21. La madre

21. La madre

Con questa parola «Madre» si è soliti chiamare tra noi quella che il Signore mette a guida delle nostre comunità. Questo nome mi dice molto, significa tante cose: riposo, appoggio, consolazione, amore, per chi la chiama… Doveri, grandi obblighi, sacrifici, premure e attenzioni senza limitazioni di tempo né di luogo per chi lo porta.

Obblighi della Superiora

Essere Madre di 25 o 30 figlie, significa essere continuamente impegnata per loro: pensare a quello che a loro più convenie dal punto di vista materiale e spirituale, vivere per loro, stando sempre a loro disposizione come una serva, mostrandosi in ogni momento sempre pronta ad ascoltarle, aiutarle, consolarle, dar loro la propria intelligenza, il proprio cuore, il proprio tempo, la propria libertà, la propria salute, e la propria vita, se è necessario (sacrificandola sull’altare di così santi doveri), perché la madre preferisce morire prima di privare i figli di qualche bene che possa mettere loro a disposizione. Ecco qui, brevemente, quello che significa la parola «Madre»: una persona che si dà, vive e si sacrifica per coloro che così la chiamano.

Così io l’intendo, e così vorrei aver adempiuto il senso di questa parola e compiuto i doveri di una così sublime missione occupando il posto che mi fa meritare questo nome. Ma, quanto devo deplorare! La nostra santa Regola dice che la Superiora dei nostri conventi è la Vergine Addolorata e che colei che è eletta a questo incarico è soltanto la sua sostituta o rappresentante. O cara e dolce Madre mia, perdonami! Quanto male ti ho rappresentato e ti rappresento! Eppure Tu sei la mia guida, la mia Maestra, il mio Modello, il mio Aiuto, ma soprattutto sei mia Madre per perdonarmi e perché, nonostante le mie mancanze, ricorra sempre fiduciosa a Te, a Te perché sei mia Madre e perché, quantunque io non compia come dovrei questo delicato ufficio, sono sicura che Tu lo compi lo stesso e supplisci alle mie mancanze, affinché queste anime che mi sono soggette non perdano per causa mia nessuna grazia del Signore. Ti chiedo di farlo perché sei buona, misericordiosa e Madre dei miserabili e dei peccatori e non puoi cessare di essere tale con tutti quelli che accorrono a Te umiliati in cerca di grazia e di perdono come faccio io.

Lunga interruzione dell’autobiografia

Sono passati tre anni da quando ho sospeso questo scritto o storia della mia vita. In questo lungo intervallo di tempo (siamo ora infatti alla fine del 1934), mi occupai prima di scrivere la storia della nostra sorellina Maria del Preziosissimo Sangue e poi di altri scritti ordinatemi dall’obbedienza.52

Al presente, essendo stata rieletta per la terza volta nell’ufficio di Superiora, le mie occupazioni sono tante e così continue che non avevo voglia di ritornare a scrivere e anche perché quando le cose si interrompono, si fa più fatica riprenderle. Per questo e forse più per la pigrizia, ho lasciato passare vari mesi dicendo a me stessa: «Se il Padre vuole che aggiunga qualcosa a quello che ho già scritto e gli ho già inviato, me lo dirà lui: finché non mi dice nulla, io attendo». Durante i due mesi nei quali è rimasta vacante la carica e stavamo aspettando la dispensa, avrei potuto fare qualcosa, ma le religiose conoscevano la mia grande passione per la musica e chiesero alla Madre Vicaria che mi ordinasse di suonare: così ho fatto. Passai, dunque, quel tempo in questa gradita occupazione. Anche se non è molto quello che so suonare, mi rallegra e mi eleva alle melodie eterne che per la misericordia di Dio spero di ascoltare un giorno non lontano… Quanto lo sospiro! Come vola continuamente il mio pensiero al cielo!

