14. La voce dell’angelo

14. La voce dell’angelo

Quanto è raro incontrare un amico fedele, di quelli che lo Spirito Santo (cf. Sir 6, 14) chiama tesoro! Le mie due amiche, Emma e Nella (quest’ultima specialmente per essere quella con la quale mi intrattenevo di più), mi sembrava che dovessero essere di questa categoria di tesori. Loro erano state, in una certa maniera, il mezzo del quale il Signore si era servito per convertirmi a Lui e per andare avanti nel bene, per questo io le amavo spiritualmente e santamente con vero e solido amore. Quanto mi rallegrava il vedere Nella così buona, pia, decisa e forte nel bene! Quanta consolazione mi dava l’osservare la sua fermezza e il suo ardente desiderio di essere tutta di Dio e quando mi raccontava qualche lotta o trionfo sulle sue passioncelle o i pericoli nei quali si era venuta a trovare, le sue prevenzioni per vincere e trionfare!… Su questo di solito cadevano le nostre conversazioni e i nostri ragionamenti e quanto ci incoraggiavamo reciprocamente! Eravamo sempre unite durante tutto il tempo libero del quale disponevamo. Ci dicevano che sembravamo due anime in un sol corpo. Così era veramente.

Ma l’amore divino è geloso…, molto geloso. Quando ha fatto breccia in un cuore che si è affidato senza riserva e che ad ogni costo vuole appartenergli completamente, opera senza pietà, taglia, brucia, distrugge… L’amore è un fuoco e quanto è vorace questo elemento! È sua proprietà quella di non fermarsi finché non consumi quello che non è ancora oggetto dei suoi ardori. O amore di Gesù, finiscimi! Dato che mi hai incendiato, consumami nelle tue fiamme: io voglio essere una tua vittima…

Quando io mi «consegnai» al Signore, mi diedi per intero, «senza alcuna riserva». Ma questa parola ha un significato molto ampio. Voglio spiegarne bene il senso come il Signore me lo dà ad intendere, perché così lo comprenda anche chi leggerà questo scritto. Dovrò infatti ripeterla molte volte e questo potrebbe dar motivo per pensare e domandare: Se uno si è dato tutto, una volta, ormai non ha più nulla da dare. Se ciononostante ha ancora qualcosa, è perché è tornato a riprendersela, oppure non diede tutto la prima volta. No, né l’uno né l’altro. Colui che dice: «Ho dato tutto al Signore», se non vuole ingannare se stesso, è perché in verità ha dato tutto, ma può con altrettanta verità ripetere ogni giorno questa parola e così potrebbe dirla ancora più spesso. «Dare tutto», in senso spirituale, si intende «senza riserva», cioè secondo la luce che uno ha e secondo quello che Dio gli fa intendere di dargli. Quando si dà così, dà sempre tutto e si dà tutto, e nello stesso tempo non finisce mai di dare e di darsi, perché nella misura o nella proporzione che uno si dà a Dio, aumenta la luce e crescono le esigenze dell’amore che chiede sempre nuove consegne. Queste amorose esigenze dell’amore divino che mai lasciano riposare l’anima, ma che sempre la tormentano dolcemente sono ciò che maggiormente assicura le anime che sono veramente tutte del Signore. Quelle anime che si dànno su misura e con restrizioni, il Signore non le insegue in questo modo. Posso assicurare che è così, perché lo so per esperienza. C’è tanto in noi di ciò di cui spogliarci! Tanto da immolare all’amore! A scoprire questo è la luce che procede dal medesimo amore con il quale si rivelano all’anima i due abissi insondabili: Dio e l’anima stessa; l’abisso della misericordia e l’abisso della miseria. L’amore tende a distruggerla e ad assorbirla nel suo seno, perciò dapprima taglia, distrugge quello che è cattivo e poi quello che è imperfetto, e finisce per spogliare anche di quello che è buono o che all’apparenza è buono, per dare cose migliori o per potersi dare lui stesso.

