Libro Terzo – Lo zelo che consuma

LO ZELO CHE CONSUMA

Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (cf. Lc 23, 34)

E’ vero che per i buoni tutto è buono, come dice l’Apostolo: “Tutto è puro per i puri” (cf. Tt 1, 15), in quanto non conoscono il male e non sanno pensare male di nessuno. Tuttavia, di queste parole molti sono soliti abusare, esponendosi a grandi pericoli, o lasciando che altri vi si espongano, come se non ci fosse nessun pericolo per loro, e la carità cristiana e la Legge santa e immacolata di Dio che ci vuole santi non solo nelle opere, ma anche nei pensieri e negli affetti, non ci obbligassero a fuggire da ogni occasione o esperienza di male, e a deplorare le offese di Dio e l’indicibile danno che fanno a se stessi quelli che offendono Dio.

espiazione. Quanto più un’anima è santa e più perfetta è la sua carità, tanto più è partecipe della giustizia e santità e verità della divina legge, e tanto meglio sa notare e distinguere ciò che a questa si oppone, cioè il peccato. Se così non fosse, se l’anima buona e giusta, per il fatto stesso che è giusta, non conoscesse o non potesse conoscere questo male, il più grave di tutti i mali, vero mostro infernale, se non provasse orrore della vicinanza di questo nemico mortale, per sfuggirlo, temerlo e aborrirlo, io non vorrei proprio una simile bontà.

Possiamo ammettere che certi bambini, o alcune anime pure ed innocenti, che si tengono lontani da questo sommo ed infinito male, non possano immaginare che questo male esista e meno ancora che ci siano persone che lo commettono e possono tranquillamente vivere in peccato. Ma mai possiamo ammettere che nel pericolo o nella vicinanza della somma perversità e malizia che il peccato contiene, le anime non reagiscano vigorosamente, tremando e sentendo una terribile avversione, che non può ingannarle, di questo miasma d’inferno.

E a proposito delle anime timorate che sinceramente tendono alla perfezione, ci sembra bene aggiungere che quello che abbiamo detto del peccato mortale, con le debite proporzioni, si debba intendere pure per i difetti e le imperfezioni.

Non si oppone, quindi, in nessun modo alla bontà, innocenza e santità, che si noti e si conosca ciò che vi è di imperfetto e difettoso nelle persone con le quali viviamo e trattiamo. Al contrario, è proprio dell’amore possedere un tatto o olfatto spirituale delicatissimo, per conoscere ciò che si oppone all’amore stesso. E’ certo che sempre la carità compatisce il difetto e cerca di attenuarne la gravità, scusando l’intenzione e compatendo il colpevole, come fece il divino Maestro dalla Croce, pregando per i suoi carnefici, e scusandoli presso il suo Eterno Padre perché non sapevano che cosa facevano. Ma è anche vero che li riconosce colpevoli, per il fatto che implora per essi la misericordia e il perdono.

Quando il Signore vuole che qualche anima si interponga, interceda ed espii per i peccati degli altri, sono i puri di cuore i soli capaci di unire la loro voce a quella della Vittima del Calvario e di essere ascoltati da Dio. Questi, Egli sceglie di proposito, perché sono retti e puri, e non si contaminano con la malvagità degli altri. Si verifica così, in essi, il detto: “Tutte le cose sono pure per i puri” (cf. Tt 1, 15), e il loro amore si purifica e si perfeziona nel crogiolo delle sofferenze intime, causate dalla conoscenza della stessa cattiveria degli altri.

La purezza dell’anima loro e l’intenso amore con cui amano Dio li fa essere tanto sensibili al peccato, ne sentono un tale orrore, perché è offesa fatta a quel Sommo Bene che essi amano tanto, che provoca loro dolori inspiegabili, intimi e vivi. Basterebbe questo per farli morire, se Dio non li sostenesse, affinché, uniti a Gesù, compiano la loro missione di vittime, implorando il perdono e la misericordia per i colpevoli.