Superiora per la terza volta

Quando tornai alle occupazioni del mio ufficio, ogni tanto mi sembrava di udire una voce nel mio intimo (credo fosse del Signore) che non mi lasciava in pace e mi ripeteva: «Scrivi, continua a scrivere. Si otterrà maggior profitto per la gloria di Dio e per il bene delle anime da questo più che da ogni altra cosa». Per questo motivo mi arrendo, vincendo la ripugnanza naturale. Davanti al pensiero della gloria di Dio e di farlo amare dalle anime, tutto sorride in me: mi sembra che per questo scopo io farei l’impossibile.

Mossa da questa risorsa, così forte in me, prendo di nuovo in mano la penna. Lo farei anche se sapessi che quello che scrivo venisse immediatamente bruciato e nessuno lo vedesse. Dio vede che quello che cerco è soprattutto la sua volontà e mi sembra pure che sia quella di quel santo Padre che me lo ordinò per primo e che ora sta con Lui già da sette anni.

Se in tutte le cose l’esperienza è maestra di vita, non lo è di meno nell’esercizio dell’ufficio di Superiora. Quanto si impara dalla bontà divina e dalla miseria umana, che sono i due estremi entro i quali si esplica tutto il buon governo! Quanto più uno li conosce, tanto meglio può governare secondo Dio e la sua verità.

La prima volta che venni eletta in questo ufficio, una delle sofferenze che avevo era quella di non poter restare libera e di non avere qualcuno a cui affidare i miei dubbi. L’obbedienza mi è sempre piaciuta e mi ha sempre procurato grandi consolazioni. Da quel momento in poi mi sarei vista privata di questo sostegno, perché non avrei avuto più qualcuno a cui obbedire… Mi sbagliavo però, lo compresi subito. Anzi di più: oso dire che nessuno quanto un Superiore (a meno che eserciti un governo arbitrario e capriccioso) si trova a esercitare continuamente l’obbedienza. Si può dire che un Superiore non ha nessun atto e quasi nessun momento libero.

Dobbiamo considerare l’incarico (secondo il mio umile parere) come un Sacramento, poiché la stessa parola che dà valore ed efficacia ai Sacramenti è anche la stessa che dà l’autorità, assiste e accompagna dovunque il Superiore affinché possa compiere i suoi doveri con una grazia speciale che si chiama grazia di stato. Essendo i suoi doveri numerosi e sempre grandi, perché si estendono agli altri, egli si vede obbligato (per compierli) a dipendere maggiormente da Dio, poiché l’autorità viene tutta da Lui. Mediante questa necessaria e immediata dipendenza dal Signore, egli sta in continuo esercizio dell’obbedienza. Al suddito basta, per sua tranquillità e sicurezza, dire ogni tanto: «Faccio la volontà di Dio, perché sto facendo quello che mi ordina l’obbedienza». Mentre iSuperiore deve poter dire: «Faccio e faccio fare, non quello che voglio io, ma quello che vuole Dio. Adempio e faccio adempiere i suoi ordini»; oppure in altri termini: «Amo Dio e lo faccio amare», perché in questo si riassumono tutti i doveri del Superiore.

Compresa questa verità, immediatamente cambiò aspetto davanti ai miei occhi l’incarico di Superiora. Cercai di trarre profitto da questa maggior compenetrazione con Dio alla quale mi vedevo obbligata, per me e per tutte le altre. Mi unii più intimamente a Lui mediante l’amore, perché Lui e non io, fosse a disporre di me, di tutte le mie cose e delle persone che dipendevano da me.

