Libro Quinto – La Luce della nostra vita

LA LUCE DELLA NOSTRA VITA[1]*

Io sono la luce del mondo” (cf. Gv 8, 12)

Dio è luce (cf. 1 Gv 1, 5). E’ un potente motivo per attirare il nostro povero amore, il sapere che la luce, questa creatura che tante volte ci ha consolato, ci ha fatto sorridere e godere, è una piccola emanazione della luce eterna: Dio. Quanto ci attrae e ci conquista dovunque la vediamo. Dio abita nella luce. La luce più splendente, che, possiamo immaginare, sempre lo circonda, lo accompagna dappertutto. E’ quella che ci indica la sua sovrana presenza.

L’Apostolo S. Giovanni, nella visione che ebbe di Dio nell’isola di Patmos, dice che “il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza” (cf. Ap 1, 16). La prima cosa che ci occorre dappertutto e si cerca perché il nostro cuore possa amare, è la luce. Non c’è festa, né sacra né profana, in cui, anzitutto, non si pensi alla luce, e mai ci sembra abbastanza. Ne desideriamo sempre di più, tanto ci è gradita. Luce, luce, ripetiamo, come chi ha sete e chiede acqua. E’ la sete della luce eterna che ci tormenta, mentre non siamo capaci di vederla in tutta la sua pienezza.

un gran dono di dio. Anche in senso materiale, fra i doni ricevuti da Dio, il maggiore di tutti è la luce. Senza di essa, molte cose sarebbero inutili e superflue. E’ tanto desiderata e tanto amata da tutti che non c’è nessuno che non abbia provato le sue consolanti impressioni e non sia rimasto con maggior desiderio di essa. Non è strano, visto che siamo stati creati per la luce.

Anche il bambino di pochi anni, quando ancora non sa apprezzare il valore delle cose, la vuole e l’ama. E’ felice e vive contento con essa in mezzo ai suoi giochi infantili. Provate a chiudergli la finestra della stanza e lo vedrete cadere nella più profonda tristezza, piangere e gridare in tal modo che obbliga chi lo ascolta ad andare subito a consolarlo. Quale è la causa di tanto dolore? L’averlo privato della luce.

Che tristezza la cecità! Non poter vedere la luce. Non poter contemplare la bianca Ostia dove si nasconde l’Amante divino, la testimonianza più ineffabile del suo amore nella creazione, e la caparra dei beni futuri. E’ così naturale all’uomo il desiderio di vedere il suo Dio. Che incanto ci procura, nei bei giorni di primavera, lo splendore del sole che tutto illumina e sembra che tutto indori e bagni con la sua splendida luce. Questo dolce e incantevole diletto non è prodotto della vana e frivola immaginazione. E’ un godimento proprio delle anime che amano Dio. La vista del sole le eleva a quell’altro Sole eterno che illumina tutto il mondo spirituale. Lo Spirito Santo stesso ci parla di questo godimento quando dice: “Dolce è la luce e agli occhi piace vedere il sole” (cf. Qo 11, 7).

Le anime pure vedono Dio dappertutto, e da questo deriva il loro godimento, perché, come dice S. Agostino, non ci deve dilettare la creatura, ma Dio nella creatura. Fortunata l’anima a cui si può applicare la beatitudine: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (cf. Mt 5, 8). Non dice né dove né quando, perché lo vedranno sempre e dappertutto, poiché la loro purezza è la luce che li accompagna e illumina in qualunque luogo.

il peccato, privazione della luce. Quando Dio pronunciò sul caos del nulla le sue parole creatrici, giungendo alla parola: “Sia la luce!” (cf. Gen 1, 3), aveva senza dubbio presente che questa sua creatura era per l’uomo come un fanale mediante il quale avrebbe visto Dio in tutte le cose e, mediante quelle, sarebbe salito a Lui. Ma presto, per disgrazia, quella luce si spense a causa del peccato, e successero le più spaventose tenebre nell’anima sua, paragonabili alle oscure tenebre della regione dei morti. La luce creata non bastava più per guidare l’uomo ai suoi eterni destini. E il Creatore, mosso a compassione del suo stato, gli inviò un’altra luce infinitamente superiore, perché è luce increata, indefettibile ed eterna. Con essa, doveva brillare agli occhi di tutti, il grande, il bello, l’ammirabile della sua creazione, visibile ed invisibile, la verità e l’errore, perché nessuno dubitasse più nel suo cammino, ma andasse sicuro alla sua luce.

Questa luce era il suo divin Figlio, colui che si chiamò “luce del mondo” (cf. Gv 8, 12). Il profeta Isaia, annunciando la venuta del Messia, dice che “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (cf. Is 9, 1).