Ordini da parte del Signore

Un giorno io mi trovavo nel mio giardino godendo della solitudine che tanto mi attirava, dietro alcuni alberi che mi nascondevano alla vista di tutti. Udii nel mio intimo una voce che mi diceva: «Lascia le amiche; Dio ha sopra di te altri disegni». Compresi poi che quella non era una voce materiale, ma spirituale che non veniva da fuori, ma che si faceva sentire nell’intimo dell’anima. Nonostante ciò girai la testa, per vedere se c’era qualcuno vicino. Non c’era niente di visibile ai miei occhi, ma senza che io lo vedessi c’era al mio fianco l’angelo al quale mi affidò il Signore. Intesi che sua era la voce che mi aveva chiesto il sacrificio della mia vita. Rimasi un poco impressionata e preoccupata, con il desiderio di obbedire, nonostante comprendessi che mi sarebbe costato molto.

In effetti, per quale motivo e in che modo dovevo io lasciarle? Come potevo io lasciare Nella, quella amica così cara, l’unica alla quale avevo aperto la mia anima e con la quale sfogavo i miei aneliti e le mie aspirazioni? In quale modo potevo decidermi a questo? Come rompere i lacci di una amicizia che sembrava indissolubile? L’avrei lasciata sì con il cuore, cioè distaccandomi interiormente da essa, però esteriormente non ne avevo il coraggio e sarebbe continuato tutto nello stesso modo. È certo che io avevo notato in lei qualche raffreddamento rispetto alla vocazione, ma non erano altro che piccoli sospetti miei, e l’amore che tenevo per lei me li faceva respingere.

Tentazioni contro la sua vocazione religiosa

Un giorno mi disse: «Oggi in casa parlavano di monache. Il babbo ha detto: io non darei il permesso ad una figlia di essere suora di carità ossia di quelle che vanno a chiedere l’elemosina e si devono trascinare poi tutto a casa». Mi disse questo freddamente, con tono indifferente, senza compatire la cecità di suo padre che parlava in quel modo, o meglio, sorridente, come per provare sua figlia. Insomma la mia amica non dimostrò quella fermezza e confidenza in Dio di altre volte, aspettando tutto da Lui, senza paura che gli uomini potessero mai impedire i disegni che il Signore aveva su di un’anima che le è fedele.

Un’altra volta mi si presentò con una giacchetta alla marinara, semplice ma molto bella. Mi disse: «Fattela anche tu; così l’abbiamo uguale tutte e due». Io risposi: «Non mi sembra conveniente per delle giovani che desiderano entrare in convento il farsi queste cose alla moda che richiamano l’attenzione; questo è appropriato a quelle persone che vogliono apparire eleganti e vivere nel mondo». In questo, a ragion veduta, non c’era niente di male; erano anzi cose di così scarsa importanza a cui anch’io avrei potuto consentire, infatti in alcuni desideri pensavo di compiacerla. Pensavo: Infine, una giacchetta è una cosa tanto comune!… Nella era già di per sé molto bella e simpatica; con quella giacchetta quel giorno mi sembrò ancor più graziosa. Talvolta il demonio me la faceva sembrare così per cercare di ingannarmi; infatti, come ho detto, mi venne un certo desiderio di compiacerla e di imitarla. Grazie a Dio mille volte, non fu che un desiderio momentaneo che mi fece capire quanto fragile ero anch’io e come non ero ancora morta a me stessa e alle vanità, come a volte mi sembrava. Gloria a Dio: la grazia prevalse.

Mi sembra, come più avanti me lo fece capire il Signore, che da quella piccola vittoria dipese la mia perseveranza nel bene: se avessi acconsentito, sarebbe stato come il primo passo o un aprire la porta alle vanità, dove sarei stata presto introdotta e dove, lo vedremo dopo, finirono le mie amiche. Quanto vale la fedeltà alla grazia anche nella piccole cose!

