Libro Quinto – Sarà nostro giudice e nostra eterna ricompensa

SARA’ NOSTRO GIUDICE E NOSTRA ETERNA RICOMPENSA[1]*

Rimanete nel mio amore” (cf. Gv 15, 9)

Perseverate nel mio amore, diceva Gesù ai suoi discepoli in una delle ultime ed intime conversazioni che ebbe con loro, prima di lasciarli per andare alla morte.

Rimanete nel mio amore” (cf. Gv 15, 9). Tutti gli insegnamenti che aveva dato loro erano diretti ad accendere nel loro cuore il fuoco del suo divino amore. Per questo era venuto in terra. “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra” (cf. Lc 12, 49), e non c’è dubbio che i primi nei quali lo accese furono quelli che sceglieva come strumenti, per aiutarlo a continuare, dopo la sua morte, così sublime missione. Dovendo lasciarli, Egli sa che essi ormai lo amano, che possiedono quell’amore che Egli con tanto ardore aveva loro comunicato, che i loro cuori sono accesi di quel sacro fuoco. Per questo, non dice loro: amatemi, ma raccomanda loro di perseverare nel suo amore. Perché questa raccomandazione? Perché aveva detto loro in un’altra occasione: “Il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate” (cf. Lc 12, 40).

opera di amore. Alla sua venuta, vuole trovarci col cuore ardente di amore per Lui, e noi dobbiamo sapere che il grado di amore che possederemo al momento della sua venuta, segnerà quello con cui lo ameremo per tutta l’eternità. Rimanete, vivete sempre nel mio amore; amatemi senza interruzione, sempre e dappertutto, con un amore costante, vivo e reale di giorno e di notte, dormendo e vegliando, affinché si accresca in voi la carità in ogni momento della vostra vita, così che quando verrò come Giudice vi trovi con un grado molto alto di amore.

Che Giudice mite e buono abbiamo! Chi temerà il suo giudizio, se per non condannarci morì in Croce? Se anche allora, quando dovrà mostrarsi a noi in tutta la sua giustizia e il suo rigore, ci avverte e dice come dobbiamo stare preparati affinché, senza ledere la giustizia, ci possa liberare dal rigore dei suoi castighi? Ci pone al riparo di essi con l’amore: chiede amore, molto amore, “perché la carità copre una moltitudine di peccati” (cf. 1 Pt 4, 8).

La carità è la moneta che paga tutto, che salda tutto; anche se avessimo commesso molti peccati, tutti li copre la carità. E’ questa che assicura all’anima un felice esito al momento del nostro transito all’altra vita. Tutto il resto, anche gli stessi atti buoni, devono essere esaminati e l’eterno Giudice troverà macchie in tutto, Lui che ne trova anche nei suoi angeli. Quante opere che sembravano buone, e anche le stesse preghiere, sacrifici, opere di zelo, non avendole compiute col debito amore, saranno vuote e senza merito. Quelle, invece, che sembravano indifferenti, e forse inutili, avendo avuto per movente l’amore di Dio, non dovranno essere esaminate perché l’amore tutto purifica, tutto perdona, tutto paga. “La carità paga tutti i peccati”.

L’amore non si esamina; solo si corona secondo il suo grado. Felice l’anima che ha amato Dio fino a convertire in amore tutto ciò che ha fatto, che ebbe l’amore divino come principale e unico movente di tutti i suoi atti, e non chiese a Dio per essi altro che amore.

Tale anima non sarà giudicata; l’amore la giustifica ed è il suo premio.

Che altro mosse tante giovinette a seppellire la loro vita fra le pareti di un chiostro? Che altro mosse tanti uomini, grandi per fortuna, talenti e speranze, a lasciare tutto e consumare la loro vita nel diffondere la luce della verità fra popoli infedeli, se non l’assicurarsi il divino amore e restare sempre in esso secondo la raccomandazione del divino Maestro?

