Libro Sesto – La Grazia

LA GRAZIA

Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio” (cf. Sal 45, 5)

Questo fiume che rallegra la città di Dio non può essere che Lui stesso che si dà e si diffonde generosamente in infiniti ruscelli… di grazie.

Città di Dio sono le anime figlie della Chiesa, che possiedono la grazia santificante e possono ricevere un incessante aumento di questo incomparabile dono che, secondo S. Agostino “supera non solo tutti gli astri e tutti i cieli, ma anche tutti gli Angeli”.

Ci sono persone che soffrono molto. Sono come navi senza bussola. Secondo loro, non resta loro altro che solitudine, lacrime… disperazione. Triste parola, che non deve esistere per i cristiani, essendo propria solo dei condannati. Perché allora si coglie a volte sulle labbra dei cristiani?

Ma quanto è facile essere felici! Felici in questa vita e nell’altra. La base della felicità è la grazia. Vivere fedeli alla grazia nel compimento del proprio dovere.

Non è l’abbondanza dei beni terreni, la ricchezza, che dà all’uomo pace e gioia, ma compiere il proprio dovere sotto la mozione della grazia, con lo sguardo in alto; questo tutti lo possiamo fare.

S. Agostino, commentando le parole del Signore: “Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi” (cf. Gv 14, 12), dice che per queste opere maggiori non si intendono propriamente miracoli e prodigi, ma le opere di chi si adopera ad avere la grazia e s’impegna ad aumentarla. Che fortuna per l’anima che cerca nei suoi atti questo aumento di grazia e opera con questa intenzione, anche negli atti più insignificanti e ordinari della vita, tutto insomma ciò che si fa, particolarmente se è penoso, offrendolo in unione a ciò che soffrì Gesù nella sua Passione e morte! Non resterà senza ricompensa un fuscello di paglia raccolto da terra o un bicchiere d’acqua dato ad un povero per amor suo. Quanti atti di carità intorno a noi che sono come bicchieri di acqua per la loro insignificanza, ma che attirano molta grazia! Che profondità, senza fondo, di amore divino racchiude questa fonte di ricchezza che ha la sua origine nel cielo! Questo sì che basta per far felice, ricco, stimato e amato da tutti, il più miserabile di questo mondo.

Che peccato, degno di lacrime, la poca stima o disistima che si fa della grazia che costò il Sangue di Gesù. La disprezza chi non si cura dei propri interessi eterni, non operando per amore e non accettando dalla mano di Dio le difficoltà di cui è seminata la vita. Non raccoglie le pietre preziose – gocce del Sangue di Gesù -, ma le calpesta senza considerare il loro valore, più grande di tutti i beni del mondo. La disprezzano quelli che mormorano, quelli che dicono menzogne, quelli che mancano di carità, di giustizia, i vendicativi. Questi poveri sventurati rendono vana la Passione e morte di Gesù, disprezzando il suo Sangue di merito infinito. Il peccato, per minimo che sia, è il maggior disprezzo che la creatura possa fare a Dio e alla dolorosa Passione del suo divin Figlio. Di questi si lamenta il Salvatore tramite il Profeta: “Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, muovono il capo” (cf. Sal 21, 8). Quelli che disprezzano la grazia sono quelli che trattano Nostro Signore come un verme che si schiaccia a terra. “Io sono verme, non uomo” (cf. Sal 21, 7). Con queste parole, Gesù ha voluto rivelarci il dolore del suo cuore, per commuovere il nostro cuore. Dappertutto brilla il suo amore.

Lotta tremenda quella dell’anima fra la grazia e la natura. Lotta che è penitenza, è amore, è preghiera, è trionfo, perché in questo stato trionfa sempre Dio con la sua potente grazia, trasformando gli atti umani in soprannaturali, tutto santificando, tutto convertendo in amore, in amore sempre più puro e ardente, in amore trasformante.

