Padre Sabino Lozano o.p.

P. Sabino Martínez Lozano

La sua fanciullezza. – Per tracciare con brevi pennellate la biografia del P. Sabino Lozano, non c’è niente di meglio che cominciare con una descrizione delle sue umili origini fatta da lui stesso in una lettera a Madre Maddalena dopo aver assistito alla morte e sepoltura di due suoi nipoti.

Dice così :

“Poiché è naturale che Lei desideri qualche altro dato della famiglia del suo Padre nel Signore, di me, approfitto di questo motivo di famiglia per dirglielo.

Sono di un paesetto delle Asturie, Llano, molto vicino a Cangas del Narcea, che sta a cinque chilometri da questo convento. La mia famiglia era ed è umilissima quanto a beni di fortuna, ma molto cristiana, soprattutto mio padre, e ancor più mia madre. Mio padre era operaio, muratore, e mia madre era fornaia; e così guadagnavano il pane per i loro cinque figli, di cui il minore è questo che Le scrive. A undici anni cominciai a studiare latino in questo convento, dove mi davano anche da mangiare a mezzogiorno per elemosina e per deferenza verso un mio zio, che era Provinciale di questo Ordine. Trascorsi così quattro anni, alla fine dei quali e il giorno seguente al compimento dei miei quindici anni, presi il Santo Abito che vesto per la misericordia di Dio. In seguito, la vita di studio, prima in questo Convento di Corias e poi in quello di Salamanca. Più tardi, la vita di insegnamento a Corias e di nuovo nel Convento di Salamanca. Infine, e con molta mia pena, come Lei sa, ritorno a questo convento di Corias, ora con l’incarico che anche Lei sa.

Morirono i miei genitori: mia madre quando avevo sette anni e mio padre quando ne avevo dieci. Morirono i miei fratelli, e mi restano solo nipoti, loro figli. Vuol dire che, in questo mondo, non mi resta nessun legame di famiglia.

Il Signore mi ha concesso di seppellire i miei genitori e i miei fratelli – quelli che conobbi, perché due erano morti prima che io nascessi -, e ora questi due nipoti. Sia sempre benedetto!

Figlia, mi perdoni, o mi ringrazi, perché voi donne siete curiose, la digressione e andiamo alla Sua lettera” (cf. lettera del 4.1.1932).

Dispiace il mancato prolungamento di quella “digressione” così rapida e precisa; ci avrebbe dispensato dal doverla completare con alcuni altri dati.

I suoi genitori si chiamavano Juan e Luisa. Lo zio religioso, che fu Provinciale due volte: dal 1892 al 1896 e dal 1900 al 1904, si chiamava Antonio Martínez Lozano. I primi studi nel convento di Corias non li cominciò con l’intento di farsi poi religioso; era come a mezza-pensione, sebbene gratis.

La vocazione religiosa del ragazzo sbocciò nella casa paterna, e prese la forma esterna esuberante sotto il manto di Maria nel suo vicino Santuario dell’Acebo e nella devozione alla Madonna del Carmine, Patrona di Cangas del Narcea.

Da piccolo, i suoi genitori lo portarono alla Madonna dell’Acebo, a due ore di cammino da Llano, per offrirlo alla celeste Signora e chiederne la benedizione. Quando Sabino aveva quattordici anni, andò con i suoi genitori alla festa della Madonna del Carmine nella vicina città di Cangas. Dopo la Messa e nel momento più chiassoso della sagra, il ragazzo invitò sua madre a seguirlo in disparte, e subito cominciò questo dialogo :

– Mamma, le chiese Sabino, non vorresti che mi facessi frate?

– No, io no, rispose Donna Luisa.

– Ma non ti piacerebbe che lo fossi?

– Ah! questo sì, esclamò la fortunata madre.

– Allora io voglio farmi frate, sentenziò Sabino.

Religioso Domenicano. – Ed entrò in convento per cominciare il noviziato quando ebbe compiuto l’età minima regolamentare. Incontrandosi più tardi con la madre vicina alla morte, quando lui era professore a Corias, questa lo chiamò a parte perché l’aiutasse a dissipare questa preoccupazione:

– Figlio mio, sono inquieta e preoccupata che, per colpa mia, tu sia frate senza volerlo.

