Libro Terzo – Il monte della mirra

IL MONTE DELLA MIRRA

Sta scritto che il Messia dovrà patire” (cf. Lc 24, 46)

Il santo Vangelo ci dice che era necessario che Gesù Cristo patisse (cf. Mt 26, 54; Gv 12, 33-34; 13, 18). I Santi Padri ci dicono, invece, che non era del tutto necessario che, per salvare l’uomo, Gesù affrontasse la passione e la morte. Un solo sospiro, una sola preghiera, il solo farsi uomo, il solo prendere carne dell’Immortale, dell’Eterno, sarebbero stati più che sufficienti a salvare il mondo e mille altri mondi, avendo i suoi atti un valore infinito.

Per questo motivo, dice san Paolo, per redimere l’uomo furono proposte al Salvatore due vie: l’una fatta di gioia e di onore, e l’altra di ignominie e di dolori (cf. Eb 12, 2).[1] La semplice proposta di queste due vie ci dimostra chiaramente che o l’una o l’altra sarebbe stata sufficiente per conseguire il fine della salvezza dell’uomo.

sofferenza e amore. Perché, allora, si dice che “era necessario” che Cristo soffrisse (cf. Lc 24, 26)? Mistero! Mistero, grande mistero di amore, sul quale molto poco si riflette. Perciò si ama così poco e così poco si apprezza la sofferenza.

Ciò che bastava alla giustizia di Dio non bastava al suo amore. Ecco perché Gesù scelse la sofferenza. San Bernardo dice che Gesù volle patire per imporre all’uomo il grande dovere di amarlo. Dovere più grande di quello che Dio impose sul Sinai quando disse: “Tu amerai il Signore tuo Dio” (cf. Dt 6, 5). Allora Egli parlò soltanto, facendoci sentire la sua voce maestosa e potente di Creatore, ma non gli costò nulla. Nella Passione ci parla invece col suo Sangue, con le sue Piaghe, con la sua Morte, voci più potenti ancora di quelle del tuono, per obbligarci ad amarlo. Così andrebbe intesa la parola di Gesù “era necessario” (cf. Lc 24, 26). Era necessario all’amore per manifestarsi a noi in tutta la sua estensione.

Essendosi Dio fatto capace di soffrire, era necessario che soffrisse, affinché potesse dire all’uomo: ti ho amato quanto ho potuto, facendoti sentire il “Tutto è compiuto” (cf. Gv 19, 30) dalla Croce: la consumazione dell’amore. Così, era necessario che Cristo patisse (cf. Lc 24, 26), ma necessario solo per glorificare l’amore.

Ma se per Gesù era necessaria la sofferenza per poterci mostrare quanto ci amava, o per glorificare l’amore, da parte dell’uomo invece è necessario non solo per questo, ma anche per purificare il nostro amore, perfezionarlo, consolidarlo, assicurare il suo dominio, e renderlo forte e battagliero. E’ certo che all’anima, tra le sofferenze, specialmente quelle dello spirito, succede come agli scogli in mezzo al mare. Quanto più le onde, infuriandosi, si scagliano contro di essi, tanto più questi si levigano e si mostrano forti e immobili ai loro colpi.[2]

salendo sulla croce. Beata quell’anima che ha compreso questa verità e sente il bisogno di dire con il divino Amante quando, spinto dalla forza dell’amore verso le anime nostre, bramava dispiegarlo davanti ai nostri occhi, salendo sulla Croce come su un trono d’amore: “Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre, me ne andrò al monte della mirra e alla collina dell’incenso” (cf. Ct 4, 6). Allusione al Calvario, dove ci fece vedere, in tutta la sua longitudine e latitudine, quanto ci amava. Ci svelò, in tutta la sua estensione, il suo sconfinato amore.

Su questo monte della mirra, su questa collina dell’incenso, di cui parla lo Sposo dei Cantici, deve ascendere anche l’anima amante. Beate quelle anime che sentono questa necessità e sono ansiose di scalare questo monte. Ma ancor più beate quelle che già si trovano sulla cima, dove s’incontrano gli amanti; in questo luogo divino, dove soltanto si realizzano trasformazioni meravigliose di anime, e si distilla quel vino prezioso che, miscelato con la gioiosa sofferenza, inebria le anime e le ubriaca di amore.

