7. Il nome di Gesù

7. Il nome di Gesù

Chi tanto mi attirava dietro di sé sul cammino della perfezione era il divino Modello, Gesù. Con gli occhi dell’anima mi sembrava di vederlo sempre, di avere davanti sempre la sua divina bellezza: il mio pensiero era sempre in Lui. Vedevo la sua amabile persona, le sue opere e perfino lo udivo; sì, udivo le sue parole. Il santo Vangelo, o tutto quello che parlava di Gesù o portava il suo Nome, mi commuoveva, mi attirava e conquistava. Ciò non era una novità: erano già anni che i divini incanti di Gesù si erano progressivamente rivelati alla mia anima e il mio cuore era rimasto come catturato dal suo ineffabile amore. Al tempo in cui ci stiamo riferendo le attrattive dell’amore di Gesù aumentarono però notevolmente.

Impresso con ferro e fuoco sul suo petto

Già prima di entrare in convento, Gesù era l’unica calamita che attirava tutti gli affetti del mio povero cuore. Non potevo amare né pensare ad altra cosa che a Lui, cercando tutti i mezzi che mi aiutavano a raggiungere questo scopo. Non ricordo se lo avevo letto nella vita di qualche santo, o se me lo aveva ispirato direttamente il Signore, che alcuni di loro si erano impressi il nome di Gesù sul petto. Certo è che mi accesi di vivo desiderio di farlo e, senz’altro, chiesi il permesso al confessore, il quale rimase sorpreso di una tale richiesta. Evidentemente lui non sentiva l’ardore che provava il mio cuore e mi diede un rifiuto perentorio. Pochi mesi prima di entrare in monastero tornai a chiedergli il permesso. Allora non si sorprese più, né tornò a darmi la risposta della prima volta, perché mi disse che, siccome stavo per entrare in convento, aspettassi a farlo una volta entrata. Con questo mi tranquillizzai.

Infatti, poco dopo essere entrata, lo dissi al P. Germano. In quell’occasione, senza che io avessi detto nulla a nessuno lui indovinò quello che pensavo. Mi ero proposta, nell’andare da lui, di chiedergli due permessi: uno era questo, e l’altro di poter scrivere con il proprio sangue la formula del voto di amore. In quanto al primo, prima che io pronunciassi una sola parola lui mi disse: «So già quello che tu desideri: vuoi scrivere sulla tua carne il nome di Gesù e vieni a chiedermi il permesso»; e poi aggiunse anche l’altra cosa, cioè, quella di scrivere con il mio sangue il voto. «Lo so —disse, quando io gli manifestai il mio stupore—, me lo ha detto Gesù». A queste sue parole s’infiammò ancor di più il mio desiderio di fare entrambe le cose quanto prima. Lui si accorse e volle mortificare un po’ il mio ardore e la mia vivacità. Mi disse che mi permetteva la prima richiesta, ma che aspettassi ancora un po’, lui stesso mi avrebbe portato il ferro con il nome di Gesù quando fosse tornato da Roma. Quanto alla seconda, cioè, quella di scrivere con il sangue il voto di amore, mi disse di no, perché, aggiunse: «il tuo sangue non è buono, non vale nulla».

Ci si può immaginare con quale ansia aspettavo che il Padre ritornasse da Roma, ma succedeva che quando veniva non mi portava nulla; non so se lo faceva di proposito o per dimenticanza. Il fatto è che mai me lo portò e alla fine morì e mi lasciò con nulla di fatto. Il desiderio però non mi abbandonava e, date le circostanze in cui mi trovavo, dovette passare parecchio tempo prima che potessi parlarne con qualcuno. Il cambio di confessore e il non trovare che mi ispirasse fiducia mi facevano restare in silenzio. Avevo il P. Ignazio, mi sembra però che a lui non dissi nulla, perché sarebbe stato inutile, la sua risposta sarebbe stata: «Basta la Regola». Così me ne andai in Messico senza dimenticare mai questo mio desiderio. Dal Messico venni in Spagna e qui fui prima a Lezama e ora a Deusto desiderandolo sempre e aspettando il momento stabilito da Dio, poiché non volevo farlo per mio capriccio, ma per fare piacere a Lui.

Una volta che avevamo un confessore molto facile a concedere i permessi, approfittai per chiederglielo. Pensai tra me: «Se il Signore vuole, permetterà che mi dica di sì; mi dirà di no, se Lui non lo vuole». Ed effettivamente, subito alla prima richiesta, né più né meno, mi disse: «Sì, lo può fare, ma non si faccia molto male». Figurarsi il mio piacere! Tenevo già preparato un ferro con il nome di Gesù, che avevo fatto io stessa con un filo di ferro grosso. Esso raffigurava le tre lettere o il monogramma del nome di Gesù alto quattro dita e una croce al centro.

