Libro Terzo – Nella fecondità spirituale

NELLA FECONDITA’ SPIRITUALE[1]*

Donna, ecco tuo figlio” (cf. Gv 19, 26)

Il Maestro divino, morente sulla Croce, affidò Giovanni alla sua Ss.ma Madre, dicendo: “Donna, ecco tuo figlio” (cf. Gv 19, 26). Se Egli non la chiamò col dolce nome di Madre, fu perché era arrivata per lei l’ora – come arriva per le anime che progrediscono nell’amore – di affidarle un’altra maternità. La maternità spirituale sulle anime; quella maternità che il Salvatore aveva promesso di concedere a tutti quelli che avessero fatto la sua divina volontà: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (cf. Mt 12, 50). Elevò così, in certo modo, questa maternità spirituale di cui stiamo parlando, alla stessa altezza dell’altissimo privilegio della maternità divina.

In realtà, il fine della prima maternità era di dare un Salvatore a tutti gli uomini in generale; rimuovere gli ostacoli che si interponevano fra le anime e il loro Creatore, dando morte al peccato e ridando ad esse la grazia e la vita che per esso avevano perduto.

La seconda maternità era destinata invece a dare alle anime in particolare quel Gesù che la prima maternità aveva generato, facendole vivere della sua vita, modellandole secondo il modello divino, frutto benedetto del seno verginale di Maria, Figlio primogenito della grande famiglia spirituale di cui Ella doveva essere Madre universale, proclamandola tale lo stesso divin Salvatore, dalla Croce, quando le affidò Giovanni come figlio.

Ad imitazione di Maria Santissima, quando le persone spirituali sono giunte ad un grado abbastanza alto di perfezione, in proporzione del grado di amore che hanno, anche a queste Dio concede questa maternità spirituale. Ripete loro interiormente, mostrando loro altre anime, le stesse parole rivolte dalla Croce alla sua Ss.ma Madre: “Ecco tuo figlio” (cf. Gv 19, 26).

la paternità di dio. Dio è infinitamente ed eternamente fecondo. Principio e sorgente di ogni fecondità; da Lui tutte le creature la ricevono. La sterilità è un difetto, una imperfezione, che in Dio non può esistere. Né Dio può permetterla nell’anima amante, alla quale sta unito in un modo tanto intimo e infinitamente superiore a tutte le altre cose create.

Abbiamo già visto qual è la sofferenza dell’anima che ama Dio, al vedere la perdita incalcolabile della grazia da parte degli uomini, per la durezza del loro cuore; lo spreco e il disprezzo di questo tesoro di infinito valore, che supera ogni altro bene in terra e in cielo, essendo stato acquistato col sangue di un Dio. Per questo, l’amore divino aggiunge a questa sofferenza, o meglio, genera nell’anima amante un amore di madre, vivo, forte e tenero, per la salvezza degli uomini e, in modo particolare, per qualche anima che le affida.

Questo è il modo di ricevere la maternità spirituale; maternità che aumenta indicibilmente le sofferenze delle anime privilegiate, scelte per questa missione, eccelsa e salvatrice.

Nei dolori umani, quando se ne vuole esprimere uno molto intenso, una pena o amarezza molto grande, si fa sempre riferimento al cuore della madre. Nessun altro cuore è più sensibile al dolore, perché nessun altro ama quanto e come un cuore materno. Dio stesso, nella Sacra Scrittura, per esprimere il grande amore che nutre per noi, lo paragonò a quello di una madre che sta allattando, piena di tenerezza, i suoi figli. E lo stesso fa l’Apostolo: “Come una madre nutre e ha cura delle proprie creature” (cf. 1 Ts 2, 7).

E’ così, perché Dio stesso ha posto nel cuore della madre una sensibilità così squisita per l’amore e per il dolore da non esserci l’eguale. Sembra che il cuore della madre, Dio lo abbia, in modo speciale, avvicinato al suo, comunicandogli una parte della medesima tenerezza paterna e bontà che Lui ha verso gli uomini.

Solo il cuore di una madre può conoscere certe sofferenze intime e penetranti, che trafiggono l’anima. Solo essa ha anche la forza per patire tanto, a volte per mesi, per anni e anche per tutta la vita, senza soccombere sotto il peso di dolori tanto acuti, come li soffrì il purissimo Cuore di Maria Santissima durante tutta la sua vita.

maternità spirituale. Tutta questa tenerezza, sensibilità e capacità di soffrire, Dio l’aggiunge, in senso spirituale, all’anima che Egli favorisce con questa mistica maternità. Questo avviene con la perfezione e differenza immense che esistono fra il materiale e lo spirituale. E quanto grande è questa differenza! Non hanno niente a che vedere i legami della natura con i mistici legami che uniscono le anime in Gesù Cristo, Capo del corpo mistico, le cui membra sono tutti gli uomini, per i quali ha dato la vita. Certo che nell’ordine materiale non c’è maternità senza dolore, avendo pronunciato questa sentenza Dio stesso là, nell’Eden, dopo il peccato (cf. Gen 3, 16). Non è altrimenti nell’ordine spirituale. Ben lo sanno le anime che lo hanno provato! Quante lacrime sgorgano, non dagli occhi, ma dal cuore, e non di acqua, ma di fuoco – del fuoco dell’amore – che si diffonde in tutto il loro essere e le consuma in mistiche pene!