Il missionario, la religiosa, abbandonando la casa, la patria, gli esseri cari, avevano presente Dio e pensavano con questo di stabilirsi in uno stato permanente di amore. Si obbligavano a vivere solo per Dio. Non si contentavano di amarlo; volevano vivere nell’amore, per poter essere sicuri quando, alla fine della loro vita, lo avrebbero visto come Giudice. Si consacrarono alla carità, perché essa fosse il loro scudo e la loro difesa nel giorno del giudizio. Quanti, al pensiero di questo gran giorno, si sono decisi a lasciare tutto e fuggire nella solitudine!

Poter offrire a Dio un amore in grado molto elevato nel momento supremo della nostra vita, in quel primo giudizio, quando solo il grado di amore che allora avremo sarà la misura del nostro eterno amore, è ciò che porta l’anima a tutti gli eroismi e la rende capace di tutti i sacrifici.

In quel momento, e a quella sentenza inappellabile che segnerà il grado del nostro amore a Dio per tutta l’eternità, l’anima tiene fisso il suo sguardo per animarsi negli strappi dolorosi che suppone e comporta ogni nuovo aumento di amore.

Nel regolare gli atti della sua vita, non pensa al supremo Giudice che dovrà esaminarli, per temerlo e averne paura, ma per amarlo sempre più, usando bene tutti i momenti della sua vita. L’anima amante è solo intenta ad accrescere il suo tesoro, sapendo che a questo fine le fu concesso, e che al termine della sua carriera mortale, termina anche il tempo per crescere nell’amore. Alla luce di questa verità, tiene la sua lampada sempre accesa, sembrandole breve il tempo, e la sua brevità le fa profittare di tutti i minuti, poiché uno solo può darle, o toglierle se non ne usa bene, un grado eterno di amore.

Per l’anima che ha cercato di vivere così, si semplifica mirabilmente il giudizio. Questo giudizio che è così severo, si estenderà a tutti gli atti anche più insignificanti della sua vita, ma se l’amore sarà stato intenso, tali atti non saranno sottoposti ad esame. Tutti resteranno annegati in quel torrente eterno di amore, dove mai riappariranno le miserie e le debolezze inerenti alla fragilità umana, e che possono sussistere anche nell’anima che ama molto il Signore.

opera di purificazione. L’amore è un fuoco consumatore. E’ acqua che purifica. E’ balsamo che aromatizza, adorna e dispone all’eterna visione di Dio, malgrado i peccati che uno abbia potuto commettere. L’amore dispone a quell’eterno indivisibile abbraccio con il Sommo Bene, ad ascoltare quella sentenza che fisserà il nostro cielo per l’eternità, e ad ascoltare, infine, quel dolce “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (cf. Mt 25, 34).

Si rallegrino quelli che il mondo chiama disgraziati, poveri, infelici, perché sono sprovvisti di tutto ciò che il mondo stima e apprezza, cioè di ciò che brilla dell’effimera bellezza di un giorno, ma che, sotto la loro apparente povertà, nascondono nell’anima il tesoro del divino amore.

Si rallegrino fin d’ora e non temano. Li assicura il Santo Profeta dei Salmi quando dice: “So che il Signore difende la causa dei miseri, il diritto dei poveri” (cf. Sal 139, 13). Allora ci sarà giustizia per questi poveri che sono vissuti umiliati e disprezzati dal mondo, ma uniti a Dio con l’ amore.

S. Agostino dice che i giusti, alla fine del mondo, si siederanno per giudicare con Cristo i cattivi. Saranno i ministri ed esecutori del giudizio che viene pronunciato sulle loro empietà. Questa è la gloria che il Signore tiene riservata per i suoi amanti, come lo ha manifestato nella Scrittura: “Per eseguire su di essi il giudizio già scritto. Questa è la gloria per tutti i suoi fedeli” (cf. Sal 148, 9).

Il Profeta Isaia, contemplando nelle sue estasi il futuro avvento del Salvatore, diceva che si sarebbero rallegrati gli uomini davanti a Lui, “come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si spartisce la preda” (cf. Is 9, 2).

Questa gloria e allegria non sarà minore per gli amanti di Dio, quando lo vedranno nel suo secondo avvento come Giudice. Il giubilo di quel grande giorno è il gaudio e la gloria di Dio stesso, che Egli comunica ai suoi amanti, vedendoli pieni di frutti di amore, come disse il divin Salvatore: “In questo è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto” (cf. Gv 15, 8).

