Libro Terzo – Sofferenze dell’anima

SOFFERENZE DELL’ANIMA[1]*

Oggi sarai con me in paradiso (cf. Lc 23, 43)

Che cosa dice Gesù dalla Croce con le parole citate? Dà il paradiso ad un ladro crocifisso al suo fianco, ad un criminale appena convertito. Non glielo promette per più avanti, dopo che abbia fatto penitenza dei suoi enormi delitti, dopo essere salito per i gradi dell’amore fino in cima. No. Senza alcuna condizione, gli dice: “Oggi sarai con me in paradiso (cf. Lc 23, 43). Da oggi starai per sempre con me, tuo Dio, purezza e santità per essenza.

O Gesù! Permetti che mi avvicini con tutta riverenza alla tua Croce, che baci i tuoi benedetti piedi inchiodati per amor mio su quel legno infame e ti faccia umilmente una domanda. Dimmi, dolce Amor mio: Non sei Tu quel medesimo Dio Santo di cui è detto: “E’ piena di giustizia la tua destra” (cf. Sal 47, 11)? Quel Dio tanto santo e severo, che nella Legge antica castigava i trasgressori della medesima con tanto rigore e in cui i colpevoli, dopo il pentimento, per ricevere il perdono delle loro colpe, dovevano fare lunghe e penose penitenze? Non sei Tu che facesti tremare e ammutolire colui che osò entrare nel banchetto senza la veste nuziale, ordinando che fosse severamente castigato? E che ti rifiutasti di aprire alle vergini stolte che imploravano misericordia, respingendole con quel terribile: “Non vi conosco” (cf. Mt 25, 12)? Quel medesimo Dio che purifichi le anime che ti amano con lunghe e dolorosissime purificazioni simili a quelle del purgatorio, prima di poterle ammettere alle intimità del tuo amore e unirle a Te, scoprendo loro il tuo bel volto? Non sei Tu quel medesimo Dio santo e giusto? Allora, come mai, adesso, costui che è stato un criminale lo ammetti al godimento di quell’amore che neghi a tante anime pure e sante? O Gesù benigno, perdona e parla al cuore che ti ama e umilmente contempla e ammira questo mistero!

Ecco la spiegazione di questo grande mistero di amore; dice Gesù: “Io, sulla Croce, soffro e amo per lui”.

il cielo in terra. O anime, che forse avete ammirato la liberalità del Signore verso il ladro crocifisso pentito, non vi meravigliate! Meravigliatevi piuttosto del grande amore di Dio. Non è cambiata la giustizia divina. Tutte le pene purificatrici che doveva soffrire quell’anima colpevole per poter vedere Dio e unirsi per sempre con Lui, le soffre Gesù… In un’ora, forse anche meno, Egli aumenta l’intensità ai suoi già intensi dolori, a quei dolori che dovevano bastare per redimere l’umanità intera. Li aumenta in favore di quell’anima, per pagare tutti i suoi debiti, meritandole, in così poco tempo di espiazione, di poter entrare in cielo. Quel cielo a cui Gesù chiamava il ladro, chiaramente non era il luogo dei Beati. Quel giorno non era possibile entrare in cielo, perché non vi era ancora entrato Colui per opera del quale si erano riaperte le porte del paradiso da tanto tempo chiuse. Il cielo, per il ladro pentito, era di essere unito a Dio con l’amore, di godere della sua presenza. Gesù soffriva, in quei momenti, tutto ciò che il ladro avrebbe dovuto soffrire per anni, e forse per tutta una lunga vita.

Ecco ciò che fece il Salvatore, per un privilegio speciale del suo eccessivo amore: Egli si assunse la pena e con essa pagò tutti i debiti di quel felice convertito, che per legge ordinaria devono pagarla le anime, per essere ammesse al paradiso della vita interiore, a godere le pure gioie del suo casto amore.

Quando un’anima, lontana dai passatempi mondani, attende alla mortificazione e all’orazione, consacra e consegna il suo cuore a Dio, non desiderando altro che il suo amore, non tarda certamente a sentire da Lui, che è tutto bontà e amore e più di noi desidera il nostro bene, il dolce invito che rivolge a tutti quelli che a Lui veramente si abbandonano: “Prendi parte alla gioia del tuo padrone” (cf. Mt 25, 23), cioè entra nella vita intima della grazia; e la promessa: “Oggi sarai con me in paradiso” (cf. Lc 23, 43).