Quando si parla delle sofferenze di una madre, si dice sempre: bisogna essere madre per conoscerle e capirle. Lo stesso potremmo dire di queste sofferenze. Per comprenderle, è necessario che l’anima sia unita a Dio con il forte legame dell’amore. Questo legame, poi, permette un’altra unione, anche più intima, che le comunica questa fecondità spirituale. Questa le suscita continui desideri che la consumano, indicibili ansie di dare al suo Amato frutti certi della sua mistica unione con Lui, cioè anime; darle alla luce – alla luce della grazia e dell’amore -, conquistargli cuori che lo conoscano e lo amino. Prima, le bastava consumarsi, lei di amore per Lui, immolarsi con sacrifici, sofferenze e preghiere. Ora che quell’amore è più intenso, è necessario che l’anima, esca da se stessa per andare nel campo a cogliere frutti e offrirli al suo Sposo; esca in cerca di anime, come il Verbo Eterno uscì dal seno del Padre per portare anime al suo amore…

Questo portare anime all’Amato, è fonte di energie per queste anime. Esse appaiono completamente dimentiche di se stesse, senza che facciano caso alla fatica e alla stanchezza che a volte le opprime dentro e fuori, senza contare le sofferenze che le tormentano nello spirito. Corrono in cerca di pecore smarrite, per monti e per valli, in mezzo a difficoltà, pericoli e ostacoli di ogni genere. Spesso senz’altro risultato che quello di aumentare i loro martìri interiori.

I trionfi che conseguono, quante sofferenze costano loro e quante ne dovranno ancora affrontare! Sono nuovi figli, frutti di dolori e causa di nuovi dolori. Ma vanno avanti, sempre avanti, queste anime amanti, senza fermarsi un istante, spinte dalla forza dell’ardente amore materno che hanno nel cuore. Le armi con cui combattono non sono materiali. E’ la potenza di Dio, efficacissima per diroccare la fortezza di cuori induriti e ostinati. Per questo, possono dire come diceva l’Apostolo san Paolo ai Corinzi: “Le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze” (cf. 2 Cor 10, 3-4).

I mezzi più efficaci per vincere il male e conquistare i cuori, sono la bontà e l’amore. L’amore più forte è quello della madre, che ama spiritualmente, che ama le anime come sue proprie figlie; che le ama come le amava la Vergine Santa, anteponendo la loro salvezza e il loro bene ai propri interessi, e facendo sentire in questo modo quanto sono amate da Dio.

amare il patire. Ma per conseguire questo amore materno e amare con costanza come ama una madre, è necessario accettare con generosità le indicibili pene del cuore che questo esige. Diversamente, non è possibile giungere a questo grado di amore. Ci potranno essere tutt’al più alcuni atti di amore isolati, ma con poco frutto, perché non c’è nel cuore un amore materno stabile e duraturo. Oppure il cuore non è modellato secondo il cuore di Colui il quale è più che madre, e che conferisce tutta la delicatezza e tenerezza dell’amore, rendendolo capace di assumere tutte le forme e tutti gli aspetti. Se prima abbiamo visto le anime amanti correre in cerca della pecora smarrita, ora le vedremo sedute, fingendo di riposare, come Gesù al pozzo di Sicar, mentre il loro cuore arde come un vulcano, nella speranza di conquistare qualche cuore traviato. Si dimenticano delle necessità più urgenti della vita, come il mangiare, e a chi a questo le invita, rispondono con lo stesso ardore del divino Maestro, Gesù: “Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato” (cf. Gv 4, 34).

Altre volte, si vedono queste anime abbracciare con tenerezza veramente materna certi figli prodighi che tornano alla casa paterna. Allora uniscono le loro lacrime di gioia a quelle amare dei penitenti, senza che siano trattenute dalle piaghe incancrenite dei loro peccati, che sono ancora fetide e danno la nausea a chiunque altro che non ami con questo invincibile amore. Per loro, per queste anime madri, quelle piaghe purulenti sono, in modo speciale, oggetto delle delicatezze del loro affetto, delle tenerezze del loro amore. Ma per giungere ad imitare in questo modo il divin Salvatore nei punti più pietosi in cui ce lo mostra il santo Vangelo, quante intime pene hanno dovuto e devono soffrire!

immagini del verbo. Quando l’amore divino invade in questo modo un’anima e le concede queste viscere materne, quante meraviglie vi opera! Non importa se siano Ministri del Signore, uomini o donne, dotti o ignoranti. Ma, senza dubbio, nel Sacerdote che Dio ha chiamato, in modo speciale, a continuare la missione del suo divin Figlio sulla terra, questo amore materno riveste un carattere molto particolare.