Dio è giusto, come è sempre stato e sarà. La sua giustizia non tutti la conoscono e la confessano ora, ma tutti la conosceremo e confesseremo nel giorno del giudizio, quando, come Giudice, Egli ci chiederà conto di come abbiamo osservato la sua santa Legge. Il compimento della Legge e la sua perfezione sono compendiati nell’amore. Ne risulta che, vedendo brillare in un’anima questo divino splendore – fuoco sacro che l’assomiglia a Lui -, poiché sta scritto che, presentandosi come Giudice, sarà preceduto dal fuoco: “Davanti a lui cammina il fuoco” (cf. Sal 97, 3), la sua giustizia resterà pienamente soddisfatta al vedere quella somiglianza gloriosa con la sua divina persona. Perché, se per il peccatore il fuoco che precede il giudice è preludio di ira e di sdegno, per l’anima amante è fuoco della splendida luce dell’amore, che farà risplendere i giusti come soli: “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (cf. Mt 13, 43).

Se ci troverà tutti, in quel giorno, avvolti in così brillante splendore, che giorno di gloria, di giubilo e di trionfo sarà quello per tutti! Saremmo come scintille uscite dal fuoco eterno per venire ciascuna a compiere la missione di accendere altri cuori. E una volta compiuta questa missione, torneremmo per sempre al centro di questa eterna sfera da dove uscimmo.

Si capirà allora che Colui che fa giustizia è quel Dio di amore che nella sua santa Legge chiedeva solo amore alle sue creature, per poter dare loro la vita eterna nell’amore dove Egli eternamente vive.

Il Profeta doveva possedere questo ardente amore quando diceva: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (cf. Sal 41, 3).

Allora si capirà come Dio era per tutti fuoco di amore, ma per alcuni è fuoco d’ìra che li tormenta, e per altri dolce e amabile fuoco di amore che ricrea. Per alcuni giudice severo, per altri tenero amante; mansueto agnello per gli umili, e leone ruggente con quelli che abusarono della sua bontà e mansuetudine. Essendo uno per tutti, sarà per ciascuno secondo lo stato e la disposizione della propria anima. Come per il Sangue preziosissimo che Gesù sparse per redimerci, che è salvezza per alcuni, condanna per altri.

In questa vita il nostro amore è in prova: è Dio che prova il nostro cuore. “Saggia il mio cuore; scrutalo di notte!” (cf. Sal 16, 3). E’ Lui che prova, visita ed esamina.

“Dio prova – dice il Dottore Angelico – quando cerca la rettitudine del cuore; se questa non c’è, non va oltre. Visita quando dà inizio all’opera. Esamina per la fermezza e la perseveranza dell’opera. La prova è la ragione del fatto. L’esame è il fatto in se stesso. Così che non c’è mai visita né esame senza che preceda la prova”.

Felici noi se durante il nostro stato di prova – la vita – abbiamo un cuore retto: cioè, dirigiamo i nostri affetti a Dio, Bontà Suprema, a cui appartengono, perché allora ci faremo creditori delle sue visite, che è quanto dire, delle intimità dei più amati. E quando arriverà l’ora dell’esame, si fonderanno in uno, conseguendo in questo modo ciò che Nostro Signore, nella sua preghiera prima della sua morte, chiese per noi al Padre, cioè “perché siano perfetti nell’unità” (cf. Gv 17, 23).

Questa è l’ultima volontà di Gesù, il suo testamento: che lo amiamo tutti i giorni della nostra vita, senza interruzione, per poterlo infine amare perfettamente ed eternamente in cielo. Chi compirà i suoi desideri, osservando non solo i suoi precetti, ma anche le sue parole di amore, non sarà giudicato nell’ultimo giorno, poiché su tali parole si formerà il nostro giudizio, come ci assicurò il divin Salvatore quando disse: “Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno” (cf. Gv 12, 48).

