Libro Sesto – Con Lui

CON LUI[1]*

Pregate incessantemente” (cf. 1 Ts 5, 17)

Questo precetto del Signore di pregare, e pregare sempre, comprende un amore molto grande di Dio. Allo scopo di imprimerlo bene nella nostra mente, non si contentò di raccomandarlo a parole, ma Lui stesso ne diede l’esempio fino nelle sue ultime ore.

Si licenziò dai suoi Apostoli con una preghiera al Padre per loro. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato… Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Prego… perché tutti siano una sola cosa. Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io” (cf. Gv 17, 11.15.21.24).

La sublime preghiera di Gesù ci insegna a pregare, e ce ne dà il motivo che è quello di stare con Lui, affinché la nostra unione con Lui sia stretta e si perfezioni con l’amore che genera la presenza dell’Amante.

Che sarebbe stato di noi se, lasciando la terra dopo averci aperto le porte del cielo con la sua morte e aver fondato la Chiesa con i Sacramenti e lasciato norme con la sua dottrina per regolare la nostra vita e salvarci, Gesù avesse detto: adesso tocca a voi; io ho fatto tutto quanto dovevo per assicurarvi il cielo; servitevi di questi mezzi che vi ho lasciato. Tocca a voi lavorare; non avete più bisogno di me!? Che sarebbe stato di noi, senza poter più ricorrere a Lui e chiamarlo a tutte le ore in nostro aiuto? Senza poter soddisfare l’ansia di offrirgli il nostro povero amore e saper che Egli lo accetta, e ci restituisce il suo? Senza poter sapere che Egli gradisce che lo invochiamo e che ci risponde con gioia e amore?

La nostra vita sarebbe stata un martirio, e una solitudine così violenta e insopportabile che non avremmo potuto resistere.

Ci sono momenti, frequenti e quasi continui nella vita del cristiano, tanto più quanto più è osservante dei suoi doveri, che ricorrere a Dio è una necessità che esce spontanea dal fondo dell’anima nostra che si sente debole, incompresa, sola, incapace di dire che cosa sente e di che cosa ha bisogno. Nessuno potrebbe animarla, consolarla se non Colui che sa tutto, che legge nel fondo del nostro cuore e ci ama! Che piacere è non solo rivolgerci a Lui, ma anche sapere che gli è cosa gradita, che Egli ce lo ha comandato, che ci ha promesso di ascoltarci, e che, facendolo, osserviamo un suo precetto!

Trovarsi nella necessità, e non ricorrere a chi non solo ci sta aspettando, ma che ci invita e ci chiama, è una colpa imperdonabile. Ce lo ripete tante volte nel S. Vangelo: pregate, chiedete, chiamate: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (cf. Lc 11, 9), fino ad assomigliarci a chi va a mezzanotte a chiedere pane all’amico (cf. Lc 11, 5), affinché non pensiamo che solo in determinate ore ci darà ascolto. Per ricorrere a Lui, tutte le ore sono buone; in ogni tempo e luogo ci raccomanda: “Chiedete e otterrete” (cf. Gv 16, 24).

Egli, per gli immensi benefici che ci ha ottenuto con i suoi meriti d’infinito valore, ci esorta, quasi in tono supplichevole: chiedete di più, di più, e state sempre con me. Come se non ci avesse dato nulla, e quando non ci risponde subito, pone Lui stesso sulle nostre labbra parole che a prima vista sembrerebbero indiscrete: “Svegliati, perché dormi, Signore?” (cf. Sal, 43, 24).

Fra gli uomini, si sente spesso da chi ci ha fatto qualche favore: Ho fatto per te tutto ciò che ho potuto. Non tornare più; non posso darti più nulla. Quanto diversi sono gli uomini da Gesù!

Quel raccogliersi dell’anima che si umilia davanti al Signore, riconoscendosi peccatrice, già inclina il suo sguardo e le sue grazie su di essa. Che io veda sempre su di me il sorriso paterno di Dio che conta tutte le mie pene e i desideri del mio cuore, preparandomi una ricompensa ineffabile nell’eternità!

Penetrati da questa verità, sentiremo un amoroso diletto a stare con Dio e la convinzione di essere ascoltati, anche senza vedere il risultato delle nostre richieste. Si verificherà il detto del Profeta: “Cerca la gioia nel Signore; esaudirà i desideri del tuo cuore” (cf. Sal 36, 4).

“Cercare Voi, Dio mio, è cercare la mia felicità e la mia beatitudine. Devo cercarvi perché la mia anima viva, perché Voi siete la vita dell’anima mia, così come essa è quella che dà vita al mio corpo”, diceva S. Agostino. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (cf. Gv 14, 23), dice il Signore.

Giunti a questo stato, non c’è bisogno di raccogliersi per cercarlo e mettersi in preghiera. Infatti in Lui prega, in Lui ama, e in Lui anche soffre, malgrado il sorriso che affiora sempre sulle sue labbra. Soffre finché non giungerà alla beatitudine eterna, che è solo quando potrà dire nel pieno senso della parola: Questo mi basta.

Qui è anche dove l’anima apprezza una fortuna che non apprezzano le anime che non sono giunte a questa vita di intimità: quella di poter trattare con Lui, parlargli, ascoltarlo, stare unite a Lui senza essere notate e osservate da nessuno; senza che vista umana possa penetrare in quel luogo nascosto dove lo Sposo le parla di amore, e dove niente le impedisce di ascoltarlo, di sentirlo, di vederlo con gli occhi dell’anima e stringere sempre più la sua unione con Lui. Se qualcuno cercasse di impedire e distrarre questa unione, sarebbe come soffiare su un fuoco ravvivandolo di più. Qui l’anima è giunta alla libertà dei figli di Dio. “Dove c’è lo Spirito del Signore c’è la libertà” (cf. 2 Cor 3, 17). La contrarietà non la intimorisce. Abbraccia il dolore e, giunta alla sua ultima ora, potrà ripetere il “subito dirò: questo mi basta” di S. Agostino.


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, maggio-giugno 1961, pp. 191-196.


 
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