Ma l’anima che ama, scelta per essere associata con il Salvatore a questa alta missione redentrice, ordinariamente non si rende conto dei grandi vantaggi che provengono, per essa e per gli altri, dalle loro sofferenze. Quando l’amore è grande, non si arresta a considerazioni di vantaggi e di profitti. Si occupa e pensa solo a piacere alla persona amata. L’anima, sapendo che Dio vuole la salvezza dei peccatori e che essa si santifichi, ascoltando il Salvatore implorare il perdono per essi, proprio nel momento in cui avrebbero meritato di essere distrutti e annientati, si sente mossa a fare altrettanto. Però, al di sopra di questo conforto, domina sempre il dolore che l’amore offeso le causa. L’offesa fatta alla maestà divina è sempre la causa principale delle sue intense sofferenze. L’amore la muove allora, come mosse Gesù, a servirsi di quegli stessi dolori e pene che i peccati le fanno soffrire, per riparare e implorare il perdono ai peccatori, affinché sovrabbondi la grazia proprio là dove abbonda l’iniquità.

Ma le atroci sofferenze che si devono patire affinché le suppliche siano accolte, e Dio perdoni e conceda la grazia ai colpevoli, le conoscono soltanto le anime che amano veramente il Signore, e sono penetrate nel suo divin Cuore quando, tra i dolori inauditi della sua agonia, supplicò il Padre per i suoi crocifissori. Elevando una tale preghiera in un momento così solenne e angoscioso, Gesù ci rivela un po’ dello stato di sofferenza dell’anima che, terrorizzata dal peccato, chiede, a sua imitazione, il perdono e la misericordia.

per la gloria di dio. Quello che abbiamo definito ‘tatto spirituale’, proprio dell’amore, è, per l’anima che ama, una delle cause delle sue sofferenze, forse quella che più gliene procura, per il fatto che il peccato è l’opposto dell’amore e tende direttamente a distruggerlo. E’ sempre vero, comunque, che dove c’è il peccato, non c’è amore: “Chi commette il peccato, viene dal diavolo” (cf. 1 Gv 3, 8). Dove ci sono difetti e imperfezioni, c’è sempre diminuzione di amore. Questa sofferenza, più facilmente degli altri, la comprende l’anima che ama. Chi non ha provato la pena causata dal vedere un padre, o un fratello o qualunque persona amata, essere causa, per i suoi peccati, di tanta amarezza per il Cuore di Dio, e di mali infiniti per le loro anime? Ma è certo che ciascuno prova questa pena con maggiore o minore intensità, secondo il grado di carità che possiede. Effettivamente, vediamo che tutti quelli che sono in grazia di Dio, più o meno, sentono pena del peccato e inorridiscono davanti all’offesa di Dio e alla cattiveria. Ma i martìri intimi, che penetrano fino al midollo dell’anima, li provano solo le anime che amano Dio con tutto il cuore e vivono intimamente unite a Lui, bontà, amore, carità, santità per essenza. Deve essere così, e si capisce facilmente. Non sono esse, le anime, che sentono così; è Dio che in esse dimora; quel Dio che odia il peccato quanto ama Se stesso. Per conseguenza, lo odia, essenzialmente, necessariamente, infinitamente.

Diceva un’anima alla quale il Signore diede qualche lume su questo punto: “Ho considerato il male immenso che è il peccato, riflettendo sugli effetti che un solo peccato produsse negli angeli ribelli. In un istante, che grande caduta! Da quale altezza precipitarono!… E per tutta un’eternità! L’ho considerato anche ai piedi del Redentore crocifisso, e ho visto nel suo sangue, nelle sue piaghe, nella morte così ignominiosa dell’Autore della vita, quanto sia orrenda la sua malizia! Credevo che, dopo aver visto un Dio morto per il peccato, non si potesse concepire una malizia maggiore. Ma quando Dio, affinché soffrissi con Lui, me lo fece intendere, conoscere e sentire con l’intimo dell’anima mia, per gli effetti che in essa produce, conobbi molto di più la sua malizia. Conobbi che il peccato, per quanto è in sé, tende alla distruzione dell’anima; di quell’anima eterna che è come qualcosa della stessa essenza divina, di Dio suo Creatore, che con alito divino la infuse nell’uomo per renderlo simile a Lui”.