Niente di quello che Dio chiede ad un’anima è piccolo. Quello che lui chiede è sempre necessario per compiere in essa i suoi disegni. Tutte le opere di Dio sono perfette, dice il profeta, e la perfezione consiste nel fatto che nulla sia in più e nulla manchi. Se questo principio è applicabile a tutto, lo è in modo particolare a riguardo di quello che Dio fa con le anime. Oh, se si considerasse bene questa verità, come vivremmo con il santo timore di perdere i beni infiniti ad ogni istante, non compiendo la volontà del Signore! Felice l’anima che lo lascia operare liberamente, senza trattenere la sua mano di eterna saggezza e amore, né allontanandosi da essa con impazienza, sottraendosi ai suoi delicati e a volte quasi impercepibili tocchi, per assoggettarsi irragionevolmente a quelli dell’umana saggezza e prudenza. In questo modo può rendersi conto, sentire ed intendere quello che per mezzo loro Dio arriva a fare.

La rinuncia a certe amicizie

Per andare avanti nella mia santificazione era necessario, secondo i disegni del Signore, che io lasciassi le amiche e abbandonassi la compagnia della mia cara Nella. La volontà del Signore era chiara; ma i sentimenti naturali del mio debole cuore non mi lasciavano decidere. Cercavo di soffocare la voce della grazia che mi parlava senza cessare di lasciarmi la pace, anche se non mi lasciava gustare come prima le dolcezze dell’amore divino, specialmente quando mi raccoglievo in preghiera. Dio mio, se questi effetti produce un amore buono e santo verso un amica, che sarà di quegli amori cattivi e peccaminosi dei poveri mondani? Che danno non faranno i difetti, le imperfezioni, l’amor proprio? Oh, quanto si oppone tutto questo all’amore divino e trattiene la sua opera santificatrice!

In me, credo, attenuò molto la colpa la mia scarsa conoscenza delle cose spirituali. Io non sapevo che queste cose dovevo dirle al confessore, perciò non dissi niente a nessuno. Amavo Dio e volevo amarlo sempre, ma soffrendo perché non davo la libertà al suo amore e non facevo quello che Lui mi chiedeva. Quanto gran bene fanno quei confessori che quando vedono che un’anima si dà veramente al Signore considerano come un dovere, e in verità lo è, perché sono ministri di Dio, l’occuparsi in modo particolare di loro, far loro domande, chiedere loro conto del loro intimo, dei loro desideri, delle loro aspirazioni, timori ecc.; insomma, di tutto quello che Dio chiede all’anima e che l’anima gli dà! Il mio confessore era molto buono, un parroco esemplare per il suo zelo e la diligenza nei suoi doveri, ma non era così spirituale da penetrare fin dentro alle anime in quel modo. Quando vedeva che fuggivano dal male e facevano il bene rimaneva soddisfatto, incoraggiandole ad andare avanti, senza penetrare dentro alle anime, e senza condurle per quei sentieri nascosti, misteriosi per i quali non soltanto si va, ma si corre e si vola verso Dio. Con la luce che ora il Signore mi dà vedo quale grazia grande sia l’avere un buon confessore e quanto perdano le anime, specialmente finché sono principianti, se non hanno chi le guidi per cammini sicuri.

Non dico questo per scusare la mia mancanza. Lo so, fui infedele e ingrata, e quando più avanti conobbi la mia colpa mi confessai varie volte. Mi è servito sempre per umiliarmi e confondermi. Allora non conoscevo il male che si fa a resistere alla grazia e il Signore ebbe pietà di me e non tardò con la sua misericordia infinita a tornare a bussare alla porta del mio cuore ingrato e a mandarmi un altro angelo visibile, come più avanti vedremo, che mi insegnasse e mi guidasse fino a lui.