Ma è necessario, però, che le anime lascino operare liberamente questo nettare divino, senza alcuna resistenza da parte di chi lo riceve. L’amore non ammette violenza; in esso tutto è dolce e soave; e se non può operare liberamente e con dolcezza, smette di agire, poiché amore e violenza si escludono a vicenda. La forza dell’amore sta nell’agire liberamente e dolcemente, e quando lo si lascia agire così, esercita nel profondo dell’anima, come unico agente che possa farlo, una operazione di tale efficacia e solidità da rinnovarla incessantemente. La fa così rinascere a quella vita nuova, della quale Gesù parlò a Nicodemo: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3, 5), e cioè nel regno dell’Amore, cielo dell’anima. Quando questa, già purificata dalle sofferenze causate dall’amore, si è resa degna di diventare dimora dell’Amato, allora potrà ripetere: “Cristo vive in me” (cf. Gal 2, 20), “per me il vivere è Cristo” (cf. Fil 1, 21).

Le anime nelle quali si realizza questa preziosa trasformazione, hanno già pianto i loro peccati, hanno riformato la loro vita secondo le massime del santo Vangelo, e gustato le prime dolcezze della divina carità. Ben si potrebbe dire anche di queste che non è necessaria per la loro salvezza questa purificazione operata dalla sofferenza. Ma per poter mostrare al divino Amante, come Lui ha mostrato loro, tutto il loro amore, e anche perché questo amore si purifichi e sia degno di Dio, che trova macchie anche negli stessi angeli, la sofferenza è loro necessaria, come lo fu per Gesù. A Gesù fu necessaria per la gloria del suo amore; all’anima è necessaria perché il suo amore si purifichi, si perfezioni e salga di grado fin dove la invita il Signore.

vittime di amore. Nell’amore, lo sappiamo tutti, ci sono gradi ai quali bisogna sempre salire fino all’ultimo istante della nostra vita. E’ certo che non c’è mezzo più adatto e più proprio perché l’anima salga a questi gradi che questi intimi martìri che ella patisce, prodotti dall’amore stesso. In tal modo, il povero amore della creatura si rende degno di quell’eterno Amante che ci amò all’eccesso fino alla fine. Si può così dire dell’anima: è necessario che soffra; è necessario all’amore, come fu necessario per Gesù.

Tali sofferenze non sono esteriori, oppure di quelle alle quali nessun mortale può sottrarsi. Sono sofferenze dello spirito, intime, segrete, inspiegabili. Pur sforzandoci, con la grazia del Signore, di dire qualche cosa, dobbiamo convincerci di non essere compresi se non secondo il grado di amore che ciascuna anima nutre, e secondo la misura in cui questa lo esperimenta in se stessa. Tutte le anime amanti, più o meno, provano qualche cosa di queste sofferenze, che costituiscono, nello stesso tempo, i gradi dell’amore.

A parte il fatto che non è possibile spiegare i martìri dell’anima, riesce sempre assai dolce all’amante conoscere, anche se non bene espressi, i sintomi che accompagnano sempre questa divina infermità che lo tormenta con dolcezza, e conoscerne i rimedi; o meglio, darsi conto che non c’è alcun rimedio, perché se ce ne fossero, intensificherebbero il tormento. L’amore, e solo l’amore è tutto: carnefice, chirurgo, medico e medicina. L’amore basta a se stesso e non ha bisogno di nulla e di nessuno. In questo modo, le anime fortunate che soffrono di questa desiderabile infermità, sapranno fare ciò che è bene fare, e vedranno che per loro non c’è altro rimedio che l’amore, e che inutilmente andrebbero a cercarlo altrove.

E’ vero che l’amore stesso, se è forte, non permette loro di andare in cerca di altro rimedio, e gliene toglie anche la voglia di farlo. Ma è anche certo che l’anima potrebbe talvolta perdere tempo, lasciandosi sopraffare da incertezze, dubbi, e timori eccessivi. Potrebbe trattenere la mano di quest’unico medico capace di guarirla, non lasciandolo agire a tempo debito, non dandogli piena libertà di incidere e tagliare quando è necessario. L’amore è un coltello a due tagli, che spesso si compiace di tagliare a pezzi colui che ama, per avere il piacere di sentirsi ripetere ad ogni taglio: “ti amo, ti amo”, e formare così di tutto il suo essere l’unisono dell’amore che soffre e al tempo stesso aumenta, che si immola in olocausto e riceve in ogni momento nuova vita, per offrirla di nuovo all’amore, più pura e perfetta.