Quando Dio ce lo fa capire e sentire in questo modo, il peccato ci sembra il massimo grado di miseria morale a cui può giungere la creatura. Essendo il peccato un male infinito, la creatura mai potrà giungere a comprenderlo in tutta l’estensione della sua orribile mostruosità e malizia.

Il peccato toglie, in certo modo, a Dio l’impero assoluto che Egli ha sulle sue creature. Lo trattiene e gli rende impossibile operare nell’anima dove esso risiede con la sua malizia. Lega le sue stesse mani creatrici che formarono l’uomo, e che, con un ‘fiat’ della sua bocca divina, gli diedero l’essere e la vita.

Questi tristi effetti li produce non solo il peccato mortale, ma proporzionatamente anche il peccato veniale e qualunque colpa avvertita, per leggera che possa sembrare. Ogni colpa è sempre un gran male, perché arresta l’opera dell’amore e impedisce che Dio compia l’opera santificatrice che Egli, per sua bontà, è portato incessantemente a realizzare nelle anime.

sentire con cristo gesù. Se ci fosse concesso di penetrare nell’intimo di Gesù, nel suo Cuore amante, quando sulla Croce per la prima volte schiuse le sue labbra per dire: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” (cf. Lc 23, 34), allora potremmo ben capire l’intensità della sofferenza, che l’offesa di Dio, il peccato, e tutto ciò che si oppone alla sua giustizia e santità, genera in colui che ama.

Erano passate poche ore dal momento in cui il Salvatore, nell’effondere il suo amore per l’uomo, aveva elevato al Padre quella preghiera, tenera e commovente: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. (…) Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. (…) Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (cf. Gv 17, 11.21.23).

Dio, certo, aveva ascoltato la supplica del suo amato Figlio che chiedeva perfetta unione intima con l’uomo, proprio quando stava per pagare, con la sua preziosa morte, il prezzo dovuto per realizzare questa unione di amore con Lui. L’uomo, al contrario, proprio nello stesso momento, con inaudita ingratitudine, rende inefficaci tutte le fatiche e i dolori di Gesù, e con empia e inconcepibile audacia, si allontana dall’amore paterno che vuole unirlo a sé. Ed è così che lo sforzo supremo che Dio fa per dare all’uomo l’abbraccio paterno in segno dell’amore più tenero, è reso vano dall’ingratitudine dell’uomo!

O Gesù, amante misconosciuto, sfoga la tua ira vendicatrice su questo mostro di ingratitudine che, con frenetica audacia, tenta di eludere il tuo amore! Abbandona questo essere inumano in balia della sua triste disavventura! Questo, noi creature ingrate, meritavamo; ma stava scritto che le acque amare di tutte le iniquità umane non bastavano ad estinguere la carità divina: “Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo” (cf. Ct 8, 7).

E l’amore trionfa, e con quanta gloria! Scusa il colpevole e, nel momento del dolore, chiede per lui perdono e grazia. Ma chi potrà dirci quanto intensa sia la sofferenza di quel Cuore che così profondamente ama l’uomo, durante la preghiera che eleva per lui?

La colpa commessa era così grande che nessuno, per essa, avrebbe potuto meritare il perdono, e nessuno avrebbe potuto osare chiederlo, se non lo stesso divin Redentore, proprio quando offriva la sua preziosa vita per riscattare l’uomo dal peccato. Gesù sapeva tutto questo e, pur prevedendo che per tanti sarebbe stato inutile, rivolse la sua supplica al Padre per quelli che, incoraggiati dalla sua preghiera di merito infinito, avrebbero un giorno sperato di ottenere il perdono dei peccati. Ma intanto il suo Cuore resta sommerso nella più amara delle ingratitudini umane: “Affondo nel fango e non ho sostegno; sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge” (cf. Sal 68, 3).