Si ripetono gli ordini del Signore

Un altro giorno me ne stavo seduta sopra una pietra dietro la mia casa, godendo la solitudine che cercavo ed amavo sempre tanto, di nuovo udii una voce: «Lascia le amiche, perché Dio ha sopra di te altri disegni». Come vi restai! Rimasi lì un bel po’ con la testa appoggiata tra le mani, gli occhi chiusi, senza poter vedere nulla; sentivo non so cosa. Avrei voluto restare ancora più sola di quello che ero… Alla fine mi alzai decisa.

Non ricordo bene se il giorno seguente o se passarono giorni da quel nuovo avviso del mio santo angelo, Nella passò davanti alla mia casa e dalla strada mi chiamò: «Beppina»… Io uscii fuori, ma invece di andare subito dove si trovava lei per intrattenerci come eravamo solite fare, le dissi: «Non posso; addio», e ritornai subito dentro casa. Quanto mi costò fare quel gesto così duro! La scortesia e la durezza erano contrari al mio carattere, naturalmente molto dolce ed affettuoso, ma la grazia, più potente, vinse. Benedetto e lodato sia mille volte il Signore! Il più era già fatto; dopo di ciò, più volte Nella passò senza chiamarmi e se qualche volta ci incontravamo era per poco tempo e non con l’espansività di prima. Lei, poveretta, si andava avvicinando al mondo e io allontanandomi da lei.

Ma prima di lasciarla definitivamente, il Signore (infatti quel giorno io mi sentivo inondata di una forza e di una luce non comune, superiore alla mia età di 15 o 16 anni) mi accompagnò con lei per la strada dove si trovava la cappellina dell’Immacolata, ai piedi della quale anni prima avevamo promesso insieme di lasciare il mondo. Lì le parlai come il Signore mi dettava: infatti, come ho detto, era Lui e non io. Lei si era messa un vestito con scollatura e pizzo trasparente, molto alla moda. «Nella», le dissi, «non ti sembra che questo vestito sia troppo elegante per una giovane che desidera essere sposa di Gesù? Non senti rimorso?». Mi rispose confusa e umiliata: «La mamma ha voluto farmelo». Io le risposi: «Prima ti lasciava libera, e ora no? Ahi Nella, Nella, aggiunsi: per amor di Dio non lasciarti ingannare dal nemico; il mondo ti attira, ti vuole…, ma pensa che prima ti ha invitato ed amato Gesù. Ricordati che la gioventù è un fiore che passa presto… Abbiamo 15, 16 anni; fino ai 19, 20, se ci diamo al mondo, noi attireremo qualche sguardo di compiacenza, fisseranno un po’ gli occhi su di noi, ci ameranno…, ma il fiore perde la sua freschezza, il suo profumo, si aprono altri boccioli per noi; passati i 20 anni, il mondo non ha più che sguardi freddi, indifferenti, come verso cose che è già stanco di vedere. Che follia darci al mondo, non amare Dio, per il quale siamo sempre uguali, non si invecchia mai e saremo sempre sicure del suo amore, perché Dio non cambia mai!».

Ascoltò tutta silenziosa e confusa ed io, perché la grazia potesse operare più liberamente me ne andai e la lasciai. Dopo questa conversazione io andavo osservando gli effetti che producevano i miei avvertimenti; ma sfortunatamente furono inutili. Poveretta, si diede al mondo. Ma più avanti vedremo come il Signore permise che venisse trattata da quel tiranno al quale si era data.

Io rimasi sola. Mi bastava Gesù, il quale dopo la rottura di quel legame, mi stringeva ogni giorno più forte al suo Cuore e mi rendeva felice nel suo amore. O Gesù, quanto sei buono!