– No, mamma, rispose il giovane sacerdote, sta’ tranquilla, sono frate per mia propria decisione.[1]

Il giorno dell’Immacolata del 1892, fece la sua professione religiosa, e cominciò subito gli studi di Filosofia, per continuare e concludere quelli di Teologia a Salamanca, dove fu ordinato sacerdote il 31 marzo 1906.

In possesso del grado accademico di Lettore, iniziò l’insegnamento – che durò vent’anni -, prima nel Collegio di S. Domenico di Oviedo, dove insegnò matematica e scienze naturali; poi assunse quasi tutte le materie d’insegnamento del corso filosofico a Corias; e infine terminò con la cattedra di Teologia Morale e Sacra Scrittura nel Convento di Salamanca.

In questo periodo videro la luce i suoi articoli di fondo su “La Ciencia Tomista”,[2] e a quelli bisogna ricorrere per conoscere la sua attività come teologo.[3]

Per alcuni anni della sua vita da studente si distinse per la sua opposizione – insieme ad altri compagni di studio – alle dottrine spirituali e mistiche del P. Arintero. Ma poi fu attratto dall’esemplarità di vita del Servo di Dio a condividere le tesi arinteriane in tutta la loro integrità, trascinando con sé i suoi condiscepoli in quella provvidenziale “caduta” che ci fa ricordare quella di Saulo sulla via di Damasco. In più di un’occasione ci parlò dell’atto eroico che dovette fare per “mettersi nel sacco dei mistici”, senza prestare ascolto a ciò che dicevano o pensavano di lui; e non perdiamo di vista che in quegli anni i mistici e la mistica erano poco apprezzati. Da allora fu un tenace difensore del P. Arintero e della sua dottrina. Cominciò ad essere suo penitente e in seguito confessore del Servo di Dio. Quando morì P. Arintero a Salamanca, P. Lozano era Maestro dei Novizi a Corias; per questo, forse, i Superiori affidarono la direzione di “La Vida Sobrenatural” – da lui fondata – al P. Ignacio Menéndez Reigada – altro insigne discepolo di P. Arintero -; ma dall’anno 1933 – P. Lozano era allora a San Esteban de Salamanca – fino alla sua morte, nel 1966, toccò al P. Sabino impugnare il timone di questa delicata barchetta.

Promosse con ammirevole costanza la Causa di Beatificazione del P. Arintero, perché fu lui che spronò tutti noi che lavoravamo in quel lungo Processo. Curò la riedizione delle principali opere del venerato Maestro. E si fece carico della direzione di molte anime che erano state anteriormente guidate dal Padre comune.

Maestro dei Novizi. – Il 21 settembre 1927 P. Lozano fu nominato Maestro dei Novizi; dovette quindi abbandonare la sua cattedra di teologia a Salamanca per trasferirsi a Corias (Asturie), dove era il Noviziato. Il 24 dello stesso mese, ma dell’anno 1932, i Superiori decidono di trasferire il Noviziato a Tormes, e lì lo precede il buon P. Sabino. Continuerà in quel delicato ufficio fino al 1950. Non conosco nessun caso di Maestri di Novizi che abbiano esercitato per tanto tempo e senza interruzione un incarico come questo.

In una lettera che P. Lozano scrisse a Madre Maddalena il 29 novembre 1950, le dice: “Il giorno 22 ho terminato l’ufficio di Maestro dei Novizi. Termino molto contento, grazie a Dio, perché credo che il Signore abbia voluto così. Si è servito di me per il tempo che ha voluto nella formazione spirituale dei giovani del mio Ordine, che furono giusto 23 anni, né un giorno di più né di meno”.

