37. Novizia

37. Novizia

Il noviziato suole chiamarsi l’infanzia della vita religiosa. Di fatto, è così, poiché questo tempo è molto o del tutto simile all’età dell’infanzia e della fanciullezza. In me almeno queste due epoche considerate nei loro rispettivi significati, hanno molta somiglianza. In tutte e due io fui molto amata e molto amante, ardente ed accesa come un fuoco che non dice mai basta né si soddisfa, ma vuole sempre di più e avanza, avanza sempre. Poco, infatti, si sono differenziate le mie due infanzie: quella naturale e quella spirituale.

Anche in convento io ero la più piccola di età tra le novizie e per il mio carattere, naturalmente affettuoso ed espansivo, ero quella che tutte amavano di preferenza, disposte a confidarmi a volte, durante le varie ricreazioni, le loro pene intime e le loro consolazioni.

La nascita a una nuova vita

Io amavo teneramente la venerata Madre Giuseppa ed ero ugualmente da lei corrisposta. Lo stesso devo dire del buon P. Germano, che vegliava sul mio spirito e sulla mia salute con una bontà veramente paterna. Tutte insieme, le otto o dieci tra postulanti e novizie, unite nell’unica aspirazione di farci sante, eravamo felici, completamente felici.

Veramente nelle novizie esistono incanti, attrattive e ardori propri del bambino, senza però escludere a volte anche le sue spine, che il più delle volte possono paragonarsi alle sofferenze dei piccoli, che si contrariano e piangono per un nonnulla, una parola, uno sguardo, una negazione che impedisce di soddisfare i loro capricci e pretese. Tutti coloro che sono passati per il noviziato sanno come succeda proprio così.

È lì che avviene quella rinascita della quale parlò nostro Signore a Nicodemo. È una cosa molto dolce e ammirevole insieme presenziare da vicino a queste nascite alla vita spirituale, vedere quello che può e fa la grazia, talvolta in persone più grandi, abituate all’indipendenza e alla libertà. Lì tutte siamo uguali e della medesima condizione ed età o meglio tutte ci eguaglia la grazia. Chi non conosce quello che questa può e fa con le anime che le si consegnano, forse nell’udire questo farà la celebre domanda che fece Nicodemo a nostro Signore (cf. Gv 3, 4): «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». A costoro io risponderei con Gesù, dicendo che quella rinascita avviene mediante la grazia e ad opera dello Spirito Santo e che quello che nasce dallo spirito, è spirito (cf. Gv 3, 6). Notando l’ammirazione di quelli che di fronte a simili miracoli della grazia la pensano forse in egual modo, spiegherei loro subito il mistero. Fu necessario che scendesse dal cielo in terra il Figlio di Dio e morisse sopra una croce —«exaltari oportet Filium hominis»—,58 perché si potessero vedere tra gli uomini tali miracoli. Con questa risposta cesserebbe indubbiamente ogni ammirazione.

Ti è costato molto, o Gesù, dolce amore mio, conquistare tante anime alla vita religiosa e farle rinascere completamente ad una nuova vita spirituale. Non si considera sufficientemente il suo valore perché non si apprezza abbastanza né si vive nella sua pienezza, come si dovrebbe, questa nuova vita. Non si riflette sui benefici, i vantaggi e i mezzi senza numero per farci santi che ci sono nella vita religiosa, né si pensa che essi portano tutti il sigillo, il marchio del suo prezzo: il sangue di Dio. Io credo, per grazia del Signore, di aver compreso almeno in parte questa verità. Sentivo molto rispetto e venerazione verso tutti gli atti di osservanza, per minimi che fossero, li eseguivo come se stessi servendo davanti all’altare o al trono dove siede Dio.

Questa grazia l’attribuisco alla tenerezza con la quale amavo Maria e mi credevo teneramente amata da Lei. Come mi sembravano grandi tutti quei doveri che siamo soliti chiamare piccoli! Ho detto siamo soliti chiamare piccoli, ma in verità non può essere cosa di poca importanza quello che ha per oggetto il condurre una vita nuova, modellata sopra quella di Gesù Cristo. Al raggiungimento di questo è diretto tutto il noviziato: silenzio, soggezione, umiliazioni, mortificazioni, non poter dire una parola se non con la Maestra, non poter fare né prendere nulla, né andare da una stanza all’altra, senza chiedere prima il permesso in ginocchio. Occorre ottenerlo anche per prendere un bicchiere di acqua o un po’ di filo del quale si ha bisogno per il lavoro. Tutto questo mi attirava e mi era molto gradito. Quale pace, tranquillità e piacere mi produceva nell’anima questa continua e totale dipendenza in tutto, anche nelle cose minime o indifferenti! Tutto questo era amore e attirava amore all’anima.