Oh, che non può tardare il Signore a fare udire queste parole alle anime, appena queste sono disposte ad ascoltarle! Le chiama al paradiso della vita interiore, a quel cielo dove sono tutti i godimenti più grandi che si possono trovare sulla terra, sebbene siano accompagnati da indicibili sofferenze, a causa della debolezza dell’anima che ancora non è molto disposta a ricevere l’azione divina.

nel mondo dell’amore. Per giungere a sentire questo prezioso invito, la persona pia ha lavorato e sospirato senza sosta fino a giungere al grado di amore in cui si trova. Ha riportato tante vittorie sul mondo, il demonio e la carne. Ha sudato per anni, guadagnando terra palmo a palmo, per avvicinarsi al Bene che bramava, per giungere a vedere il suo volto e godere del suo amore… Ma ha dimenticato, forse, che è nell’esilio dove l’amore è sempre doloroso, e quanto più è puro tanto più è penoso, e quanto più intima è l’unione tanto più è dolorosa. Pena e dolore sono comunque dolcissimi e più desiderabili di tutte le gioie del mondo.

Sembra, a prima vista, che giungendo a questo punto non vi sia più, per l’anima pia, altro che felicità, che trascorra la vita in pure gioie e delizie. Ma quante sofferenze l’attendono ancora lì! A chi non l’abbia sperimentato, questo sembrerà incredibile: ma è certo e lo attestano quelli che lo sanno per esperienza. Per quanto perfetta sia l’anima, per quanto abbia lavorato e sofferto, per quanto ami con ardore Dio e sospiri solo per Lui, non potrà evitare di sperimentare quanto qui si dice, quando giungerà il momento di entrare in quel gaudio, in quel cielo, dove tutto è purezza e niente c’è di macchiato e imperfetto, dove tutto è santo e divino; quando giunge l’ora di passare nella regione del soprannaturale; quando Dio comincia a favorire l’anima con grazie infuse, ponendola in stato passivo. L’anima vede allora la grandezza del favore divino; le sembra di essere stata cieca fino allora e che tutto ciò che ha fatto finora è come un nulla. Si vede spogliata di tutto, o piuttosto vede la sua miseria e il suo peccato, la sua grande indegnità di fronte a tanto immenso bene. Vorrebbe aspettare ancora per prepararsi facendo qualcosa. Sente come una vergogna o rossore il fatto di essere favorita dal Signore in quel modo. Sembra che voglia resistergli, o per lo meno ritardare l’avvicinarsi a Lui, e quasi fuggire dalla sua presenza. Allontanarsi, dicendo come san Pietro: “Signore, allontanati da me, che sono un peccatore” (cf. Lc 5, 8). L’anima capisce chiaramente che nulla ha fatto che meriti una così grande ricompensa, tanto onore, e che se Lui glielo ha fatto, è solo per pura sua bontà e grazia. “E se lo è per grazia, – diremo con san Paolo – non lo è per le opere, altrimenti la grazia non sarebbe grazia” (cf. Rm 11, 6).

dio e il proprio nulla. Forse qualcuno dirà: perché ricevere da Dio questo favore, che Lui così affettuosamente mi fa, con tanta confusione e timore? Non è questo mancanza di amore e di fiducia, opposto al sentimento naturale di piacere, che sempre si prova quando riceviamo qualcosa di buono e gradito? Perché temere e non rallegrarsi nel ricevere un bene così grande? Perché i beni soprannaturali della grazia sono molto diversi da ogni altro bene, naturale e comune. Certo, appena ci vengono offerti i beni materiali, subito tendiamo la mano per riceverli. Ma bisogna rendersi conto che tutti i beni materiali non valgono quanto vale anche il minimo grado di grazia, dato che tutti quelli sono inferiori a noi, mentre la grazia è un bene infinitamente superiore a tutto ciò che abbiamo. E’ una partecipazione che Dio ci fa di Se stesso, elevandoci in questo modo al di sopra di tutte le cose create. Non c’è, quindi, da stupirsi se la povera creatura, che per il peccato si è fatta inferiore a tutte le cose create, vedendosi così esaltata senza suo merito, ma solo per la bontà del Dio da lei offeso, sente un’impressione che l’abbatte, la confonde, le fa sentire un timore riverenziale, che la trattiene quasi che non osi ricevere quel bene. Ma, al tempo stesso, l’amore la spinge ad andare avanti e dire con l’Apostolo san Pietro: Signore, se mi allontano da Te, dove andrò? Tu solo hai parole di vita eterna (cf. Gv 6, 69).

In questo contrasto, che penosa e terribile lotta fra l’amore divino e la povera anima! Mi immagino di vedere in essa un povero pastorello che, avendo sentito parlare della bontà e bellezza del re, desidera vederlo. Si sottopone a qualunque sacrificio e fatica per soddisfare il suo desiderio. Giunge, finalmente, al palazzo del Monarca e, al solo vederlo, teme e trema. Come oserò, dice, entrare là, io così povero e schifoso? La magnificenza e lo splendore di tanta bellezza lo atterra e gli scopre ancor più la sua bruttezza e indegnità, facendogli capire quanto il re aborrisce tutto ciò che è immondo e imperfetto. Che terribile timore lo invade! Che farà? Vorrebbe fuggire. Ma se ritornerà alla sua capanna, fra le sue pecore, non potrà più venire dove ora si trova. Tutte le sue speranze resteranno per sempre deluse, senza che nessuno si muova a compassione di lui, liberandolo dalla sua miseria. Vorrebbe allora, per lo meno, lavarsi ancora la faccia, le mani, i piedi. Ma intanto suona l’ora dell’udienza. Una voce chiama.