Da quella data visse, lavorò, soffrì e godette molto nel suo amato convento di Salamanca fino agli inizi del 1966, quando morì. Ma di questo parleremo nell’Epilogo di questo libro. Vorremmo, comunque, completare la figura di P. Lozano soffermandoci su alcuni dettagli segnalati schematicamente dal Necrologio della Provincia Domenicana di Spagna, pubblicato negli “Atti” del Capitolo Provinciale dell’anno 1966 (pp. 183-185).

Formatore di giovani religiosi – Dicono così gli “Atti” del detto Capitolo: “Custode fedele delle osservanze dell’Ordine, conoscitore della storia e dello spirito domenicano, cercò di avviare i suoi novizi al fervente studio dell’Ordine. Amantissimo del Nostro Padre San Domenico, procurò con tutti i mezzi di inculcare in essi la devozione al nostro Padre, e coltivò nei giovani a lui affidati la spiritualità della famiglia domenicana secondo gli esempi degli autori sacri e la vita dei nostri maggiori”.

P. Lozano fu veramente un “maestro” nella formazione dei suoi novizi; e lo fu con i suoi insegnamenti e con i suoi esempi.

a) Aspetto dottrinale. Fino alle dieci della mattina non voleva che noi novizi andassimo in camera sua, perché dalle prime ore del giorno stava raccolto in preghiera. Alle dieci cominciava la prima lezione, che consisteva nella lettura e commento del Vangelo di san Matteo e delle Lettere di san Paolo. Quei due libri erano stati consegnati in visione celeste a san Domenico di Guzmán; intorno a quelli doveva girare la formazione scritturistica dei novizi. Il P. Maestro sapeva a memoria i due testi sacri e, cosa che vale anche di più, conosceva ed esponeva con profondità e chiarezza la dottrina ivi contenuta.

La seconda lezione la chiamavamo tutti lezione di preghiera. Durante questa egli cercava di svolgere un sostanzioso corso di teologia spirituale molto viva, appoggiandosi sulle principali tesi di P. Arintero. P. Lozano era convinto che la teologia non può ridursi a semplice speculazione, ma che deve orientarsi ad una finalità pratica o di santificazione. Per questo, nelle sue lezioni si proponeva come meta di portare i novizi a fare più orazione, più vita di unione con Dio, alimentata con la sana dottrina.[4] Ci ricordava la consegna che ricevette da P. Arintero quando dovette lasciare Salamanca per assumere l’incarico del Noviziato di Corias: “Se Lei ottiene che uno o due di ogni gruppo di novizi diventino veramente uomini di orazione, può sentirsi felice e ritenere giustificato il lavoro di tutto l’anno”.

La sera avevamo la terza lezione, che riguardava le Costituzioni e la Storia dell’Ordine. Lo studio delle nostre leggi verteva sulla parte dispositiva o disciplinare e si estendeva anche alla conoscenza del loro spirito e contenuto teologico. La Regola di sant’Agostino dovevamo impararla tutti in latino e a memoria. Ma ciò a cui dava più importanza era la Storia dell’Ordine e la vita dei suoi santi. Dall’inizio del noviziato assegnava a ciascun novizio, come tema di studio personale, un santo o beato determinato, con l’obbligo di spiegare poi, in successive sessioni e davanti agli altri novizi, i frutti del suo lavoro. In questa specie di conferenze interveniva anche il P. Maestro, attivamente confermando, correggendo o ampliando secondo i casi. Quello che riservava a se stesso era un sermone giornaliero, in cappella, prendendo come tema il santo o beato di cui si faceva memoria liturgica in quel giorno. Queste omelie costituivano per noi il maggior incentivo per collegarci con i nostri antenati e il più vivo insegnamento del vero spirito dell’Ordine in cui eravamo entrati.

b) Vita esemplare. Agli insegnamenti che possiamo denominare teorici, si aggiungevano quelli che scaturivano dall’esempio della sua vita. Sono molti gli aspetti che sarebbe possibile far risaltare in lui e che i suoi novizi percepivano con emozione e contagio; ma potremo solo presentarne alcuni. Evidenziamo, in primo luogo, le sue devozioni principali.