preghiera. Gesù, Salvatore mio amatissimo, che mi offristi la tua carne, il tuo sangue, il tuo amore e finanche la tua stessa Madre per avvocata e protettrice, con tutte le ricchezze infinite dei meriti della tua Passione e Morte: fin d’ora confido che le tue divine labbra pronuncino su di me, pur miserabile peccatore, la sentenza di salvezza. Ne ho tanta fiducia, dato che presentandosi a far giudizio, gli Angeli tuoi ministri porteranno i sacri segni della tua Passione e Morte, e io voglio che questi segni misteriosi di amore, questi segni benedetti, siano sempre impressi nella mia mente e nel mio cuore, perché allora io possa guardarli tranquilla e come segni sicuri della mia eterna salvezza. Che la gioia che provai tante volte su questa terra contemplandoti Bambino venuto dal cielo perché eri il mio Salvatore, si cambi, nel giorno che ti vedrò Giudice, nella certezza di essere nel numero di quelli ai quali rivolgerai le consolanti parole: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (cf. Mt 25, 34). “Gioisca il cuore di chi cerca il Signore”, dice il Profeta (cf. Sal 104, 3).

Voglio cercarti, Dio mio, durante tutta la mia vita, per trovarti e gioire con Te, con un gaudio incomparabile ed eterno, in quel giorno di gloria e di trionfo del tuo potere e del tuo amore. Bramo questo giorno, per Te tanto glorioso, “in cui dominerai da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra” (cf. Sal 71, 8).

universalità del regno. Questo regno di Gesù Cristo non sarà come quello di Salomone, limitato ad una sola parte dell’Asia, ma sarà esteso fino ai confini dell’universo, come dichiarano le parole: “Sino ai confini della terra” (cf. Sal 71, 8). E il Profeta aggiunge: “A lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni” (cf. Sal 71, 11).

Giorno tanto desiderato dal mio cuore! “Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre” (cf. Sal 72, 26).

Ma l’anima che ama Dio non attende quel giorno per rallegrarsi. Già fin d’ora, pensando a tale glorioso trionfo per il suo amato, gode e si compiace, come il figlio per la gloria di suo padre, come la sposa per quella dello sposo, poiché è anche gloria e grandezza sua, come è per i figli e per le spose la gloria dei loro padri e consorti. Non può essere diversamente.

Dio è geloso della sua gloria, come patrimonio dei suoi figli, e non la cede a nessuno, come afferma quando dice: “Non cederò la mia gloria ad altri” (cf. Is 42, 8). Deve essere per Sé e per i suoi. Egli la possiede per essenza, e nessuno gliela può togliere. Non sarebbe necessario mostrarla con la maestà e il trionfo di quel gran giorno. Se così ha disposto la sua potenza e la sua sapienza, o meglio la sua infinita bontà, è per dare una prova in più di amore a quelli che lo hanno amato e sono vissuti solo per Lui.

Per loro è tutta la gloria di quel gran giorno, in cui potrà dare a chi lo ha amato e sofferto per Lui tutto il premio corrispondente alla sua fedeltà e amore.

Ma in che consisterà quel premio che con tanta solennità viene ripartito con le mani sovrane di tanto grande Re e Signore? Non è altro che Lui stesso. “Io, Io stesso sarò il tuo premio”. Amore con amor si paga. Mi hai amato, sei vissuto per amore, ricevi per paga e ricompensa l’amore sostanziale, l’amore infinito, eterno. Ricevi Me stesso; ma di più, entra in Me, nella mia beatitudine, annegati in essa: “Prendi parte alla gioia del tuo padrone” (cf. Mt 25, 23). L’anima nostra è di tale dignità che nessun bene, se non il Sommo ed Infinito, la può soddisfare. Dio è il fine unico per il quale l’uomo può vivere su questa terra senza degradarsi, ed è infine la sua giusta ricompensa in cielo.

Allora conosceremo chi è Dio, e il conoscerlo formerà il nostro cielo e la nostra eterna felicità, secondo quanto disse Gesù nella preghiera al Padre: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (cf. Gv 17, 3). Conoscere e vedere Dio faccia a faccia, è la perfetta beatitudine e tutta la gloria dell’uomo. Vedere Colui che lo creò, lo salvò e lo glorificò.