E’ necessario o entrare o perdere tutto. Il cuore batte fortemente. Non oserebbe, ma l’amore lo spinge e si presenta al re. Ma, alla vista di tanta maestà, gli mancano le parole, viene meno e cade. Chi dubita che questo pastorello, malgrado la sua temerarietà, arriverà ad essere felice? Quando il re saprà la sua storia e come l’amore lo ha condotto lì e lo ha fatto cadere ai suoi piedi, potrà non amarlo? No di certo. Ma intanto il poveretto è lì, caduto in terra. Soffre, oppresso dal peso di tanta maestà, senza riuscire a dire una parola.

Ecco una debole immagine di ciò che succede con l’anima, quando questa passa nella regione del soprannaturale, quando si trova in presenza e come in contatto con Dio, per qualche grazia mistica che Egli affettuosamente le concede. E continuerà a concedere grazie all’anima in abbondanza ogni giorno, affinché resti fedele in quel cielo, in quel paradiso in cui il Signore l’ha introdotta. E poiché in ogni nuova grazia aumenta la luce e la conoscenza della verità, del tutto di Dio e del proprio nulla, risulta che si rinnovano anche queste sofferenze. Arrivano, a volte, con maggiore o minore intensità, ad essere quasi senza interruzione. Lasciano la povera e fortunata anima, per giorni, settimane e mesi, come schiacciata, oppressa e annientata sotto il peso della Maestà divina. Soffre un dolce e inspiegabile martirio; un martirio che sempre deve accompagnare l’amore su questa terra, quando si è in prossimità del Bene infinito che si ama.

Oh amore dell’esilio! Quanto sei terribile e crudele! Oh beato paradiso dell’anima! Non si entra né si resta in te se non a prezzo di queste grandi e lunghe sofferenze. A chi si immaginasse di entrarvi con altro mezzo o col solo dire al Signore, come la madre dei figli di Zebedeo: “Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno” (cf. Mt 20, 21), senza essere preparati a soffrire, bisognerebbe rispondere loro come rispose Gesù a quella buona madre: “Voi non sapete quello che chiedete”. Con la conseguente domanda che il Salvatore rivolge a sua volta ai due discepoli: “Potete bere il calice che io sto per bere?” (cf. Mt 20, 22) .

possiamo! Certamente, se l’anima ama veramente Dio, non avrà paura né si tirerà indietro per questa previsione. Al contrario, più generosamente e più ciecamente, sapendo che così dev’essere, abbraccerà senza timore tutte le esigenze dell’amore. E dirà quindi con Giacomo e Giovanni: “Lo possiamo!” (cf. Mt 20, 22). Sì, Signore, tutto possiamo, con la vostra santa grazia, con la forza che ci dà il vostro amore; quell’amore che arde là dentro e ci trascina verso di Voi. Con quella forza che sostenne Maria, vostra Madre, in tutti i martìri del suo purissimo Cuore. Oh sì, dolce Madre dell’Amore, fu il tuo ardente amore di Dio che ti diede la forza per soffrire e che ti fece tanto soffrire! Fate che anche in noi l’amore sia tanto forte da produrre i medesimi effetti; che possiamo sopportare coraggiosamente le operazioni dell’amore, quando Dio opera direttamente, con la sua mano divina, nelle nostre povere anime.

Quanto è diverso l’operare di Dio da quello della creatura! Ora opera in noi con una parola che fa sentire nell’intimo del nostro essere; ora con un tocco interiore che chiama tutte le potenze dell’anima a cooperare; con una luce alla mente, con una mozione al cuore, con qualunque cosa, infine, che Egli voglia, dovendo così stare la povera e fortunatissima anima, quasi di continuo, sotto l’influsso dolcemente doloroso del suo soave amore.

A volte, per rendere queste sofferenze più penose, il Signore permette che, trovandosi in questo stato, l’anima sia lodata e stimata dalle creature, che mostrano di ritenerla come santa. Quanto lontana si sente essa dall’ essere tale! E quanto soffre per il fatto che le dimostrino questa stima! Come diversamente si vede con la luce divina soprannaturale che con la luce ordinaria della grazia!

E’ così che si purificano le anime con l’amore. L’amore stesso è il carnefice che le fa soffrire. Quanto si ingannerebbe chi credesse che, amando Dio, solo e sempre si gode. Su questa terra si ama e si gode, ma soffrendo. In questo esilio, le gioie dell’amore sono intrise di dolore; sono per la Patria. E il più puro e ardente amore è quello che più fa soffrire questi dolorosi martìri.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, agosto 1928, pp. 90-96.

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