Nella sua vita spirituale esercitava un’influenza decisiva l’esperienza vissuta del mistero della Santissima Trinità, condensato essenzialmente nell’inabitazione delle tre divine persone nell’anima. Di questo scrisse pagine sublimi nell’opera Unidad de la vida santa y de la ciencia sagrada; su questi argomenti pronunciò una quantità di conferenze ad intellettuali universitari, a comunità religiose e ai suoi novizi; ma, ciò che è più importante, visse intimamente e personalmente queste sacre dottrine. Lo si vedeva sempre raccolto, assorto, come in intima conversazione con i divini ospiti dell’anima sua; e questo dappertutto, anche in luoghi naturalmente meno adatti alla meditazione. Mentre era a refettorio, appariva totalmente raccolto e assorto in Dio, facendo a volte leggeri gesti come chi è in conversazione, e lo si vedeva col volto acceso e arrossato; più di una volta lo si dovette avvertire – quando si passavano le vivande -, perché stava con gli occhi chiusi e assorto in orazione. Raccomandava molto a noi novizi di approfittare del Gloria Patri dopo ogni salmo per rinnovare la nostra fede e adorare la Ss.ma Trinità che abita nelle anime nostre.

E non si contentava di considerare la Ss.ma Trinità solo in generale, ma riteneva opportuno trattare anche individualmente il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Sapeva molto bene, e lo spiegò nel libro citato, che l’azione delle persone divine nell’anima è comune alle tre; ma insisteva nel dire che ognuna di queste riveste di modalità speciale o propria la sua attività nelle anime. Per conseguenza – affermava -, essendo comune alle tre persone divine l’azione sulle creature, tuttavia ogni persona la realizza a modo suo, cioè d’accordo e in consonanza con la sua personale proprietà, con ciò che la costituisce e la distingue dalle altre persone. Questa spiegazione teorica – che non soddisfa tutti i teologi -, muoveva P. Lozano ad insegnare e a vivere la devozione individualizzata a ciascuna delle persone della Ss.ma Trinità.

Così, era quindi molto devoto del Padre Eterno e – affiancando in questo il P. Arintero -, promosse, mediante la Rivista e fogli volanti, questa devozione fra anime elette. Era persuaso che bisognava “adorare il Padre in spirito e verità”.

La persona di Gesù era l’incanto delle sue conversazioni spirituali. Poche volte lo chiamava Gesù o Gesù Cristo; gli era abituale denominare la seconda persona il Signore. E del “Signore” parlava con un timbro di voce emozionato ai suoi novizi e nei suoi sermoni, come anche scriveva con venerazione il nome del “Signore” nelle sue lettere.

Riguardo alla persona di Gesù, è d’obbligo mettere in risalto la sua profonda devozione al “Signore” nell’ Eucaristia, nella sua Passione e sotto il titolo del Sacro Cuore di Gesù.

La Messa di P. Lozano era qualcosa di eccezionale, e non solo per la durata – che si prolungava per tre quarti d’ora -, ma specialmente perché, celebrando, lo si vedeva come trasformato. Mediante la Rivista realizzò, fra le comunità di vita contemplativa, campagne in favore dell’adorazione perpetua al Santissimo, e fomentò l’unione spirituale alle Messe che si celebrano a tutte le ore nel mondo da parte di tutti quelli che sono impediti dal lavoro ad andare in chiesa.

Il frequente ricordo della Passione del “Signore” lo prese forse per contagio da Madre Maddalena durante i molti anni in cui si trattarono spiritualmente. Certo è che faceva con frequenza la Via Crucis e inculcò ai suoi novizi questa pratica per i Venerdì dell’anno e per tutti i giorni di Quaresima.[5] Si univa inoltre alle sofferenze di Cristo con le discipline a sangue che si dava – come poté provare in qualche occasione il novizio che teneva in ordine la sua camera – e con l’uso di un cilicio lungo mezzo metro e largo cinque centimetri, di cui sospettavamo per il suo modo speciale di camminare in certi giorni e che ora conservo come pio ricordo.