Tutti gli uomini vivevano avvolti nelle tenebre della infedeltà, dell’ignoranza e del peccato. Venne la “luce da luce”, l’Unigenito di Dio, Colui che era prima di tutti i secoli, lo stesso che aveva detto, al principio dei tempi: “Sia la luce!”, e la luce fu fatta.

Quanti popoli e cuori sospiravano quella stella luminosa di Giacobbe, quel sole di giustizia, quella luce vera che doveva illuminare tutti gli uomini che vengono in questo mondo, i quali, come il cieco di Gerico, gridavano: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di noi” (cf. Lc 18, 38), e con la santa Chiesa, nei giorni che precedono il Natale: “Vieni, luce del giorno eterno, Sole di giustizia, e dissipa le tenebre in cui viviamo”.

una nuova e luminosa alba. Venne finalmente la luce desiderata, il Verbo eterno del Padre. Venne, e come un raggio che si parte dal sole senza separarsi da esso, partì dall’eterno Sole di giustizia per venire ad illuminare il mondo, tutti gli uomini e ogni anima in particolare. Se tutti noi seguiamo Gesù e cerchiamo il suo amore, è perché la sua luce ha illuminato prima il nostro cammino e forse ci ha fatti retrocedere da chi o da cose che ci avrebbero portati alla perdizione eterna.

Chi non ricorda, evocando qualche tempo della sua vita, qualche giorno, ora o momento prezioso, in cui il raggio della luce divina scese nell’anima sua e tutto restò illuminato?

Il cammino spirituale, che ci sembrava tanto oscuro, difficoltoso e quasi intransitabile, ci si presentò in un momento con un aspetto completamente diverso, risplendente e chiaro come è, e tutto ciò che non lo era, ci apparve come avvolto in oscure tenebre, che ci spaventavano al solo pensare che eravamo stati in quel pericolo.

E’ questa la storia di ogni anima, anche se forse pensiamo poco alla luce che ci illuminò: da dove ci venne, come ci fu data, con quale liberalità ed amore, poiché forse eravamo indifferenti e freddi con Dio. Ma ecco che improvvisamente Egli ci fece felici e con la luce ci inondò di una felicità nuova e sconosciuta, di cui ancora godiamo.

Che luce potente fu quella che poté cambiare così improvvisamente l’orientamento di tutta la nostra vita e renderci tanto felici da non desiderare più nessun’altra cosa? Nessun dubbio. Era la luce di Colui che disse: “Io sono la luce del mondo” (cf. Gv 8, 12). Era Gesù che ci diceva: “Revertere, revertere”, “girati, girati perché io ti possa ammirare” (cf. Ct 7, 1), e con la luce che ti illuminò, tu possa vedermi, conoscermi e amarmi.

Voltati, voltati, che già la mia luce misericordiosa è giunta fino a te. Perché tu veda la mia bontà, il mio amore, la mia misericordia senza limiti. Era Gesù che con i suoi divini incanti ci attirava, talvolta segretamente, nascondendo la sua celeste bellezza e ineffabile bontà che alle nostre anime, ancora incapaci di comprenderla, sarebbe sembrata una incomprensibile pazzia. Era Gesù che proiettava su di noi la sua luce, e questa ci scoprì la verità delle cose e ci fece dire: che stolto fui a consacrare gli affetti del mio cuore a ciò che non era altro che apparenza, vanità, fumo, afflizione di spirito.

E con ansia sovrumana corremmo verso quell’ideale divino che, pur senza vederlo né scoprirlo, ci conquistò tanto da farci cambiare del tutto il cammino della nostra vita.

Fu la luce di Gesù, astro divino, che un giorno fece cadere dai nostri occhi la benda che ci nascondeva la verità delle cose. Ci fidavamo troppo delle ombre, ma alla luce della grazia si dileguò quel fragile appoggio e sostegno. Sapevamo che la creatura è fragile, incostante, e che non merita il nostro amore. Capimmo che solo Dio poteva bastarci. Vedemmo gli ostacoli interiori ed esteriori che si opponevano alla nostra unione con Lui e che era impossibile superarli senza un forte impegno nel cammino della pietà o vedendo l’immagine della verità solamente in parte, come la maggioranza dei cristiani, anche quelli che apparentemente sono molto devoti.