Dio è immagine per il Superiore

Conservo una immaginetta che, quantunque di scarso pregio in se stessa, ha un grande valore per il suo significato, per i pensieri santi che ispira e per il bene che suggerisce all’anima guidata da Dio e più particolarmente ai Superiori. In essa si vede nostro Signore, che portando la Croce sulle spalle si incammina al Calvario. L’anima è rappresentata da una giovinetta, che prende con una mano l’asta (il palo trasversale della croce che cade davanti a Gesù). Intanto Lui, con la delicatezza e l’amore della sua divina mano di Padre, sostiene il braccio di questa mano, che non fa altro che posarsi sulla Croce. In questo modo tutti e due sono in atteggiamento di camminare. Vedendola, uno non può fare a meno di esclamare: In questo modo si può portare bene la Croce! Tutto il peso cade sull’Amante divino, il quale, dovendo ammettere la sua sposa a partecipare alle sue fatiche, spinge agli estremi le tenerezze infinite del suo amore consentendole soltanto di seguirlo, o lasciarsi portare da Lui.

Non vedo nulla di esagerato o fantastico in questo meraviglioso simbolo della divina bontà. Al contrario tutto è reale e proprio di un Dio che è sceso dal cielo in terra per prendere su di sé i nostri debiti e far penitenza per i nostri peccati. Da noi non esige, per applicarci i suoi meriti, che la piccola parte di cui parla l’apostolo Paolo (cf. Rm 8, 17-18).

L’esclamazione spontanea, che viene sulle labbra appena si guarda questa immaginetta: «così si può facilmente portare la Croce», si può applicare ed essere ripetuta a proposito dell’ufficio di Superiora: «È così facile portare questo incarico, perché non se ne sente il peso».

Quanto a me, posso assicurare che è così, perché non mi prende il minimo dubbio: nell’adempimento dei miei doveri è Gesù che porta il peso. Io mi appoggio soltanto a Lui, o pongo solo la mia mano sulla sua, sostenuta anche la mia da Lui e da quelli che lo rappresentano. Essi, con i loro consigli e parole, mi sostengono perché non mi allontani dal mio divino Maestro.

Due princìpi di buon governo

Mi sembra di avere già detto che le due cose che occorre conoscere per ben governare sono la bontà divina e la debolezza umana. La prima, per stimare ed amare le anime come Lui le stima e le ama, nonostante le loro debolezze. La seconda, per avere sempre presente che, nonostante tutta la buona volontà delle persone che lo servono e perfino della loro santità, non cessano di essere per questo creature umane, con le loro debolezze e miserie, che si devono scusare e perdonare con la stessa facilità e bontà con cui Dio perdona e senza che con questo diminuisca il concetto e la stima che di esse si deve conservare.

I membri di una comunità religiosa, o tutte le persone consacrate a Dio, sono anime che amano il Sommo Bene e vogliono amarlo sempre più. Per questo hanno compiuto il grande gesto di abbandonare il mondo, rinchiudendo la loro vita in un convento con i sacrifici che comporta la vita religiosa. Questo lo fanno e lo stanno facendo tutti coloro che vivono in convento fedeli alla loro vocazione e che si trovano contenti di essersi consacrati al divino servizio. Anche solo con questo, che è il meno che si può chiedere a un’anima religiosa, queste anime sono molto amate da Dio e sono guardate con occhi di compiacenza. Il Signore pieno di bontà è ansioso di concedere a queste anime le grazie migliori e stabilire con loro la più intima unione. Per conseguire questo fine, chiede ai Superiori che lo aiutino. Lo aiuteranno soltanto se essi saranno profondamente convinti che questo è uno dei desideri più vivi del Cuore di Gesù e il principale dovere del Superiore.