Ereditò da P. Arintero la devozione al Cuore di Gesù. Appena ne ebbe l’opportunità, fece sistemare un gran quadro con la sua immagine in uno degli altari laterali della chiesa di Santo Stefano. In questo altare P. Lozano celebrò Messa la mattina del giorno in cui morì il Servo di Dio; e lo fece per chiedere al Cuore amoroso del Signore che concedesse una santa morte al venerabile Padre.

Succedeva lo stesso trattandosi dello Spirito Santo, verso il quale aveva una devozione straripante. Mai dimenticheremo noi, suoi novizi, la predica che ci fece la vigilia di Pentecoste, e l’enfasi con cui terminò: “Non contristate lo Spirito Santo”. Come celebrava e faceva celebrare questa festa! Diffuse anche alcuni foglietti, redatti da P. Arintero, con la “Consacrazione allo Spirito Santo”, che noi seguitammo a distribuire, in successive edizioni, alle persone pie.

Dopo Dio, Uno e Trino, i migliori palpiti del suo cuore furono per la Vergine Maria, di cui mai parlava senza chiamarla santissima. Nel sermone di commiato ai novizi prima della loro professione non mancavano queste parole: “Il P. Maestro riterrebbe per bene impiegati tutti i lavori dell’anno di noviziato, se con essi avesse conseguito unicamente che i suoi novizi terminassero con un po’ più di devozione alla Santissima Vergine di quella che avevano prima di cominciarlo”.

Sollecitava spesso la collaborazione di teologi specialisti in mariologia per la Rivista. Raccomandava con tenacia la devozione a nostra Signora, specialmente col Rosario, di cui recitava ogni giorno i quindici misteri. Sempre che ne ebbe l’opportunità, non mancò di visitare Maria nei suoi principali santuari. Oltre all’Ufficio Divino in coro, recitava con i novizi il Piccolo Ufficio della Ss.ma Vergine. Parlando e scrivendo era solito ripetere: “Con la Santissima Vergine accade lo stesso che con il Signore: dove Ella pone i suoi occhi, là scendono copiose le grazie celesti”.

P. Lozano, pur senza esclusivismi, amava molto il suo Ordine. In una confidenziale apertura con un suo amico, esclamava: “Io entrai a mangiare il pane spirituale e materiale dell’Ordine dei Predicatori…; ho insegnato Filosofia e Teologia in esso…; sono stato titolare di cattedra a Corias…; professore a Salamanca…; Maestro dei novizi per molti anni…; mi confessavo col P. Arintero e fui suo confessore per nove anni…; gli succedetti nella direzione di Vida Sobrenatural… Quanto sono grato a Dio… e all’Ordine del mio Padre San Domenico!”.

E’ molto naturale, quindi, che venerasse teneramente il fondatore della famiglia religiosa entro la quale visse quasi tutta la sua vita. Eravamo ammirati del suo entusiasmo nelle lunghe ore di lezione dedicate a spiegare a noi, suoi novizi, la vita di san Domenico di Guzmán e l’opera che avviò agli inizi del XIII secolo.

Visitò con grande emozione i luoghi santificati da San Domenico e ci raccomandava un pio esercizio che era stato composto per accompagnare spiritualmente il santo patriarca nei diversi e distanti luoghi in cui visse.[6] Molto lo attiravano Caleruega e Segovia, in Spagna, perché conservavano ricordi del santo Fondatore. E quando, una sola volta, peregrinò a Roma, io fui testimone delle sue emozioni nel convento e nella chiesa di santa Sabina, che custodisce tanti ricordi del Santo. Approfittando di quel viaggio in Italia, volle andare a Bologna a visitare la tomba del suo santo Padre, presso la quale trascorse sei ore di seguito in preghiera.

Direttore di Anime. – Fino al 1941, pur avendo cattivo orecchio e l’accento stonato per la musica, aveva però una voce molto potente per l’oratoria ed era dotato di speciali condizioni per incantare l’uditorio nell’esposizione delle sue idee. Lo udimmo predicare alcuni sermoni nella chiesa di Santo Stefano e restammo impressionati per la profondità della sua dottrina e la facilità con cui si faceva sentire da qualunque angolo di quel grandioso tempio; ed erano tempi in cui non si usavano i mezzi acustici tecnici di cui disponiamo adesso. Predicò molto e bene nei più svariati luoghi della Spagna; tenne anche conferenze di grande impegno, senza trascurare il ministero fra la gente più umile e spiritualmente bisognosa.