Fu questa intima sofferenza dell’anima, procedente dall’ardente amore a Dio, che fece dire a Mosè quella enfatica espressione che potrebbe sembrare esagerata a chi non ama: “Signore, o perdona al tuo popolo, o cancellami dal libro della vita” (cf. Es 32, 32 vulgata). Per lo stesso motivo, scendendo dal monte con le tavole della Legge, pieno di santa indignazione, fece a pezzi quel ricco e prezioso dono che aveva ricevuto dal Signore. Fece questo per farci capire che non c’è tesoro, né ricchezza né cosa preziosa che possa compensare la perdita della grazia divina. L’anima priva della grazia non è degna di nessun dono e di nessun bene, né è capace di goderne.

Il profondo dolore che gli causava la sola vista dei peccati, fu anche ciò che fece dire al profeta Elia, desideroso di morire: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri” (cf. 1 Re 19, 4). E Paolo Apostolo: “Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema”, per la salvezza dei miei fratelli (cf. Rm 9, 2-3).

Queste sofferenze sono state a volte tanto grandi in alcune anime sante che, ad imitazione del divin Salvatore nell’Orto degli Ulivi, le hanno fatto agonizzare, patire dolori di morte, fino a sudare sangue, come successe varie volte a S. Gemma Galgani. Lo dichiarò lei stessa a chi le chiese il motivo di quello strano sudore: “E’ stato – rispose – per la grande sofferenza che ha provato il mio cuore al sentir bestemmiare”.

l’offesa del peccato. I peccati gravi, che privano l’anima della divina grazia, pur essendo, disgraziatamente, molto frequenti, non sempre feriscono l’udito di coloro che amano il Signore; non li vedono né sono sempre presenti quando si commettono. Può accadere che passi parecchio tempo senza che alcuno di questi colpi dolorosissimi rinnovi le ferite nel cuore di coloro che amano. Ciò che spesso tormenta le loro anime e fa provare loro dolori acuti, intime sofferenze fino allo struggimento, sono i peccati veniali, le piccole mancanze, o quelle cosiddette incorrispondenze alla grazia, le infedeltà alla legge dell’amore. Questa legge dovrebbe essere meditata e osservata, specialmente da quelli che sono obbligati alla perfezione, come la Legge di Dio, perché questo esige l’Amante delle loro anime. Egli si adopera continuamente, in mille modi e maniere, di attirarle a sé, per comunicare loro doni e ricchezze, ma senza mai riuscirvi in tante anime, per gli ostacoli che si oppongono all’azione della sua grazia. Sono figli che rifiutano le carezze del più tenero padre, il quale non si stanca di invitarli ad accostarsi per poterli stringere al suo cuore paterno. Disprezzano l’eredità del padre, preferendo morire di fame, lontani dalla casa paterna. Un Dio cerca e chiama l’uomo, e l’uomo fugge da Lui! Oh miseria più grande di ogni miseria! – esclama S. Agostino. Il mondo dice: Io mi esaurisco e finisco; e Voi, mio Dio, esclamate: Io fortifico e rinnovo… e la cecità di molti è così grande che preferiscono seguire chi si esaurisce e finisce piuttosto che chi fortifica e rinnova. Quante anime sono vicine alla fonte di quell’acqua che zampilla fino alla vita eterna, e per non fare pochi passi, vengono meno e restano sempre rachitiche, affamate di Dio, ma senza mai gustare quanto è dolce il suo divino amore.

Tutto questo lo vede continuamente chi ama Dio; gli provoca un martirio nascosto nell’intimo dell’anima, e gli fa soffrire, unito al suo Amato, le pene dell’amore misconosciuto, disprezzato, perseguitato.

Questa è una pena che non ammette conforto, se non viene meno la causa che la produce. Al contrario, agli occhi di chi veramente ama Dio, l’anima infedele appare sempre più chiaramente colpevole, grave, piena di irrimediabili conseguenze, per l’infedeltà e ingratitudine che contiene, poiché spesso quelli che resistono all’amore, sono proprio i più favoriti da Dio, e forse, scelti fra migliaia e obbligati, per il loro stato di consacrati, ad amare Dio con perfezione.