La Superiora che nel suo governo non ha in vista questo e non lo cerca con tutte le sue forze, ma che pensa di averlo raggiunto completamente con il far osservare la Regola esteriormente, mantenere l’ordine e la vita regolare, fa poco e meno ancora è ciò che conseguirà. Se, invece, giunge a lasciarsi penetrare dall’idea dell’amore intenso che Dio ha per le anime e, spinta da questo amore, lavora per avvicinarsele con lo scopo di piacere a Dio stesso, facendo loro sentire, per quanto può, l’amore divino; se riesce a far loro sentire che Dio le ama molto, mostrando loro questo suo amore, sia perdonando, sia ricoprendole di favori; se riesce ad infondere in loro vigore e consolazione nelle loro tristezze e scoraggiamenti; insomma, se è per loro proprio quello che è significato nella parola «Madre»…, allora otterrà molto di più, in ordine alla loro santificazione (su cui si deve sempre fondare ogni buon governo), che se fossero molto fedeli ed esatte nell’osservanza materiale della Regola. Una volta riconosciuta la bontà divina, facilmente —come conseguenza— questa stessa bontà domanderà e faciliterà a loro le osservanze esteriori, perché solamente l’amore che è penetrato più profondamente nei loro cuori è capace di farle correre, senza fermarsi, dietro le orme dello Sposo divino, che non si accontenta di null’altro che dell’amore e per questo, anche se una manca per debolezza in qualche regoletta, Lui non si disgusta.

Felici quelle Superiore che mai perdono di vista questo nel loro governo! Quanto bene faranno! Quelle, invece, che vogliono che tutto sia perfetto e non fanno apparire nessuna mancanza, non raggiungeranno né l’una né l’altra cosa. Portino piuttosto le anime a Dio e non stiano a guardare a tante piccolezze! Allorché staranno vicine a questo sommo e perfettissimo Bene, allora saranno vicine alla perfezione. È necessario prima amare; poi verrà la perfezione, come si vide nell’apostolo san Pietro. Amava molto nostro Signore, anche prima di diventare perfetto, come lo dimostrano queste parole: «Non ti abbandonerò mai»; «verrò con te fino in carcere e alla morte». Dopo lo abbandonò vilmente, perché era debole e imperfetto, ma l’amore che aveva per il Maestro lo istruì e lo perfezionò più presto di quello che avevano ottenuto gli insegnamenti e gli ammonimenti del Signore stesso.

Finché si vive su questa terra, occorre rassegnarsi alle cadute e alle ricadute, senza meravigliarsi di quelli che cadono, anche di quelli che sembrano santi. Basta che non diventi un’abitudine e cerchino di correggersi o, per lo meno, si sforzino di riuscirci; con ciò non lasceranno di essere o di arrivare ad essere santi. I Superiori devono avvisare e riprendere perché i sudditi non pensino, per il silenzio del Superiore, che non è più una mancanza quello che invece lo è e di conseguenza non si sforzino di eliminarle e finiscano per abituarsi a commetterle e introdurre così abusi e rilassamenti. Ma il più delle volte è meglio farlo in comune, per non ferire nessuno e per evitare di dare l’impressione ai sudditi, nel sottolineare tanto la mancanza, che attribuiamo a questa un valore esterno più grande di quello che realmente ha. Se questa idea sbagliata arriva a diffondersi in una comunità, può darsi che la faccia apparire buona, osservante e fervorosa, se si vuole, ma non meravigliamoci il giorno in cui si sentisse dire che in essa vi è stata qualche caduta grave. Ogni bontà che non esce da un cuore che ama Dio e cerca con ardore questo suo amore, non è sicura.

Non perdiamo mai la stima verso una religiosa per qualche debolezza che vediamo in lei, così frequente nelle comunità: come, ad esempio, una eccessiva sensibilità o preoccupazione per la propria salute, l’avere preferenze o ripugnanze per certe cose o persone ecc. Quando si umiliano o riconoscono che è un’imperfezione, non ne verrà loro un danno. Arriveranno a correggersi e, se non ci riusciranno, non per questo mancheranno di essere alla fine sante. Il Signore ha molte maniere per santificare le anime… Alcune si santificano con una vita di grande fedeltà in tutte le loro cose. Altre non possono mantenere questa continua fedeltà, ma, in cambio, quando si presenta loro qualche grande sacrificio, o si trovano in circostanze di dare qualche grande prova del loro amore a Dio, lo accettano generosamente. Così si purificano e arrivano alla santità delle prime e talvolta le superano. Dio ci vuole tutti santi e per questo offre tanti mezzi per arrivare ad esserlo.