Non si pensi affatto che mi mancassero richiami e castighi e che tutto fosse puro piacere. La parte inferiore di me non cessava di sentire l’umiliazione e la soggezione. In base al mio temperamento vivace mi piaceva molto fare presto le cose. Quando c’era da scopare, io terminavo in fretta la parte che mi avevano assegnato di pulire e andavo ad aiutare le mie compagne, portavo secchi di acqua troppo pieni e la versavo, a volte salivo e discendevo le scale troppo frettolosamente e cose del genere: tutto questo mi faceva meritare rimproveri e castighi, obbligandomi a moderare il mio temperamento impetuoso.

Piccole croci

Credo però che il contrattempo che mi fece soffrire di più in tutto il periodo del noviziato sia stato il seguente. Era abitudine tra noi che le postulanti stessero con la Maestra nella sala comune di lavoro per eseguirlo sotto la sua direzione. Le novizie invece, da quando incomincia il loro noviziato, ricevono dalla Maestra il lavoro e le istruzioni e poi ognuna va a farlo nella sua rispettiva cella. Quando divenni novizia, mi rallegrò in modo del tutto particolare quel punto del regolamento, poiché mi attirava tanto la solitudine della mia amata cella. Che ore felici, pensavo, potrò passare qui da sola con il mio divino promesso sposo!

Alla mattina noi ci presentavamo alla Maestra, e se il lavoro che ci consegnava non richiedeva la partecipazione di altre, senza che ce lo dicesse, ce ne andavamo in cella, in caso contrario, rimanevamo nella sala comune. Quando c’era da ripiegare la biancheria del bucato eravamo solite fermarci tutte ed aiutarci finché non si aveva finito, poi ciascuna prendeva quella che le davano da stirare e andavamo in cella. Io appena vedevo che si stava terminando e che non avevano più bisogno del mio aiuto mettevo la roba nel cestino e me ne andavo per prima in cella. Sicuramente a motivo della fretta e dell’ansia con cui lo facevo, le Madri dovettero accorgersi che c’era qualcosa di difettoso, o che io cercavo la mia soddisfazione sotto le apparenze di bene.

Il Signore mi voleva santa davvero e non con una perfezione capricciosa che è ricerca di se stessi e soddisfazione dell’amor proprio, per cui un giorno in cui mi videro raccogliere il lavoro e andarmene nel modo che ho detto, mi domandano: «Dove va con tanta fretta?». «In cella», risposi. «Che fretta ha? Le altre sono ancora qui; aspetti che se ne vadano».

Quando tutte se ne furono andate, la Madre Giuseppa mi fece un bel rimprovero, dicendomi che ero esagerata, che volevo sembrare più puntuale e raccolta delle altre e che la santità è nella rinuncia e nella morte a se stessa senza cercare di differenziarsi dalle altre, le quali erano tutte migliori di me. Ascoltai in silenzio e in ginocchio, attendendo che la stessa Madre, finita la correzione, mi dicesse: «Se ne vada!». Ma non successe così. Concluse dicendo: «Da oggi in avanti, finché io non le dirò diversamente, resti a lavorare qui. Non voglio che si abitui ad incontrare Dio solo tra le quattro pareti della sua cella». Che sacrificio fu per me, ma anche quanto vantaggioso! Ringraziai molto la Madre che mi aveva trattato in quel modo. Le sue lezioni mi sono state utili molte volte per me e per altre anime.

Da quel giorno, quando le novizie se ne andavano con il loro lavoro in cella, solo io restavo là con le postulanti, aspettando che un giorno o l’altro dicessero anche a me che me ne potevo andare. Aspetta e aspetta, una settimana, un’altra, un mese, un altro. Come se se ne fossero dimenticati, non mi dicevano nulla. Non posso dire con precisione per quanto tempo il Signore mi domandò quel sacrificio, ma so che furono diversi mesi: credo la maggior parte del noviziato. Questo diede origine ad altri sacrifici che potei offrire al Signore che voleva svuotarmi di tutte le inclinazioni proprie che tanto impediscono la perfezione dell’amore divino che vuole essere signore assoluto delle anime.

