiato che, vedendo disprezzato dai suoi figli ingrati il patrimonio che sta per lasciare loro in eredità, ti rivolgi verso l’unico che vedi più disposto, o meno indegno, e gli dici nell’amarezza del tuo dolore: prendi tutto tu; lascio a te ogni cosa. L’anima mia, illuminata dalla luce del tuo immenso amore, e attratta dalla grazia, è penetrata nel tuo spirito angosciato. Ha capito qualcosa della grandezza del dolore in cui era immerso, quando le tue divine labbra si aprirono per pronunciare quella parola traboccante di tenerezza e di liberalità infinita del tuo eccessivo amore per l’uomo. Concedimi, o dolce Amor mio, che io possa far sentire, in qualche modo, alle anime un po’ del martirio interiore del tuo amatissimo Cuore. Perché nelle loro mistiche pene, quando l’amore le fa giungere a questo punto, sappiano che è il calice che Tu hai bevuto per primo, dandogli così la capacità di santificare le anime nostre. Si accostino intanto alla tua Croce insanguinata, e si confortino con Te che sei l’unico capace di comprendere tali sofferenze e fare che le loro, unite alle tue, siano ordinate al bene delle anime loro e degli altri.

L’anima che ama Dio, è nel Crocifisso che ha imparato ad amarlo. Gesù Crocifisso è il primo amante di Dio suo Padre; è l’unico che ama e sa amare perfettamente. Egli è il modello, l’esemplare e il Maestro che dalla cattedra della Croce insegna a tutti come si ama Dio e gli uomini; cioè dando tutto per essi, come Gesù: l’onore, la gloria, la reputazione, la vita, tutto il sangue delle proprie vene.

Nelle piaghe di Gesù, l’anima ha visto come si ama, e ha sentito la necessità di amare allo stesso modo. Essa si dà a tutti, in ogni tempo e luogo. Si sacrifica come il suo Maestro, in modo nascosto o manifesto, secondo le circostanze, al fine di guadagnare anime a Dio.

Ha trascorso talvolta anni di vita nascosta e umile, per prepararsi a questa sublime missione. Se è necessario, e Dio lo esige, è anche disposta a salire sulla Croce, come Gesù, al cospetto di tutti, a costo delle umiliazioni, calunnie e persecuzioni dei suoi stessi amici.

L’amore dispone l’anima ad assumere qualunque forma, per poter attirare tutti a sé e portarli all’amore di Dio. In tutte queste forme che adotta, non è l’anima che opera, ma l’amore divino nascosto in essa, per poter entrare, per mezzo suo, più facilmente nei cuori e fare che sperimentino la sua liberalità, che non conosce riserve, desiderando ripetere a ciascun’anima: “Oggi sarai con me in paradiso” (cf. Lc 23, 43).

povere anime! Una di queste anime, in una certa occasione, mossa dalla forza della carità, lavorò con zelo instancabile per guadagnare un cuore all’amore di Dio. Per riportarlo alla grazia, ricorse alla sorgente della stessa, alle piaghe sacrosante di Gesù Crocifisso, al suo amatissimo Cuore. Corse come Lui per monti e valli in cerca della pecora smarrita, per farla ritornare al divin Pastore, che l’attendeva per farle ascoltare la voce del suo amore. Fece tutti i passi necessari, per i sentieri scoscesi della contrarietà, della lotta, del dolore, passando sulle spine che le pungevano i piedi, senza però badarvi, spinta com’era dall’anelito di guadagnare un’anima all’amore di Colui che le ama a tal punto che, come disse un giorno a S. Caterina da Siena: “Figlia mia, se sapessi quanto amo io un’anima…, sarebbe l’ultima cosa che sapresti in questo mondo, perché solo a saperlo, ti farebbe morire”.

Quell’anima amante sentiva la corrente impetuosa della grazia divina che voleva attirare quel cuore per mezzo suo, e perciò le dava aiuti speciali: pazienza, tenerezza, costanza, libertà di servirsi di tutti i mezzi, come il Salvatore quando passava su questa terra, compiendo la missione affidatagli dal Padre, per salvare l’uomo.

Diceva quella discepola del Maestro divino: Io sentivo la forza dell’amore con cui Egli voleva attirare quell’anima, prima alla grazia e poi a godere insieme a Lui il cielo della vita interiore, dove l’amore dà senza riserva. Bastava che si fosse voltata indietro, volgendo un semplice sguardo a chi la cercava con tanto disinteresse; che avesse fatto un atto di pentimento, che avesse detto una parola di umiltà, di fiducia… Era tanto il desiderio di Gesù di stringerla sul suo Cuore, che con uno solo di questi semplici atti, io credo che sarebbe stata conquistata. Povera anima! Quanto sarebbe felice adesso, se avesse risposto ai richiami dell’amore! Se avesse detto il “memento mei”, “il ricordati di me” (cf. Lc 23, 43) del ladro pentito!