Quando qualcuno non si sente la forza per vincersi in qualcosa, è molto importante non obbligarlo con violenza, perché le opere compiute in questo modo sono più da schiavi che da innamorati e non gli serviranno per santificarsi. Per certi temperamenti e caratteri difficili, a cui costa molto adattarsi a qualche aspetto della vita comune, conviene concedere a volte facilmente qualche dispensa e usare condiscendenza in tutto quello che si può. In questo modo si fa loro un bene maggiore, altrimenti perderebbero anche il poco di buono che hanno e si metterebbero in pericolo di commettere mancanze grandi con disagio di tutti. Quando non si può ottenere di più, accontentarsi del meno: anche nostro Signore si accontentava e lo fa anche con noi. Quello che Lui vuole è essere amato e che le anime vadano a Lui mediante l’amore. Se questo fosse di grado minimo, non gli si farebbe nessun servizio forzandolo a scendere maggiormente in un’anima, irritandola. Per questo Lui ci ha insegnato a non spegnere il lucignolo fumigante e a non spezzare la canna incrinata (cf. Mt 12, 20). Si devono compatire tanto tutte le miserie umane, fisiche e morali e non dobbiamo mai aver paura di eccedere nel farlo. Basti dire che Lui le prese sopra di sé: «si è addossato i nostri dolori» (cf. Is 53, 4), perché ci amava

A volte mi sono sentita mossa a dare una dispensa o un permesso, quasi senza motivo e senza capire il perché. Subito dopo mi rendevo conto che era il Signore che disponeva perché quell’anima, che si trovava triste ed oppressa, mediante quel gesto riconoscesse la sua bontà nella persona del suo rappresentante e si aprisse più facilmente al suo amore, allargandole in questo modo il cuore. Da questo punto di vista la dispensa è data bene, anche se oggettivamente non ci fosse motivo grave. Il fine principale è sempre quello di mantenere le anime in uno stato in cui possano dire: «Quanto è buono il Signore! La sua bontà verso di me mi confonde…». Dopo, non tarderanno a dire: «Che farò io per ringraziare Dio per tanta bontà?». Faranno o desidereranno qualcosa, il che non è poco.

Per questo si comprenderà quanto sia necessario che un Superiore sia molto unito a Dio e si lasci condurre da Lui, senza voler sempre operare solo secondo quello che suggerisce la ragione. Chi cerca l’amore divino, non ha regola che valga al di sopra di questa.

L’attenzione che Dio ha verso coloro che gli appartengono

Vorrei ricordare un caso in particolare, perché dimostra l’attenzione che Dio ha verso i suoi e quanto ci ama. Due anni fa, restammo quasi tutte a letto per l’influenza. Anch’io stavo male, non potevo far visita alle ammalate né informarmi bene su come stavano. Non ero però solo io che vegliavo per loro; lo faceva anche Colui che ha detto di se stesso che non dorme e che neppure si appisola, per custodire Israele, suo popolo (cf. Sal 120, 3-4). Una notte sentii e udii con forza nel mio intimo: «Lascia la porta della cella aperta e dormi così!». Il fatto mi parve molto strano, perché durante la notte io la tenevo sempre chiusa. Non sapevo spiegarmi il motivo di quella novità, ma presto lo capii. Quando suonarono il silenzio e tutte si ritirarono a dormire, a me si levò il sonno e credo che si avvicinò di più il Signore. Conobbi che era Lui per la pace che la mia anima sentiva e che la febbre non mi impediva di godere. Mi sembrò di intendere queste parole: «Fidati e vedrai». Udii alcune che tossivano molto e la voce interiore che commentava: «A questa manca un po’ di sciroppo, ha molta tosse…». Quando altre si alzavano diceva: «Queste hanno dissenteria, non possono prendere né latte né arance». Sentivo altre respirare affannosamente, allora nel mio intimo sentivo suggerirmi il rimedio: «Queste hanno febbre alta, devono prendere un purgante». «Quelle che si agitano nel letto, non le lasci alzare domattina, perché hanno passato la notte molto male, anche se diranno che stanno bene, non crederle». In questo modo il Signore mi andava istruendo e avvertendo come fa uno sposo con la sua sposa, dandole ordini per i figli; ed io prendevo le decisioni necessarie su quello che dovevo fare il giorno seguente.