Mi piaceva molto imparare i lavori che sono solite fare le monache e che vedevo insegnare alle mie compagne. Mi misero invece a ricamare un pizzo su una retina. Questo lavoro era così complicato e lungo che mi richiese tutto il tempo del noviziato. Simili contraddizioni, e diverse altre del genere, dovute alla mia scarsa virtù, mi davano a volte motivo per dei conflitti interiori che però, per grazia di Dio, in silenzio io offrivo a Lui, senza far apparire nulla esteriormente, al punto che diverse volte udii dire alla Madre Vicemaestra: «La consorella Maddalena non ha né disposizione né voglia di fare questi lavoretti fini e di pazienza». Io tacevo, nonostante mi venisse voglia di rispondere: «Provino prima di parlare e poi vedranno». Ma il Signore mi assisteva. Il desiderio fermo di farmi santa mi faceva superare tutto. Comprendevo già molto chiaramente che in queste mortificazioni c’è la base di ogni santità e che senza queste ogni santità è una pura illusione.

La Madre Giuseppa in una conversazione mi disse che ella da giovane, mentre era a Corneto-Tarquinia, per molti anni aveva soffocato la sua voce quando cantava, perché, avendola molto forte e ben educata, copriva quella delle altre religiose anziane e queste (che fino a quel momento avevano diretto il canto) erano rimaste un po’ mortificate quando si accorsero che non si udivano più le loro voci. Queste cose e molte altre simile che mi diceva facevano molta impressione nella mia anima assetata di Dio, poiché capivo che erano come i ruscelli sicuri con i quali il Signore voleva appagare la mia sete di santità e di amore.

Queste sono piccole cose o possono sembrare tali. Già lo abbiamo detto: per i bimbi il poco è un carico pesante e la novizia è sempre una bambina nella virtù. A volte piange e geme per piccolezze delle quali lei stessa più avanti proverà vergogna. Io per misericordia di Dio sapevo vincermi e nascondere abbastanza. Anche se, devo confessarlo, a volte ero poco generosa, temevo la lotta e cercavo di fuggire, invece di chiedere forza e confidare nella grazia che rende forti i deboli.

A volte sentivo tanto la mia debolezza che dovevo farmi violenza per non piangere o diventare triste come vedevo che succedeva nelle altre. Accadeva questo specialmente quando arrivava il mio turno per il colloquio con la Madre che io attendevo con vera ansia per poterla consultare sulle varie cose che avevo appuntato nella mia lista. «Ora tocca a me», pensavo, ma la Madre non mi chiamava. Aspettavo alcuni giorni e dopo, con tanta confusione, osavo ricordarglielo: «Madre, se non ha nulla in contrario, desidererei che facessimo il colloquio; ho diverse cose da dirle». Lei era per me: confessore, direttore e tutto. Però si limitava a rispondermi: «Sì, la chiamerò». Passavano i giorni e nulla. Intanto vedevo che chiamava le altre…

Una notte, quando la Madre (come al solito) passò per vedere se tutte eravamo coricate, mi trovò seduta sul letto che piangevo. Quel giorno avevo ricevuto una di queste delusioni di non poter parlare con lei e di vedere che un’altra era stata preferita. Il sentimento che provai mi aveva lasciata un po’ inquieta e si era raffreddata la mia unione intima con Dio. Provavo pena e soffrivo per aver sperimentato quel sentimento. Sapevo molto bene che vale di più il sacrificio, la tranquillità di spirito, il ripetere atti pacificatori di amore ed ascoltare in silenzio la voce del Signore, piuttosto che tutte le parole delle creature per quanto sante esse siano. Vedendo e comprendendo che la causa di quella sofferenza era la mia poca virtù, soffrivo perché mi vedevo così miserabile o, per dirlo più chiaramente, soffrivo non perché rimaneva insoddisfatto il mio desiderio di parlare con la Madre, ma perché mi vedevo così fragile ed imperfetta. Ero bambina, senza forza né virtù, e non volevo vedermi così. Quanto diversamente vedo e comprendo le cose ora! Quanto più debole e miserabile mi vedo, tanto più godo, perché allora mi vedo più bisognosa della misericordia di Dio e sostenuta dalle sue braccia divine.