In una certa occasione raccontò ai novizi che, quando era a Corias, seppe che un uomo di Cangas del Narcea, gravemente malato, si rifiutava di ricevere il sacerdote e gli ultimi sacramenti. Allora volle fargli visita e fece in modo che i familiari lo lasciassero entrare da lui. Cominciò col salutarlo con molta amabilità presentandosi come suo vecchio amico, senza parlargli né di religione né di sacramenti; e rimasero d’accordo che sarebbe ritornato ad incontrarlo più volte, come infatti avvenne. Quando si guadagnò la fiducia e l’affetto del povero infermo, cominciò prudentemente la sua preparazione perché morisse in grazia di Dio. In una conversazione animata con lui, riuscì a fargli dire i peccati che aveva commesso durante la vita. Infine P. Lozano gli disse. “Ma ormai Lei si è già confessato; se adesso Lei fa un atto di contrizione, si pente di aver fatto tutto quello che mi ha detto, promette di non farlo più e chiede perdono a Dio, io le do l’assoluzione e domani le porto il Viatico. Il povero infermo, sorpreso, rispose: “E io che credevo che la confessione fosse una cosa molto difficile!”. Il giorno seguente, P. Sabino gli amministrò il Viatico e l’Estrema Unzione, potendo poi veder morire come un santo colui che tutti consideravano un empio. Indicandoci il crocifisso del rosario che portava pendente dal suo abito, P. Lozano diceva a noi suoi novizi: “Baciando questo crocifisso con lacrime e grande contrizione, morì quell’uomo di Cangas che mai aveva permesso ai sacerdoti di accostarsi alla sua vita”.

Ma il ministero a cui si dedicò con speciale impegno e assiduità fu quello della direzione di anime scelte, principalmente – ma non in modo esclusivo – delle religiose di vita contemplativa; e questa sacra missione la compì per via epistolare o mediante Ritiri o Esercizi spirituali. Dicono di lui, a questo proposito, gli “Atti” del Capitolo Provinciale del 1966: “Esperto nella direzione delle anime, ne fu un maestro; gli giungevano numerosissime lettere, specialmente dai conventi di religiose, per ricevere insegnamenti sulle vie di Dio”.

Era persuaso – e ce lo disse in più di un’occasione – che “talvolta il migliore di tutti gli apostolati è quello della direzione di anime elette, sebbene apparentemente questo apostolato non abbia alcun incitamento né risalto esteriore”. P. Sabino prendeva tanto sul serio la sua missione di direttore spirituale che era solito leggere le lettere delle anime da lui dirette in cappella, davanti al Signore; e là tornava a rileggerle prima di scrivere la risposta.

Alcune volte, nella nostra lezione di preghiera, ci lesse paragrafi di lettere che riceveva, tacendo sempre il nome della persona corrispondente. Intendeva così farci vedere l’attualità e la validità di quanto ci esponeva teoricamente, e al tempo stesso, ci faceva capire l’importanza dell’apostolato epistolare.

Non era solito ascoltare le confessioni dei novizi, ma ci facilitava la comunicazione intima con lui mediante il “Libretto di coscienza”, che ci distribuiva all’inizio dell’anno, perché potessimo notificargli per scritto i nostri problemi, a cui rispondeva anche in scritto e individualmente nello stesso libretto, che restava sempre in nostro potere.

Un particolare della sua attività che non possiamo tacere, perché lo abbiamo profondamente impresso nell’anima, è la sollecitudine con cui P. Lozano curava i religiosi moribondi; e furono molti quelli che, in 67 anni di vita religiosa, vide partire da questo mondo verso l’eternità. Durante l’amministrazione degli ultimi sacramenti e nelle ore che precedevano l’agonia, se ne stava invariabilmente al capezzale dell’infermo recitando giaculatorie al suo orecchio e invocando specialmente la protezione della Santissima Vergine.