Davanti a quel quadro, io provavo molta pena, temendo che soffrissero per colpa mia e che fosse come un giusto rimprovero per le mie mancanze. Avrei voluto portare loro subito quei rimedi; desideravo che giungesse presto il giorno per poter dare gli ordini opportuni. Frattanto, io chiedevo al Signore che le consolasse e che perdonasse le mie disattenzioni per non essermi personalmente informata bene e dettagliatamente su come stesse ciascuna, sebbene io lo chiedessi ogni giorno alle infermiere. Si capisce però che non lo avevo fatto nella misura in cui Gesù me lo chiedeva, perché nell’amore e nella delicatezza ci precede sempre e nessuno lo eguaglia. Lo feci perciò il giorno seguente, domandando ogni cosa dettagliatamente alle infermiere e notai che ognuna di loro mi diceva esattamente ciò che io avevo udito la notte precedente. Da un lato mi trovavo contenta di essere stata con il Signore, ma dall’altro sentivo stanchezza per non aver dormito. Quando si avvicinava l’alba, il malessere che provavo mi fece chiedere al Signore di permettermi di riposare un poco. Gli dissi: «Gesù mio, lasciami dormire un poco sul tuo Cuore, per imparare lì a praticare la carità che mi hai insegnato». Ed Egli mi rispose: «Veglia e pensa con me alle anime. Per pensare a loro, io non dormo; veglio e veglierò finché ce ne sia una capace di amarmi».

Queste cose mi lasciavano molto compenetrata della bontà di Dio e del suo tenero amore. Mi sentii fortemente spinta ad imitarlo nel mio modo di trattare le religiose e decisi di ricorrere sempre a Lui con maggior confidenza. Avevo compreso che è meglio che una Superiora sia meno perfetta e più compassionevole, piuttosto che per voler essere santa e perfetta, si mostri dura e poco caritatevole con le sue suddite.

È tanto buono il Signore! Nessuno come Lui conosce e sa compatire la debolezza umana.

Sentimenti di amore davanti al Santissimo

A questo proposito mi ricordo quello che mi successe un anno il giorno del Giovedì Santo. Prima della comunione desideravo confessarmi di alcune piccole mancanze che avevo commesso la notte prima mentre aiutavo le sagrestane a preparare il «sepolcro» (altare della reposizione). Le avevo rimproverate perché non avevano messo bene in ordine le cose. Nell’impossibilità di potermi confessare, prima di fare la comunione dissi: «Voglio fare qualche atto di amore perfetto per purificarmi e dispormi alla comunione». Mentre ero in questi pensieri, mi prese un tale giramento di testa, o come uno svenimento, che mi sembrò di morire. Allora offrii la mia vita al Signore, accettando contenta la morte per amor suo e per la sua maggior gloria. Dopo pochi minuti mi passò e mi sentivo di nuovo bene, ma capii che il Signore lo aveva permesso per darmi l’opportunità di fare l’atto di amore perfetto che avevo desiderato. Non mi stanco mai di ripetere: «Quanto è buono il Signore!».