Rafforzamento nella vocazione

Mia sorella, che per età mi precedeva immediatamente, incominciò a poco a poco ad essere più pia e ad imitarmi. Lei era sempre stata molto buona, seria e precisa, anche se non tanto devota come me, dopo che io mi convertii. Era però di carattere molto timido, malinconico, debole, opposto al mio (sempre vivace, ardente, risoluto). Lei non osava mai decidersi per niente.

Un giorno stavamo insieme con due altre nostre cugine di 18 e 19 anni. Quelle due, poverette, erano state mondane, anche se non cattive, ma amanti di divertimenti e di passatempi nel mondo e avevano già il cuore aggrovigliato dentro quei falsi ed ingannevoli piaceri ed amori che prima o poi il mondo e i suoi seguaci fanno esperimentare. Una di loro, Zoraida, aveva ricevuto una umiliazione o un rifiuto ad un ballo. Non dico in che modo, perché non lo so bene. Forse le era successo come a quella che nessuno le aveva offerto il braccio per ballare, allora vedendosi sola si ricordò di quell’amante divino che invita sempre tutti e disse: «Gesù mi offre il suo; lo accetto e d’ora in poi sarà lui solo il mio unico amore…».

L’altra, chiamata Ada, aveva rapporti con un giovane che era andato a darle lezioni di musica e le si affezionò al punto che rimasero compromessi. Quell’amore non fu che uno di quegli strumenti dei quali si servì la provvidenza per farle sentire il nulla delle cose della terra, il vuoto degli amori umani per attirarla al suo. Poco tempo dopo aver iniziato quel rapporto, il giovane si ammalò e in pochi giorni se ne andò all’eternità. Lei si diede da fare perché si confessasse, ricevesse tutti i sacramenti ed avesse una morte santa, come avvenne. Dopo morto lo accompagnò al cimitero e ai funerali, pregando per l’eterno riposo della sua anima. Volle essere presente anche alla sepoltura; io ero con lei. Che lezione ricevemmo nel vedere scendere la bara nella tomba e poi ricoprirla con quell’indifferenza glaciale da parte dei becchini, i quali tranquillamente parlavano dei loro affari mondani!… Che impressione ci fece il rumore della terra che cadeva sopra la bara!… Così finì quel giovane di appena 20 anni che pochi giorni prima, con i suoi canti e la musica, era stato la gioia di tanti… Quante volte a lei si sarà rinnovato il dolore nel suonare i pezzi musicali sul mandolino e nel cantare le canzoni imparate da lui!… Quale vuoto e spavento rimase nel povero cuore di mia cugina!…

Tanto questa che l’altra, deluse dal mondo incominciarono ad allontanarsene e a restare più a lungo confidenzialmente con me e con mia sorella Elisa. Un giorno di domenica quando stavamo tra noi immerse in questi ragionamenti, mossa dal Signore, dissi loro: «Se non vogliamo appartenere al mondo, ma piuttosto a Dio, che cosa aspettiamo? Perché non ci decidiamo una volta per tutte?». Quelle dissero: «Chiederemo al confessore se abbiamo la vocazione per farci monache; se lui lo approva noi ci decideremo». Allora, per incoraggiarle, mi sembrò il momento opportuno di dire loro: «Io gliel’ho detto e lui mi ha assicurato che ho la vocazione e si sta occupando per farmi entrare in un convento». Sentendo che io parlavo sinceramente, rimasero sorprese e tanto loro quanto mia sorella dissero: «Quanto prima, faremo altrettanto anche noi!». Beato mille volte colui che risponde prontamente quando la grazia lo chiama!

Non posso tralasciare di fare una breve riflessione: allo stesso modo dell’acqua che, quando si ritira da un lato, passa a riempire l’altro, così è la grazia del Signore. Si ritirò dalle mie prime amiche per crescere sopra di noi, incontrando le nostre anime meglio disposte. Infelice colui che dopo aver ricevuto il dono prezioso della vocazione, se lo lascia scappare perché non è fedele nell’ubbidire alla voce del Signore e dei suoi santi angeli.

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