Ingrandisce il suo aspetto, riflettendo su di lui vivamente l’immagine del Maestro, di cui è discepolo, e che scese dal cielo in cerca dei peccatori, e per salvare tutti non risparmiò pene e fatiche, fino a dare la sua preziosa vita su di un legno infame.

Oh, se comprendessero bene questo, tanti Ministri di Dio, che a volte si stupiscono e si lamentano vedendo che le loro fatiche sono infruttuose, infecondi i loro ministeri, e chiedessero a Dio, con umiltà, un vero amore di madre per le anime, senza temere quei dolori che porta con sé questa maternità spirituale! Quanto presto vedrebbero cambiarsi le cose e potrebbero applicare a sé quelle parole della Sacra Scrittura: “I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio”. (cf. Is 60, 4).

Soltanto col calore dell’amore materno si attirano da lontano i cuori, ed aumenta la famiglia spirituale intorno a sé. Ma senza conformarsi a questa legge del dolore, è impossibile che le anime amanti diano figli allo Sposo divino. Peserà sempre su di esse la vergogna della sterilità.

Per aiutare Gesù in questa missione salvifica, è necessario poter dire come l’Apostolo Paolo diceva ai Corinzi: “La nostra bocca vi ha parlato francamente e il nostro cuore si è aperto per voi”. “Io parlo come a figli”, a comportarsi come lui “con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angoscecon purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero” (cf. 2 Cor 6, 11.13.4.6).

Tutte virtù che solo si trovano riunite nel cuore delle anime madri, che hanno meritato, con la fedeltà e l’amore, di essere associate da Dio alla grande opera della redenzione umana.

gli eletti del verbo. Beate la anime alle quali il Signore affida questa preziosa ed eccelsa missione; beati anche quelli che hanno la fortuna di ricevere le cure di queste tenere e vere madri che amano e sentono col cuore di Gesù! A questi tali esse, queste anime elette, possono mostrare, senza timore, tutte le miserie spirituali che macchiano e deformano l’anima loro, tutte le piaghe e le infermità che li affliggono.

Il privilegio della maternità spirituale è stato concesso a queste anime apostole, in modo speciale, per i miserabili e peccatori.

E’ cosa certamente molto commovente contemplare il modo in cui queste pecore smarrite sono ricevute quando, timide e vergognose, si avvicinano ad una di queste anime madri. Con che tenerezza sono accolte e trattate, e con quanto delicato amore! Come vanno ripetendo con il divino Maestro: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (cf. Mt 9, 12). Il balsamo delle loro parole ha una virtù capace di sanare ogni genere di infermità. Mille volte beati, ripetiamo, quelli che sono giunti a possedere un grado di amore che ha meritato loro dal Signore questa insigne grazia. Essi fanno sentire ai loro prossimi quanto il Padre celeste li ama, e si fanno, come Gesù, “cammino” per portare le anime a Dio.

costanza. Sono pochi, purtroppo, quelli che sanno apprezzare un così grande favore e lo chiedono al Signore. Se fossero in più a chiederlo con fervore, senza dubbio l’otterrebbero.

Per questo, il Signore si serve spesso di una qualsiasi persona, anche se non siano suoi ministri. A queste persone, essendo poche, ricorrono tutti, come dice di Gesù il santo Vangelo: “Tutta la folla cercava di toccarlo, perché usciva da Lui una virtù che sanava tutti” (cf. Lc 6, 19).

Abbiamo detto che sono poche le anime che posseggono queste viscere materne. La causa è perché poche sono quelle che sanno sopportare gli intensi dolori di questa maternità spirituale. Le può sostenere soltanto l’intenso amore di unione con il loro Sposo divino: il contemplarlo spesso, prostrato nell’Orto degli Ulivi, grondante sudor di sangue, alla vista delle anime che, infedeli al suo amore, si sarebbero strappate con violenza dal suo seno paterno, per gettarsi nelle braccia del suo eterno nemico. L’esempio di Gesù che suda sangue, agonizza e muore inutilmente per tanti, è l’unico che possa dar forza e coraggio a queste anime madri. A volte devono anche loro, come il divin Salvatore, agonizzare, e soffrire dolori di morte, per anime ingrate, per figli ribelli, che, resistendo pertinacemente alla grazia, non fanno altro che lacerare il loro cuore materno con la loro irreparabile perdizione. Ma esse, le anime madri, continueranno la loro missione. Il loro cuore, anche se sanguina di dolore, ama e amerà ugualmente, sempre, con tenerezza e fortezza di madre.