In questo stesso anno, nell’alzarmi la mattina del Sabato Santo, il mio primo pensiero fu Gesù Sacramentato che rimaneva nascosto nella sacrestia, separato da noi mediante una grata. Volai da Lui per salutarlo per prima, per rendergli grazie ed offrirmi a Lui completamente. Ma cosa successe? Si conobbe infatti ancora una volta la divina bontà e la mia grande miseria. Quando giunsi, trovai la lampada spenta. Volli accenderla, ma non c’erano né lumini, né fiammiferi. Allora provai un sentimento di stizza verso le sagrestane, perché non li avevano lasciati lì vicino. «O Gesù —dissi—, guarda dove è finito il mio fervore: sono venuta a commettere una mancanza proprio davanti a Te!… Volevo venire ad offrirti il mio amore, invece…». E mi parve che Gesù mi rispondesse: «Io, invece, soddisfatto del tuo desiderio, volevo darti il mio, usando verso di te la misericordia per la mancanza che hai appena commesso».

Ah, Gesù, quanta violenza mi fa questo tuo delicatissimo e incomparabile amore! È quello che più mi fa soffrire: il vederti tanto buono e non poterti corrispondere! Soffro e godo, perché il soffrire per questo motivo è amore e amarti è godere soffrendo per non poterti amare di più. Accresci questo mio martirio. Se non ti amo di più, che io soffra ogni giorno di più per non poterti amare e vivendo così muoia alla fine con questa sofferenza, sicura che, al termine della mia vita, avrò la felicità di vederla soddisfatta fin dal primo momento in cui ti vedrò senza veli nella felice eternità… Patria, Patria beata, dove si vive solo di amore, nell’amore e per l’Amore! Quanto ti desidera la mia anima, non per godere in te, ma per amare Colui che tanto mi ama e il cui amore è per me dolce martirio!

Queste sofferenze, sono abituali nel mio cuore. Non so chiedere a Dio altra cosa, né sono capace di desiderarla. Nelle ore di adorazione che rimasi davanti all’altare della reposizione in quel 1932, questa fu la mia preghiera, così come la esprimono i seguenti versi che composi e ripetevo alla presenza del divino Prigioniero di amore.

LA MIA PREGHIERA

(Nell’ora di adorazione del Giovedì Santo del 1932 davanti al «Sepolcro»)

Che dirò a Gesù?

Ah! gli dirò che l’amo

E che lo voglio amare;

Che il povero mio amore

A Lui tutto vo’ dare.

È questa la mia supplica,

L’unica mia orazione,

Che faccio al Divin Prigioniero

Per me in questa prigione.

E quando gli abbia detto

Che l’amo, che l’adoro,

Amore gli ripeto,

Amore solo imploro.

Gesù divino Amante,

L’amore tuo m’opprime,

M’insegna come s’ama.

Tu amasti sino al fine,

Al fine dell’amore,

Al fine della vita,

Al fine del potere,

Di una fiamma infinita,

Cos’io ti voglio amare

Divino incarcerato.

Ma dammi del tuo bel fuoco,

Gesù Sacramentato!

Quel fuoco di cui ardevi

Nell’ultima tua cena

Che accendesti nel cuore

Di un’altra Maddalena.

Con quest’amore intrepido

Anch’io saprò soffrire,

Come Te amerò il prossimo,

Saprò per Te morire.

Morire!… Ma, che dico?

Amando mai si muore,

La morte non esiste

Per chi vive d’amore;

Perché l’amore è eterno,

È un mare, un fiume, un rio

Che corre e mai si ferma;

Perché l’amore è… Dio!

Maria Maddalena


52 La Madre Maddalena allude al profilo biografico, steso su ordine del suo Padre spirituale, della Sorella Maria, la cui edizione fu curata dal P. Lozano. L’opera si intitola: «Una violeta del jardín de la Pasión», Salamanca 1933, pp. 315. Oltre a questa magnifica biografia, la Madre Maddalena scrisse assiduamente nella Rivista “La Vida Sobrenatural“, come ripetutamente è già stato spiegato.

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