Immediatamente, cercai la data più vicina che mi fosse di gradimento e fu quella dell’Assunzione di Maria santissima al cielo dell’anno 1920. La vigilia di questa solennità, durante il tempo di silenzio prima dei Vesperi, portai in cella alcuni carboni e lì, quando fui sicura che nessuno sarebbe venuto ad interrompere il mio lavoro e che nessuna delle religiose si sarebbe accorta, accesi il carbone e una volta che il ferro era divenuto incandescente me lo impressi in mezzo al petto. Ricordo di aver detto alla santissima Vergine che volevo farlo con le sue mani purissime perché fosse più accetto a Gesù e che fosse Lei a imprimere in me l’adorabile Nome, come fa una madre quando mette un contrassegno sulle cose che appartengono a suo figlio perché nessuno gliele rubi e siano riconosciute da tutti e rispettate.

Fu tanto l’ardore con cui lo feci, che posso dire di non aver quasi sentito la bruciatura. Tuttavia, ottenni che fosse abbastanza profonda, perché per conseguire che il segno rimanesse ben inciso sul mio petto, siccome non mi era riuscito la prima volta, dovetti riscaldare nuovamente il ferro e rimetterlo nuovamente sulla bruciatura. Ciò provocò una notevole infiammazione, per cui dovetti per alcuni giorni curarmi la piaga e dovetti pure fare attenzione a non sfregarmi contro la lana per non vedermi costretta a scoprire quello che desideravo rimanesse soltanto tra me e Gesù. Grazie a Dio, dopo alcune settimane guarì completamente e mi rimase molto ben impresso (come io lo desideravo) il nome mille volte benedetto di Colui al quale appartenevano tutti i miei affetti.

(N. B. In appendice sarà riportata una riproduzione grafica dell’anagramma di Gesù, che Madre Maddalena si è impressa sul petto, corrispondente fedelmente nella forma e nelle dimensioni alla figura originale).

Essere immagine perfetta di Gesù

Nome adorabile e mille volte santo del mio Gesù! Ho la gioia di portarti inciso in mezzo al mio petto dove desiderava tanto collocarti la Sposa santa del Cantico dei Cantici affinché Tu solo fossi il suo esclusivo pensiero e tutto il suo amore. «Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra, riposa sul mio petto» (cf. Ct 1, 13). Sì, o Gesù, non è il tuo nome soltanto che io voglio portare sul mio petto, sei pure Tu stesso, o mio amato, colui che voglio portare in pienezza: la tua immagine e anche la tua stessa persona mediante la pratica della virtù nel mio essere, perché Tu viva in me ed io della tua vita divina. In questo modo io sarò in Te e per Te un’ostia pura di lode a Dio, immolandomi con Te tutti i giorni della mia vita e quando giungerà la morte che il mio sacrificio si consumi come olocausto di puro amore, trasformando il mio essere completamente in quell’amore increato per il quale soltanto è permesso fare simile follie…

Gesù mio dolcissimo, se il pensiero che il tuo nome benedetto è impresso sul mio petto in modo indelebile e che lo dovrò portare con me nell’eternità è per me un’immensa gioia e consolazione, è però anche di grandissima confusione. Tu lo sai: mi sento così indegna di un simile onore che, se non lo avessi fatto, forse ora non oserei, per timore di profanarlo portandolo nella mia carne di peccato. «Jesu, candor lucis aeternae, miserere nobis».8 Sì, o Gesù, candore di luce eterna, abbi pietà di me. Guarda unicamente ai miei desideri, alle mie intenzioni che sono soltanto desideri e intenzioni di amarti, di glorificarti. Non guardare alle mie azioni e alle mie ingratitudini, alle mie colpe passate e presenti se non per averne pietà e concedermi il perdono totale di esse: te lo chiedo per il tuo stesso adorabile nome di «Gesù» che vuol dire «Salvatore nostro». Sì, so quello che significa per me il tuo nome: Salvatore. Lo spero per quelle viscere di carità che ti fecero scendere dal cielo sulla terra, per quell’amore instancabile con il quale mi hai cercato quando, come pecorella smarrita, vagavo lontana da Te e tu mi stringesti al tuo petto di Pastore, di Medico e di Padre. Gesù, concedimi il perdono di tutto, concedimelo perché te lo chiedo e lo spero dalla tua infinita bontà, alla quale intendo accorrere ogni volta che ripeto il tuo nome per sempre benedetto.

Ci fu un tempo nel quale temetti che mi succedesse quello che successe a santa Margherita Maria Alacoque, alla quale, come castigo per una mancanza, il Signore le cancellò il suo nome, poiché anche lei lo portava impresso sul suo petto. Commisi anch’io quella stessa mancanza e avrei meritato lo stesso castigo, ma con me Gesù fu più benigno e comprensivo. Il castigo che mi diede fu quello di aumentare le manifestazioni di tenerezza e le finezze del suo amore. Tutto questo, l’ho detto e lo ripeto, serve per la mia maggiore confusione e vergogna e per obbligarmi ad amarti di più. Vedo proprio, o mio Gesù, che il mio povero amore Tu non vuoi ottenerlo con altro mezzo se non amandomi e facendomi sentire la tenerezza del tuo amore infinito.


8 «Gesù, splendore di luce eterna, abbi pietà di noi».

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