In realtà, che cosa esige e chiede l’amore a tante anime, per poterle invadere? Cose così piccole e insignificanti che dovrebbero farci arrossire, riempirci di confusione e di vergogna, solo a dirlo. Chiede un pochino più di mortificazione dei sensi, la rinunzia a quelle soddisfazioncelle naturali che ostacolano l’azione della grazia che ci inclina al bene. Chiede di vivere un po’ più dimentichi di sé e delle cose materiali; più raccolti e ritirati, senza dissiparsi troppo facilmente in cose esteriori. Un po’ più di indifferenza e umiltà di giudizio; ravvivare un po’ più la fede nei Superiori, pensando che ogni autorità viene da Dio, e accettare tranquilli le disposizioni che essi prendono nei nostri riguardi. Oh, la fede! Che gran cosa è la vita di fede! Solo considerando ogni cosa alla luce di questa fiaccola, quante anime giungerebbero all’unione con il Sommo Bene!

La stessa luce di questa sicura fiaccola, che ha guidato tanti che già godono Dio nella patria celeste, e dirige i passi di tante anime buone in questo deserto di dolore, risplende per tutti, e egualmente tutti guiderebbe, se volessero seguirla. Ma la maggior parte delle anime tengono per guida la prudenza umana e carnale, la quale si oppone diametralmente allo Spirito del Signore.

compatire il colpevole. Tutto questo non può passare inosservato a un cuore puro, ardente di divino amore. E’ vero che l’amore stesso gli dà la forza e la grazia per dissimulare, compatire, tacere come se nulla vedesse, specialmente quando capisce che il parlare sarebbe senza frutto. Ma, nel segreto del suo cuore, mentre va ripetendo con il divino agonizzante del Calvario: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (cf. Lc 23, 34), soffre con Lui un martirio tanto più intenso e doloroso quanto più intimo e nascosto.

La carità cristiana, spesso, o piuttosto continuamente, fa dire ai seguaci di Cristo le suddette parole, di compassione per i colpevoli e di preghiera per loro. Ma nello stesso tempo è consapevole che essi non sono senza colpa, perché se veramente e generosamente volessero, sta nelle loro mani, con l’aiuto della grazia che con tanta abbondanza viene loro offerta, di mortificare la natura viziata, per vivere la vita dello spirito. Di questo si renderebbero ben conto essi stessi, se volessero aprire gli occhi e vedere che la causa del loro non progredire nella perfezione e nell’amore di Dio, a cui si sentono chiamati, risiede in loro stessi. La causa sta nella mancanza di generosità e perseveranza nel vincersi e nel mantenersi fermi nell’abbandono totale di se stessi fra le braccia di Colui che ha su di essi un’autorità totale e assoluta, per averci creati, redenti e forse anche chiamati, con vocazione speciale, a seguirlo più da vicino.

Nessuno sa quanto soffrono gli amanti di Dio, nell’intimo dell’anima loro, mentre vanno ripetendo il “perdona loro” (cf. Lc 23, 34). Anche sul Calvario, fra quelli che sentirono pronunciare queste stesse parole dal Salvatore, nessuno, ad eccezione della sua Santissima Madre, comprese l’immensa afflizione che invadeva il suo Cuore quando, dal sacro legno della Croce, ce la fece udire per la prima volta. Questa pena di non essere compreso nel suo dolore, accrebbe a Gesù la sofferenza, come l’aumenta nelle anime che, soffrendo per lo stesso motivo, non trovano chi li accompagni e soffra con loro. L’unico sollievo che si possa dare a questa sofferenza è che altri vi partecipino. Ma poche volte viene loro concesso questo sollievo, perché poche sono le anime che davvero amano Dio e partecipano all’amaro calice che Egli tiene riservato per i suoi eletti, cioè la sofferenza causata dal puro amore.

o maria! Madre purissima di amore e di dolore! Tu sola conoscesti la profondità di questo dolore di Gesù e sapesti compatirlo in questa sofferenza. Sii anche il conforto e il sostegno delle anime amanti, che con te e con Gesù bevono questo calice amaro dell’umana ingratitudine. Fa’ loro comprendere la consolazione che il loro patire procura a Gesù e al tuo Cuore materno; e insieme quanto efficace e a volte necessaria sia la loro perfezione, come uno dei mezzi di cui si serve spesso il Signore per purificare l’amore di quelli che amano, e che vuole portare all’intima unione con Lui.

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