Chi la cercava, sapendo che l’amore arriva all’estremo, tutto aveva dato per conquistare quel cuore ingrato; ma erano quasi esauriti i mezzi, senza conseguire nulla, e soffriva, soffriva… La sua sofferenza era anche più grande al pensiero che non era lei che lavorava e soffriva… era Gesù nelle fatiche e nei dolori della sua vita mortale… Era l’amore infinito di quel tenero Padre che sperava di poter stringere fra le sue braccia quel figlio prodigo, e ordinare che lo vestissero a festa, con l’anello al dito, e si facesse un sontuoso banchetto… Ma l’ingrato non volle ascoltare la voce paterna… All’udirla, si allontanò ancor più dal suo amore. Infelice! Corse, come pecora sperduta, di burrone in burrone… e corre ancora…

Dio voglia che, prima di arrivare alla fine della sua infelice corsa, apra gli occhi. Ma adesso tutto è molto più difficile! Ogni grazia che si disprezza, ogni resistenza all’amore di Dio, equivale ad un maggiore allontanamento da Dio, ad un maggiore indurimento del cuore. Nell’amarezza di un male tanto difficilmente rimediabile, chiesi allora a Dio: Signore, a che serviranno, per quella povera anima, tante vostre misericordie? Il mio cuore, che ha sentito l’eccesso del vostro prodigo amore, per essa geme e teme. Avete mosso i miei piedi per cercarla, la mia intelligenza per discorrere sui mezzi che dovevo adoperare, la mia bocca per parlarle, la mia mano per scriverle le vostre richieste, le mie energie, la mia salute e finanche la mia vita, poiché Voi sapete che ve l’ho offerta per la sua salvezza. Dovranno restare vane tante delicate invenzioni del vostro amore? Tutto sarà inutile e senza vantaggio? E sentii dire: “Non solo inutili, serviranno anzi a suo maggior danno e castigo. Il mio amore dà tutto, ma anche di tutto deve chiedere un giorno stretto e rigoroso conto… Porrò dinanzi all’anima infedele tutto ciò che ho fatto per essa: le luci che ho dato al suo intelletto, le ispirazioni alla sua mente, le grazie all’anima sua… Per questo, soffre il mio Cuore un indicibile martirio e, mentre offro agli uomini il mio liberale amore, agonizzo di dolore vedendo che devo chiederne conto nell’ultimo giorno, aggravando il male dell’anima infedele”.

Questa è la triste storia che si ripete ogni giorno. Lo sanno bene i pastori delle anime, gli zelanti ministri del Signore e tutti quelli che davvero amano Dio, poiché l’amore fa che tutti siano apostoli.

l’ingratitudine degli uomini. Ma più dolorosa ancora e più abominevole è l’ingratitudine della creatura, quando le tenerezze divine sono dirette a strappare un’anima dalla Babilonia del mondo, e portarla nella sua santa casa.

La chiamata di Dio alla vita religiosa suppone un numero di grazie così immenso, che non è possibile conoscerlo in questa vita mortale.

E’ un’opera di amore, di particolare predilezione verso un’anima da parte delle Tre Divine Persone, le quali si sono come riunite in consiglio e lavorano insieme per ottenere che quell’anima si consacri a Loro. Quando Dio, nella sua infinita bontà, reclama un’anima per unirla a Sé in mistiche nozze, la chiama e torna a chiamarla con soavi voci interiori, segrete, ma vive ed efficaci. Dispone intorno ad essa mezzi, cose e persone, affinché tutto l’aiuti a rispondere alla sua divina chiamata, senza pregiudizio del libero arbitrio, che Lui sempre rispetta. Ma se l’anima non risponde, come spesso succede, tutto quel cumulo di benefici cade a terra, si disperde, con immenso danno dell’infedele che ha indurito il cuore alla voce del Signore quando, Amante appassionato, la chiamava, senza contare che quella stessa voce dovrà chiederle conto del suo amore disprezzato.

Non c’è bisogno di insistere a parole per provare la frequenza con cui questi fatti dolorosi si ripetono. Nostro Signore stesso ce lo assicura nel suo santo Vangelo quando dice: “Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (cf. Mt 20, 16). Quel molti equivale a dire che molte grazie sono disprezzate e poche sono accolte con frutto.

La luce dell’amore rende chiare e manifeste, all’anima che ama, queste tristi verità e le fa soffrire tormenti indicibili. Chi non ama, o ama poco, non è in grado di comprendere simili sofferenze, causate dallo stesso amore. Ma chi arde di questo fuoco divino, ha sempre una spada che gli trafigge il cuore con effetti vari, ma tutti più o meno capaci di farlo soffrire. A volte vorrebbe raccogliere tutte queste grazie perché ciascuna portasse tutto il suo frutto… L’anima amante si sente talvolta spinta a gridare e chiamare tutti, come fece la Samaritana quando, parlando con il Salvatore, si accese nel suo cuore il fuoco del divino amore: venite a vedere che cosa fa l’amore, che cosa dà, che cosa offre, che cosa soffre quando si vede disprezzato.