Io sarò il tuo premio, un premio smisurato. “Veramente – esclama S. Agostino -, mio Dio e mio Signore, Voi siete grande e anche il vostro premio è infinitamente grande, poiché questo premio siete Voi stesso!… Voi siete il coronatore e la corona stessa, chi promette il premio e il premio stesso, il pagatore e la paga, paga e premio di felicità eterna”.

invito a vivere la giustizia. Questo premio ci deve animare ad operare sempre la giustizia, come diceva il Santo Profeta Davide: “Per il premio”.

Se ci fosse dato di capire che cosa significa possedere Dio, Dio essere tutto nostro, per raggiungere tanta sovrana fortuna, tutto riterremmo un nulla. Non ci sarebbe dolore né sacrificio eccessivi per noi, tutto affronteremmo con piacere, se tenessimo fissi gli occhi al premio che ci attende, e tutto faremmo per esso, “per il premio”.

Possedere Dio è possedere la sua sapienza, la sua immensità, la sua eternità, la sua onnipotenza, la sua giustizia, la sua verità, ma soprattutto la sua bontà e il suo amore, perché tutti questi attributi, e altri che non conosciamo, è il nostro Dio.

San Paolo, dicendo che nessuno in terra ha visto né udito, né compreso, la bellezza e grandezza delle cose che Dio tiene preparate per quelli che lo amano, senza dubbio si riferiva a Dio stesso, premio dell’anima; Dio che nessuno ha mai visto, né può vedere mentre vive. Ne risulta che nessuno può dire né immaginare che cosa è Dio, né che cosa sarà il compimento di quella parola che Egli rivolgerà all’anima fedele: “Prendi parte alla gioia del tuo padrone” (cf. Mt 25, 23).

Che sarà il momento in cui Dio si darà all’anima e questa ritornerà a Lui, pura come quando uscì dalle sue mani creatrici, e dopo averlo tanto amato in terra? Che sarà questo incontro, nessuno è capace di dirlo né di immaginarlo.

Giungendo al grado di amore che la rende capace di unirsi al suo Dio, l’anima si sente come un pesce fuor d’acqua, come un raggio separato dal centro della sua sfera, come una pietra che precipita nel profondo. Così l’anima corre diritta e senza ostacolo verso quel mare eterno, fuori del quale non può più vivere, perché Lui è la sua vita, così come lo era nel seno di Dio, prima di venire all’esistenza.

Perché, se come insegna l’Angelico, tutte le creature esistono in Dio prima di esistere in se stesse, e può dirsi che, quanto alla loro essenza, hanno cominciato ad allontanarsi da Lui all’atto della loro creazione, era necessario che la creatura razionale si unisse di nuovo al suo Dio, a cui era unita prima della sua esistenza, così come l’acqua di un fiume ritorna al mare da dove uscì.[2]

Questa necessità di Dio, suo primo principio e origine, l’anima la sente in modo tanto imperioso che le si rende quasi impossibile vivere, e intollerabile il soffrire, una volta acquisito il grado di purezza necessaria per unirsi a Lui, che l’abbia raggiunto in questa vita o nelle fiamme purificatrici del Purgatorio. L’anima ha bisogno di ritornare al suo Principio, all’eterno riposo in Lui.

Felice l’anima che possiede questa carità perfetta che la rende simile al suo Dio già in questa vita. Quella somiglianza che esclude il timore e dà fiducia per il giorno del giudizio, come si esprime l’Apostolo S. Giovanni nella sua prima lettera: “Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo” (cf. 1 Gv 4, 17).

gesù cristo, giudice supremo. Gesù, Giudice supremo dei vivi e dei morti: l’amore mi fa desiderare quel giorno di gloria per Te, quando al suono della tromba che tutti ci chiamerà, ti presenterai maestosamente sulle nubi con grande potenza e gloria, accompagnato dagli Angeli, per giudicare tutti. Allora tutte le nazioni compariranno alla tua presenza, e ciascun uomo dovrà riconoscerti solennemente per quello che sei: Capo, Re e Giudice dei popoli e degli individui.