O Gesù, vittima di amore consumata sul Calvario fra le fiamme del tuo infinito amore, Tu dall’amore ricevi continuamente nuova vita per immolarla senza interruzione, sull’altare, in olocausto perenne. Tu che, solo, hai provato ogni genere di martìri, che hanno sofferto e soffriranno le anime che ti amano; aiutaci a parlare dei misteri ineffabili racchiusi nella sofferenza causata dall’amore. Ci appoggiamo alla tua Croce, quella Croce benedetta sulla quale hai consumato il grande sacrificio dell’amore supremo, che ti ha immolato per noi, e dalla quale dovrà scaturire la forza e la grazia della nostra immolazione per Te, se avremo la fortuna, come speriamo, di salire fino alla cima del Monte Santo, dove ci stai aspettando per fare di noi una sola cosa con Te, con lo stesso legame che unisce Te col tuo celeste Padre. Dacci forza e amore. Fa’ che i nostri occhi mai lascino di guardarti. Tu sei l’infermo che soffri tutte le piaghe e le ferite che tormentano le anime che amano. Tu sei il Martire che patisti tutti i martìri nel corpo e nello spirito. Degnati, Gesù, amante supremo, col tuo sangue divino e con le lacrime della fedele compagna dei tuoi martìri di amore, Maria Santissima, di dare efficacia a queste povere parole, perché penetrino nelle anime e servano per alcune di sollievo e conforto, per altre di luce che scopra loro il valore inestimabile di queste preziose sofferenze, ed ecciti in tutte le anime l’ardente desiderio di ripetere con la Serafica Riformatrice del Carmelo: O patire o morire.

anime che amate! Le parole di Gesù moribondo saranno la nostra speciale guida in ciò che stiamo per dire. Per mezzo di esse penetreremo nel suo Cuore “trafitto per i nostri delitti” (cf. Is 53, 5), sede di tutti gli amori, dal momento che, per la sua infinita carità, li elevò tutti e li portò fino al limite estremo, a nostro vantaggio.

Ciò che noi possiamo dire non saranno altro che gocce di quell’immenso mare che ha sommerso l’Amante divino. Gocce sono anche tutte le sofferenze delle anime, confrontate con l’amaro calice di dolori che Gesù vuotò fino alla feccia per amor nostro. Ma queste gocce, per il fatto che procedono dalla fonte eterna del puro dolore e del puro amore, bastano, debitamente accettate, a completare ciò che manca alla Passione di Gesù. Non solo nella nostra carne, con la penitenza del corpo, ma anche nel nostro spirito, allo scopo di ricevere le necessarie purificazioni, per poter essere ammessi all’unione con quel Dio, Spirito purissimo e perfettissimo, dal quale proveniamo e al quale dobbiamo un giorno ritornare, per essere consumati con Lui nella gloria, in una unione perfetta e unica.

Anime che amate! Gettatevi ciecamente fra le braccia dell’amore, perché vi purifichi come a Lui piace. Ricordatevi di ciò che disse Gesù, nostro amatissimo Salvatore, poche ore prima che cominciassero per lui le angosce e i dolori incomparabili della sua amarissima Passione: “Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te” (cf. Gv 17, 1). La sofferenza, l’ora della sofferenza Gesù la chiama l’ora in cui Egli sarà glorificato e potrà glorificare il Padre. Dal torrente di umiliazioni e dolori che lo aspetta, proprio di là uscirà la gloria della quale parla Gesù.

Lo stesso succede all’anima amante. La sua gloria personale e la gloria del suo Dio possono scaturire unicamente dal dolore, da quella sofferenza pura dello spirito, abbracciata con i sentimenti e con l’amore, con i quali l’accettò Gesù. Non ci sembri eccessivo il doverci assomigliare a Gesù. Egli è il nostro modello. Tutto ciò che Gesù ha fatto, lo ha fatto per darci l’esempio. E’ sceso sulla terra e si è fatto uomo per essere nostro Maestro, perché apprendiamo da Lui ad amare e a glorificare Dio. A prescindere dai nostri buoni desideri, Egli sa quanto grande sia la debolezza umana, quanto sia debole il nostro spirito nell’ora del Getsemani; quell’ora che gettò Gesù in una indicibile amarezza, facendogli pronunciare quelle parole di estremo dolore: “La mia anima è triste fino alla morte” (cf. Mt 26, 38).

Per questo pregò Gesù, per noi, per tutte le anime che giungono a questo punto, a quest’ora. Egli sapeva bene quante anime sarebbero venute meno nell’ora in cui, poste in stato di passività, ricevono dalla stessa mano divina i colpi che le rendono più perfette e le purificano, per renderle così più atte a dare a Dio quella gloria che gli si deve. Per questo, Gesù supplicò dicendo: “Consacrali nella verità… per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (cf. Gv 17, 17.19).