O come san Giovanni Battista quando ripeteva a tutti: “In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete” (cf. Gv 1, 26). E’ in mezzo a voi con le mani piene di grazie e doni preziosi, per arricchire con questi le anime vostre. E’ uno che non conoscete. E vedendo che nessuno viene, nessuno risponde alla sua chiamata, l’Amore passa; passa forse per non tornare più. Sembra quasi che voglia opporre una diga alla corrente della grazia, per non farla passare inutilmente, o non farla riuscire di maggior danno e castigo per quelli che non hanno voluto approfittare di essa. Ma al tempo stesso, l’anima sente che l’amore le impedisce di fare questo, perché è proprio dell’amore darsi, comunicarsi, offrirsi… L’amore non sopporta né dighe, né barriere; le infrange tutte e passa avanti, non c’è impedimento che lo possa trattenere.

In mezzo a questi penosi contrasti, per alleviare un poco le sue pene, l’anima talvolta si avvicina a qualche altra anima che le sembra disposta a ricevere in sé l’azione della grazia. Corre con ansia a quella, per indirizzarla al torrente dell’amore; le promette tutto, e tutto le offre e le dà senza riserva… Ma quando sta per ripeterle, come Gesù: “Oggi sarai con me in paradiso”, nel paradiso dell’anima, dove si sente e si gusta Dio, spesso succede che la vede di nuovo lontana dalla dimora della pace e dell’amore, dove il Signore l’attende. Ma perché ha perduto un così gran bene? Oh! per un nonnulla, per un piacere momentaneo, per una soddisfazione dei sensi, per un attaccamento a beni effimeri e vani, che come fumo svaniscono appena si arriva a possederli…; è per queste cose che spesso si perde Dio, la sua grazia, la santità, la perfezione.

gli eletti. Pochi sono quelli che si tuffano generosamente, senza timore, nel mare senza fondo dell’amore, di quell’amore che tutto vuole per poter tutto dare. Quando, nella morte di Gesù, quell’oceano di infinite ricchezze inondò tutta la terra, solo uno potette attirare al suo seno: un ladro pentito.

Quanto è duro il cuore umano! Davanti a Dio non esiste il tempo; c’è solo un istante, il momento presente: in quel momento muore continuamente Gesù per annegare nel suo Preziosissimo Sangue tutto il mondo, per purificare le anime e portarle al cielo. Soltanto questa o quell’anima approfittano di quel bene infinito, capace di rendere tutti felici. Passa rapido l’istante della vita presente, e la morte di un Dio e tante invenzioni amorose per essere amato dalle sue creature, si cambieranno per queste in motivo di mali eterni. Su di tutti, giusti e peccatori, cadrà il Sangue di Cristo; quel Sangue che invocarono i giudei: “Il suo sangue ricada sopra di noi” (cf. Mt 27, 25). Ma cadrà in modo tanto distinto! Sulle anime giuste, come rugiada divina che le eleva, le trasforma, le divinizza; sulle anime infedeli, come piombo che le schiaccia e fuoco che le tormenta eternamente.

Per molte anime, quello stesso Sangue sarà anche fuoco purificatore, ma nemmeno questo voleva l’amore. Nemmeno per un solo istante vorrebbe il Signore che fosse causa di tormento ciò che doveva essere sorgente delle più pure delizie del suo amore.

Non è questo il fine per cui si aprirono i cieli, le nubi piovvero il Giusto e la terra immacolata di Maria germinò il Salvatore. “La porta del cielo”, Maria, li aprirà per introdurli, prima, nel cielo intimo della vita interiore, e poi, in quello della gloria eterna…

Tutte queste verità le intende l’anima che ama e, essendo unita strettamente a Dio con l’amore, le sente, in certo modo, come Lui stesso. Le strappano spesso dal fondo del cuore il doloroso “Passi da me questo calice” di Gesù nel Gethsemani (cf. Mt 26, 39), alla vista dell’ingratitudine umana. Come Lui deve poi ripetere il non meno doloroso “Sia fatta la tua volontà” (cf. Mt 26, 42): se non è possibile, Padre, che passi questo calice senza che io lo beva, accettatelo insieme a quello di Vostro Figlio, per implorare misericordia a favore delle anime infedeli, e a consolazione del vostro paterno amore misconosciuto e disprezzato.


[1] * Cf. La Vida Sobrenatural, marzo 1928, pp. 186-192.


 
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