Dice S. Tommaso che l’anima in grazia è simile ad un ferro messo nel fuoco, che a poco a poco va assomigliandosi al fuoco, in modo che sembrano confondersi. “Così, è necessario che Dio deifichi e divinizzi l’anima, comunicandole, per partecipazione di somiglianza, la natura divina”. Questa partecipazione, meglio di qualsiasi altro elemento, la significa il fuoco. E pensare che questo stato così elevato di una creatura è alla portata di ogni anima di buona volontà! Possono andare a Dio solo quelli che sono attratti da Lui. Ce lo assicura Gesù Cristo: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (cf. Gv 14, 6). Non sono attirati solo quelli che gli si ribellano, lo bestemmiano, disprezzano la sua dottrina, la sua Chiesa. Il cuore di questi si indurisce in modo tale da non poter sentire le dolci attrattive della grazia, che solo invita, non violenta nessuno. Questi poveri disgraziati resistono allo Spirito Santo. Hanno perduto la luce della verità: “Sine tuo numine, nihil est in homine, nihil est innoxium”.[1]

Bisogna pregare insistentemente per questi poveri ciechi volontari. Pregare uniti. Pregare con la Chiesa, madre che piange su questi figli disgraziati, che essa chiama con la voce di una madre abbandonata. La preghiera assidua della Chiesa può convertire tutti, far sentire a tutti le attrattive della grazia. Non basta a volte la sola preghiera. Bisogna unirla al sacrificio, alla penitenza, alla costanza, fin quasi ponendosi in lotta con Dio, come fece Mosè: “Signore, o perdona il tuo popolo, o cancellami dal libro della vita” (cf. Es 32, 32 vulgata). Oppure come una nostra conterranea, S. Gemma Galgani, che, pregando per un peccatore, diceva: “Gesù, insisto a supplicarti per il mio peccatore. E’ figlio tuo e fratello mio; salvalo, Signore. Perché non mi ascolti oggi? Hai fatto tanto per un’anima sola, e non vuoi salvare questa? Salvala, Gesù, salvala… Spargesti il tuo Sangue senza misura per i peccatori, e vuoi ora misurare la quantità dei nostri peccati?”.

Dio vuole dare la sua grazia a tutti. Questo pensiero: “Egli lo vuole”, è già una garanzia per non stancarci nel chiedere, insistere e sperare. Insistere anzitutto e sempre nel chiedere la grazia della santità nel nome di Gesù, come Lui stesso ci ha insegnato, per far violenza sul Cuore del Padre suo. In questo modo ci metteremo in condizione di essere ascoltati da Dio. “Signore, davanti a te ogni mio desiderio e il mio gemito a te non è nascosto” (cf. Sal 37, 10).

Quelli che si elevano a Lui con santi desideri, sapendo che Egli tutto vede e tutto sa, attirano continuamente nuove grazie sulla propria anima. Bevono a questa fonte, che sale fino alla vita eterna, quell’acqua cristallina che offriva Gesù quando esclamava nel tempio: “Chi ha sete venga a me e beva” (cf. Gv 7, 37).Dissetandosi a questa sorgente, non si affliggono né si preoccupano troppo delle difficoltà della vita, che sono a caro prezzo; sanno bene che ciò che più vale – la grazia – è sempre a buon mercato, tanto che si può acquistare e aumentare con un desiderio, un sospiro del cuore, un bacio al Crocifisso o a qualunque altra cosa santa. Il tesoro della grazia non ha porte chiuse, perché Gesù volle che si aprissero con una lanciata al suo Cuore, sorgente di tutti i beni, fonte inesauribile delle grazie del cielo.

Ricorriamo alla Madre della grazia. Affidata la grazia alle sue mani materne dall’Autore di tutte le grazie, Ella non desidera che distribuirle, arricchendo i suoi figli, e suscitando nelle anime il desiderio della grazia. Maria desidera solo che possiamo essere nel numero di quei fortunati di cui parla Gesù: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati” (cf. Mt 5, 6). Di che? Di Dio, del suo amore.


[1] Cf. Sequenza di Pentecoste: “Senza di lui, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa”.

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