Questo faceva con i novizi, con gli studenti professi, con i fratelli coadiutori e con i sacerdoti, senza che fosse condizionato dalla presenza dei rispettivi superiori ai quali corrispondeva l’autorità e l’incarico secondo il titolo di appartenenza dell’infermo alla comunità. Tutti indistintamente concedevano a P. Lozano l’ultimo e decisivo servizio spirituale finché l’infermo consegnasse l’anima a Dio.

Credo che allora tutti pensavamo, dentro di noi, la stessa cosa: – Che fortuna se, alla mia morte, potessi avere P. Lozano al mio fianco per aiutarmi a ben morire!

Durante l’anno 1941 si diagnosticò al P. Sabino un tumore alla laringe. Sebbene in seguito non risultasse esatto quel triste presagio, restò comunque afono per il resto della sua vita, preparò tutte le sue cose per il prossimo e inevitabile transito, e la cosa più importante di tutte era la sua anima.

Credette di averlo fatto così bene che, visitando in quei giorni un giovane religioso infermo (Fratel Angel Iturbe, che morì l’anno seguente),[7] gli disse riferendosi alla sua morte: “Io sono già preparato a che il Signore mi prenda quando vorrà”. Alla fine di questo libro vedremo come il Signore se lo prese.

Fra le molte anime che P. Lozano diresse spiritualmente occupa un posto distinto Madre Maddalena, che è il secondo protagonista di questo epistolario. Vogliamo per questo dedicarle qualche pagina di presentazione.


[1] Per conoscere maggiori particolari dell’infanzia del P. Lozano, raccomandiamo la lettura del suo profilo biografico che scrisse Manuel Vásquez Tamames per gli “esemplari” in “Vida Sobrenatural” (cf. n. 415, gennaio-febbraio 1968, pp. 53-66).

[2] La collaborazione del P. Lozano in “La Ciencia Tomista”, sui più svariati temi, cominciò nel 1910 e terminò nel 1925. Furono 13 i suoi articoli, con un totale di 228 pagine.

[3] Risulta interessante l’aspetto di Il P. Sabino Lozano, teologo, e per questo gli dedicò il P. Armando Bandera uno studio in “Vida Sobrenatural”, n. 406, luglio-agosto 1966, pp. 241-250. Il P. Lozano pubblicò solo un libro (di cui parleremo più avanti), ma curò l’edizione e la ristampa delle seguenti opere: La Evolución Mística e le Cuestiones Misticas del P. Arintero; Las grandes etapas de la vida espiritual, del P. Victorino Osende e La santidad es amor di J. Pastor. Nella rivista “Vida Sobrenatural” scrisse 15 articoli di una certa estensione.

[4] Conservo ancora gli “Appunti di orazione” che prendevamo in quelle lezioni durante il noviziato del 1937-1938. La tesi favorita del P. Maestro verteva sulle relazioni che devono esistere fra la teologia scientifica e la vita individuale di ciascuno. A questa tesi dedicò il suo unico libro: Unidad de la vida santa y de la ciencia sagrada, che arrivò ad avere due edizioni (una del 1932, con 154 pagine, e la seconda del 1942, ampliata fino a 223 pagine).

[5] Si veda a questo proposito la lettera del 13.11.1957, che trascriveremo a suo luogo.

[6] L’autore di questo pio esercizio fu il P. Benito Mateos O. P.; è pubblicato in un libro dal titolo Guía de peregrinos espirituales a los Santos Lugares Dominicanos, Salamanca 1926, pp. 111.

[7] Nel 1948, “Vida Sobrenatural” pubblicò, come “”esemplare” la biografia di questo giovane religioso (cf. n. 297, maggio-giugno, pp. 215-223). [N. B. E’ detto “esemplare” un profilo biografico di una persona che di volta in volta veniva additata come “esempio” o “modello” ai lettori. Era chiamato “esemplare” perché nella rivista veniva pubblicato nella sezione o rubrica che portava questo nome].

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