Per essere santificati nella verità, vedremo come sono necessarie queste purificazioni, nelle quali l’amore stesso è l’agente che compie questo nobile lavoro nell’anima che si abbandona generosamente a lui, senz’altra guida che l’amore, in pura fede. Quest’amore sarà anche la nostra guida per parlare di queste intime operazioni che avvengono nelle anime, per poter scoprire loro, con la sua luce oscura, il valore immenso di queste pure sofferenze dello spirito e gli inestimabili vantaggi che, per mezzo suo, vengono all’anima.


[1] Cf. Eb 12, 2: “Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio”.

[2] Madre Maddalena ha qui in mente l’esperienza di lotta interiore e di purificazione dei pensieri che san Paolo della Croce affrontò e vinse durante i quaranta giorni di ritiro nella celletta presso la Chiesa di S. Carlo in Castellazzo Bormida, dal tardo pomeriggio del 22 novembre 1720 al 1° gennaio 1721. Nel Diario, sotto il giorno 23 dicembre 1720, egli si intrattiene ad evidenziare quanto sia terribile e pericolosa ed insieme preziosa la lotta dello spirito e delle preoccupazioni del futuro, offrendoci la seguente interpretazione: “Nell’orazione di notte son stato con gran pace, soavità, e lacrime con altissima intelligenza dell’infinite perfezioni, massime dell’infinità bontà e poi per il resto del giorno son stato sepolto in desolazione, e inquietato esternamente da pensieri causati dal demonio di cose future. Quest’esternamente m’intendo, che vengono questi pensieri, come quando l’acqua del mare è in burrasche, la quale gonfiata da venti fa le onde grosse, le quali quando son vicine a scogli gli danno colpi, che pare li vogliano fracassare, e disfare, ma non è così, li danno sì, ma non li penetrano, né li disfano; può esser che li disgranino qualche poco, ma poi per la durezza del scoglio non v’è pericolo che l’onde per grosse che siano, li rompino. Così segue dell’anima quando è in orazione, la quale in quel caso è un scoglio perché Dio la tiene nella sua infinita carità, e perciò si puol dimandare (denominare) un scoglio di fermezza perché il Sommo Bene gliela dà: or il demonio invidioso di quest’altissimo stato dell’anima, quando è in orazione vedendo che non può rapirla dall’infinite mani dell’Immenso, cerca almeno sturbarla qualche poco con assalirla ora con tentazioni, ora con immaginazione, ora con varietà di pensieri, ed alle volte per più ingannarla con sue infami finzioni, e ciò per levarla dall’altissima attenzione a Dio, ma che in mezzo a quest’onde tempestose dei demoni, l’anima sta come un scoglio, essendo che sta sempre fissa al suo amato bene; quest’onde poi di pensieri non servono ad altro che a sgranarla qualche poco, e s’è di farla star per qualche momento senza quella singolarissima, ed altissima vista continua del suo Diletto, abbenché intendo che non vi stia nemmeno quel momento, ciò l’ho detto per spiegarmi meglio, perché né più né meno vi sta, ciò pare solo all’anima, la quale si svolge contro questi assalti, e li rigetta, e perciò le pare alla meschina perché perde un po’ di attenzione amorosa di non essere in braccio al suo caro Sposo, anzi Dio mi fa intendere che vi è e si compiace di vederla combattere, e questo le serve di maggiore profitto, perché in virtù di quel patire, che fa nel combattimento si purifica a guisa del scoglio, che se prima della burrasca era un po’ rugginoso, dopo la burrasca viene un poco più purgato, perché il moto dell’onde lo lavano. E’ vero però che bisogna star avvertiti, che quando vengono queste burrasche d’inquietudini di pensieri starsene sempre fissi in Dio senza farne conto, perché vedendo l’inimico che non se ne fa capitale se ne fugge poi deriso, perché vede che con l’aiuto di Dio non si temono. Quando mi trovo in queste burrasche di pensieri, ed altre inquietudini, mi volto al mio Dio dicendogli: Mio Bene, mirate un poco come si trova questa povera anima mia, e poi lo prego che s’è così la sua Santissima Volontà me ne liberi, e poi seguito a star così. Non tralascio di confessare che mi diano molto fastidio, ma sia tutto per amor del Sommo Bene, a cui sia onore, e gloria in sempiterno. Amen” (cf. Diario Spirituale di san Paolo della Croce. Edizione Castellazzese 2006. Riproduzione fotografica dell’originale di Paolo Sardi con a fronte la trascrizione critica, a cura di Max Anselmi Passionista).

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