Spesso ci dedichiamo, come è nostro dovere, alla santificazione e salvezza delle anime. E dopo aver lavorato e parlato e ripetuto i nostri tentativi, e chiesto a Dio e alla Ss.ma Vergine che la grazia trionfi sulle anime, vedendo che nulla si ottiene, arriviamo a dire: “Ho fatto tutto ciò che ho potuto; non so che fare di più”. Arrivano a dire così anche i Ministri del Signore. Ma mai arriveranno a questo punto le anime alle quali Gesù, come alla sua Ss.ma Madre, ha detto: “Ecco tuo figlio” (cf. Gv 19, 26), affidando loro altre anime. Quando per gli altri tutti i mezzi sono esauriti, li trovano ancora questi cuori di madri. E’ allora che più sperano di riuscire ad attirare anime con quel mezzo potente che è l’amore materno. E mentre queste anime amanti si consumano in un martirio interiore, prodotto da quel forte e duplice amore – quello di Dio e quello delle anime –, ridotto ormai ad una unità dalla perfezione con cui amano, moltiplicano la famiglia di Dio. Inventano nuovi mezzi, trovano parole nuove e nuove prove di tenerezza e di amore.

E Dio, non tanto per quello che fanno, che a volte è poco per quello che possono, quanto per le sofferenze dell’anima loro, patite con tanta fortezza e costanza, dà loro figli, nuovi figli, frutti questi di quell’intimo patire, di cui sono capaci soltanto le anime madri.

anime che amate! Forse, fra coloro che leggeranno questa mia riflessione, vi sarà chi ha o ha avuto la fortuna di conoscere una di queste anime. Abbiamo detto che ve ne sono poche, ma dobbiamo aggiungere che non sono tanto rare come sembra a prima vista. La causa è perché non tutte quelle che hanno ricevuto dal Signore questa maternità spirituale sono chiamate ad esercitarla esteriormente, come i Ministri di Dio con il loro pubblico ministero. Sono destinate solo a generarle, a darle alla luce – alla luce della grazia e dell’amore – con le sofferenze dell’anima loro. Altre, avendo meno amore e non potendo sopportare i dolori del mistico parto, daranno alla luce figli che cercheranno solo di conservare quella vita che hanno ricevuta.

Solo in cielo conosceremo i misteri d’amore che racchiude la vita spirituale, e i frutti della sofferenza in una di queste anime che sono giunte a tal grado di amore e vivono in questa vita. Esse continuano la vita di Nostro Signore Gesù Cristo, il quale, venendo su questa terra per salvare anime, si servì, come mezzo, di una illimitata bontà e dolcezza e dell’amore più tenero e delicato.

Ma, malgrado la bontà senza limiti del divin Salvatore, non tutti corrisposero al suo amore e si salvarono. Così, l’anima che continua la sua missione, deve essere preparata a sostenere anche questo dolore, senza dubbio il maggiore di tutti: quello di vedere a volte l’inutilità delle sue sofferenze e la perdita di qualcuno di quei suoi figli, per i quali soffre e si immola. Soffrì questo dolore il tenerissimo Cuore del suo Sposo; per l’unione d’amore che ha con Lui, è necessario che anche l’anima lo soffra. Gesù pianse per la perdita dell’ingrata Gerusalemme, tanto da Lui amata e beneficata, immagine delle anime che induriscono il cuore e rifiutano la divina grazia. L’anima amante condivide con lo Sposo queste dolorose lacrime. Si sente come fatta a pezzi al vedere che le anime a lei affidate dal divino amore e che essa amava con viscere di madre, saranno per sempre perdute.

O anime che amate e volete progredire nella via dell’amore, quando arrivate a questo punto, quando il vostro cuore comincia a sentire la tenerezza di questo amore materno verso le anime, ricevete dalla mano del Signore, con la più viva gratitudine, questo gran dono che Egli vi fa. Come segno del più grande amore che ha per voi, vi ammette a prendere parte agli interessi più intimi della sua famiglia – la Santa Chiesa -, e di ciò di cui più si occupa il suo amore paterno: la salvezza delle anime!

Fino a quando un’anima non abbia raggiunto questo amore di madre, poco potrà sperare da essa lo Sposo divino. Solo quando l’anima giungerà ad amare come una madre, Egli avrà piena fiducia nel suo amore. Si potranno allora applicare ad essa le parole della Sapienza: “In lei confida il cuore dello sposo” (cf. Pr 31, 11).


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, settembre 1928, pp. 151-159.

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