Invece di temere quel giorno, voglio ora accrescere nell’anima mia il tuo amore, e pensando che sarà per Te un così glorioso trionfo, mi rallegro e ne gioisco. Mi rallegro anche per il gaudio che con Te proveranno tutti i tuoi servi fedeli, che saranno perfettamente ricompensati di tutte le umiliazioni e sofferenze che per amor tuo patirono.

Tutto avverrà in un istante, come in un batter d’occhi. Tutti gli uomini saranno giudicati col solo essere presenti alla rivelazione del quadro che manifesterà tutte le coscienze, che saranno scoperte anche dalla tua giustizia, dalla tua sapienza, dalla tua bontà e dalla tua onnipotenza. L’anima mia spera da Te, mio Giudice, quello sguardo affettuoso che le rivelerà la sua sentenza favorevole anche prima di pronunciarla: “Vieni, benedetta del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per te fin dalla fondazione del mondo” (cf. Mt 25, 34).

Qualunque sarà la sentenza che uscirà dalla bocca dell’eterno Giudice, tutti approveranno la sua giustizia e ripeteranno quel: “Grande è il Signore… è piena di giustizia la tua destra” (cf. Sal 47, 2.11). Ti farai conoscere per quello che sei, Capo di tutti, e come tale sarai lodato e glorificato da tutte le creature.

Dall’oriente all’occidente… Dio verrà manifestamente, e non tacerà, come tace ora molte volte. “Dal sorgere del sole al suo tramonto, sia lodato il nome del Signore” (cf. Sal 112, 3).

Non si presenterà come nel suo primo avvento, in aspetto umile, nascosto nella debolezza di un bimbo impotente, ma manifestandosi per quello che è: Re supremo, Onnipotente, a cui nessuno può resistere.

La giustizia di Dio in questo giudizio sarà nota al mondo, come le cose celesti si scoprono alla terra, poiché in questo Giudice sovrano non ci può essere ombra di ingiustizia (cf. Gb 34, 10-22). L’onnipotenza divina illuminerà in un momento tutte le coscienze e apparirà il quadro della storia di tutti gli uomini e di ciascuno. In quel quadro si leggeranno tutti gli atti di ciascuno, e ognuno sarà giudicato col solo essere presente a questa grandiosa rivelazione.

Tutti conosceremo allora l’amore infinito di Dio per gli uomini, manifestato specialmente morendo per noi sulla Croce, la quale si presenterà nel cielo come una visione luminosa che farà capire a tutti quanto sono stati amati e quanto costò l’anima nostra a Colui che ebbe come sotto torchio il suo Cuore durante la sua vita mortale, mentre attendeva l’ora di quel battesimo di sangue che ci doveva purificare e salvare.

Tutti conosceranno l’amore di quel Cuore che si consegnò alla morte per darci la vita. Venne dal cielo per accendere il fuoco qui in terra, e tutti i suoi desideri, fatiche, stanchezze, erano diretti a che quel fuoco ardesse nelle nostre anime e lo amassimo. Come si troverà l’anima che non volle aprirsi al suo amore? Per evitare un così terribile pericolo ai suoi discepoli, e in essi a tutti, Gesù li prevenne avvertendoli: “Vegliate e pregate” (cf. Mt 26, 41), in ogni tempo, per evitare questo grande male e potersi presentare con fiducia al cospetto del Figlio dell’uomo, esortandoli ad una costante vigilanza.

Diceva loro che, vegliando e pregando, non temessero; che al momento del giudizio aprissero gli occhi alla fiducia, levassero il capo e stessero di buon animo, perché si avvicinava la loro liberazione e il regno di Dio era vicino (cf. Lc 21, 28).

Che parole incoraggianti per quelli che amano e non desiderano altro che quel regno di amore, regno che non avrà fine! Nella parabola della grande cena, “coena magna” (cf. Lc 14, 16), Gesù mette in rilievo ancora una volta la ricompensa che darà ai suoi amanti nella risurrezione dei giusti; ricompensa così grande che al solo sentirla, fece esclamare uno degli invitati: “Beato colui che avrà parte al convito del regno di Dio” (cf. Lc 14, 15; Ap 19, 9).


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, marzo 1934, pp. 145-156.

[2] Opusc 19, c. 1.

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