Benefici derivati dalle prove

Alcune di queste piccole lotte mi servirono per conoscere le debolezze delle principianti e come il demonio si serve di queste cose per disorientare le novizie e intorpidire ed ostacolare la loro santificazione, se non vincono con generosità queste piccinerie e contrarietà che sono come la base sulla quale si deve innalzare la loro santità.

Questo mi è servito anche perché sapessi consigliare le novizie e compatirle quando il Signore mi pose nell’ufficio di loro madre. Credo che sia molto importante che le Maestre sottomettano le loro novizie a queste prove, in modo che esse si conoscano e tocchino con mano le loro imperfezioni e si abituino, già a partire dal noviziato, a queste immolazioni e a questi sacrifici, per i quali nella vita di comunità si presentano continue occasioni. Povera quella religiosa che non si è abituata a morire a se stessa, a soffrire e a tacere… Quante volte e quanti giorni essa vedrà turbata la sua pace, quella pace che supera tutti i piaceri dei sensi e dispone l’anima a ricevere quelli infinitamente superiori dello spirito!

Colloqui, letture spirituali, direzione, confessioni e confessore che comprenda, maestre e superiore che ascoltino e compatiscano, cosa vale tutto questo a confronto della pace che lascia nell’anima il sacrificio? Questi sacrifici nascosti salgono a Dio con tutto il loro profumo e fanno scendere nell’anima come una rugiada celeste che la rende feconda di tutte le virtù. Solo con il sacrificio sereno o per suo mezzo, si ode la voce interiore del Signore che si trasforma in Maestro dell’anima, sua difesa, sua consolazione, suo alimento, suo tutto.

Una regola sicura per sapere che non è con quei mezzi citati prima che l’amore di Dio cresce nell’anima, l’abbiamo quando (vedendosi essa privata degli stessi) si altera un po’ la sua pace e il suo cuore ed essa non resta completamente libera di lanciarsi verso Gesù, l’unico che basta per riempire tutti i vuoti. Quando un’anima arriva a comprendere questa verità e regola su di essa la sua vita, ha fatto un grandissimo progresso nella vita spirituale.

A me, grazie a Dio e alla mia Madre celeste (che mantenevano vivo e ardente nel mio cuore il desiderio di crescere nell’amore divino) queste debolezze del cuore mi servirono per poter fare meglio il sacrificio al Signore di tutti gli affetti, anche dei più legittimi e santi e per aver la forza di realizzarli generosamente: per esempio, quando venne il tempo di lasciare la Madre Giuseppa, i miei padri spirituali o consiglieri, e tutte le persone che amavo.

Sì, anch’io fui bambina e sentii le debolezze e le fragilità dei piccoli, ma soffrivo e non mi rassegnavo ad essere piccola nell’amore. L’amore dei bambini non mi ha mai soddisfatto pienamente. Di loro mi piacciono l’innocenza e il candore, ma il loro amore non mi soddisfa. Essi amano spesso per istinto, per interesse, se non è per altra cosa (per esempio, per un sorriso o uno sguardo di compiacenza). Amano insomma senza conoscenza di causa. Io voglio un amore maturo. Voglio amare il mio Dio non perché egli mi ama e mi favorisce, ma perché è Dio, infinitamente degno di essere amato. Voglio amarlo anche se non lo vedo, anche quando sembra che non mi guardi, né mi sorrida, né mi attiri; quando mi visita con il dolore, la contrarietà e la prova; quando mi nasconde i suoi doni, o mi sembra che non mi dia nulla, anzi mi chieda e mi abbandoni. Voglio amarlo di amore disinteressato, di amore puro, perché so che si compiace di chi ama così, di chi crede in questo suo amore e che in questa fede viva e speri di morire un giorno per la sua misericordia infinita.

Tutto l’attribuisco al mio amore e alla mia devozione a Maria santissima, la mia dolce Madre, che ascolta e che adempie sempre i desideri dei suoi figli che pregano con amore, perché questo è il compito che le ha affidato il Signore: accendere le anime al fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra (cf. Lc 12, 49). Il demonio cerca sempre, più che tutto il resto, di privare le anime di questo grande mezzo: Maria, con immenso danno di molte. Cercò di farlo con la mia, come vedremo nel capitolo seguente, ma non riuscì a conseguire altro se non che si facessero più forti i legami di amore tra la Madre Celeste e la sua povera figlia Maddalena.


58 Cf. Gv 3, 14 :«Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo». Cf. anche Gv 12, 34.

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