Quanto dista un’anima, per buona che sia, da Dio, somma verità, santità per essenza! Che dense tenebre coprono gli occhi della maggior parte degli uomini! La vostra luce, Signore, me lo fece comprendere e da allora, deplorando tanta disgrazia, vi ripeto col Reale Profeta dall’intimo del mio cuore: “Manda la tua verità e la tua luce” (cf. Sal 43, 3), poiché solo essa può condurmi al monte santo a cui aspiro.

luce e guida. La vostra felicità, Gesù, non dipende dalla mia esistenza; al contrario, la mia dipende totalmente da Voi. Nessuno più di Voi può farmi felice nel tempo e nella eternità.

Per farci raggiungere questa felicità, scese il Salvatore dalla gloria e si unì alla nostra natura nell’Incarnazione, prendendoci come ciechi per mano per essere nostra guida e condurci a Lui. La cecità è uno dei mali che più suscita la nostra compassione, perché rende l’uomo schiavo di tutti, ed è, per questo, immagine dello stato a cui il peccato riduce le anime.

Gesù si mosse a compassione della nostra cecità spirituale e con la sua luce ci liberò dalla schiavitù tanto dolorosa che essa ci imponeva. C’è anche un’altra notte per la quale passano le anime già illuminate dalla luce divina. E’ effetto dell’amore che si affina e si nasconde all’anima dopo che questa ha goduto la sua luce. La priva di essa lasciandola all’oscuro come in un immenso vuoto e nell’incapacità di uscirne. La notte funesta e tenebrosa di un’anima in peccato, non ha niente a che vedere con questa preziosa notte di amore, che mira a purificare l’anima e a disporla a ricevere la legge in tutta la sua pienezza.

In ambedue le notti, Gesù è nostra luce e guida. Ricorriamo a Lui. Ricordiamoci che Egli disse: “Io sono la luce del mondo” (cf. Gv 8, 12), del mondo soprannaturale. “Chi mi segue non camminerà nelle tenebre” (cf. Gv 8, 12). Per l’anima in peccato, è luce la sua legge, la sua parola. “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (cf. Sal 118, 105).

Per la notte dell’anima che ama, è luce lo stesso amore nascosto in quelle tenebre misteriose che l’avvolgono, e lì si fa trovare l’Amato, ma senza farsi vedere, e lì solamente lo cerca, poiché non trova né vuole altra uscita.

“La notte stessa è la sua illuminazione nelle delizie del suo amore doloroso”. In essa vede i suoi peccati e la necessità che ha di purificarsi. Vede e capisce a che stato di desolazione e di abbandono il peccato degli uomini ridusse Gesù nell’Orto degli Ulivi e nei momenti supremi della sua vita, a cui fu abbandonato dallo stesso suo Padre celeste, quando Egli compiva la sua volontà. Quella volontà tanto penosa per la sua natura che lo obbligava a chiedergli pietà dal patibolo dove moriva per i peccatori.

Che tenebre furono quelle che avvolsero Gesù, nell’anima sua e anche materialmente, poiché alla sua morte si oscurò la natura…”tenebrae factae sunt”, per significarci meglio lo stato doloroso dell’anima sua!

Quando l’anima ha compreso la profonda malizia del peccato, non si stupisce delle sue tenebre, vedendosi come abbandonata da Dio, perché riconosce di averlo meritato. Si ricorda delle tenebre nelle quali il suo Amante divino, per aver preso solo l’apparenza del peccato, terminò la vita prima di entrare nell’eterna luce dell’immortalità e meritarla anche per noi! Quanta luce proiettano sulle nostre anime le tenebre del Salvatore moribondo e quelle che avvolsero anche la sua Ssma. Madre in vari momenti della sua vita, principalmente nei tre giorni in cui smarrì suo Figlio, e quando lo vide morire abbandonato da tutti! Quanta fede esercitò Maria in questo misterioso e oscuro operare per Lei da parte del suo Dio!

Gesù e Maria sono per l’anima nell’oscurità della fede i suoi Modelli, la sua luce e le sue guide. Seguendole, non teme la notte. Le basta sapere che questa le è vantaggiosa come la luce, dato che entrambe vengono da Dio ed entrambe ugualmente lo benedicono. Benedite, luce e tenebre, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli” ( cf. Dan 3, 72 cantico dei tre giovani). Sta scritto che “per te le tenebre sono come luce
(cf. Sal 138, 12).

Fortunata l’anima che si rende degna della luce di Colui che “è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola” (cf. Eb 1, 3), come dice S. Paolo. In mezzo alle prove a cui assoggetta l’anima, Dio le dà ogni tanto qualche segno di questo suo divino splendore, come fece con i tre Apostoli sul Tabor, quando si trasfigurò davanti a loro. Dice il Sacro Testo che “ il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (cf. Mt 17, 2).

Questo splendore affascinò tanto i tre veggenti che Pietro, a nome di tutti, gli chiese di poter restare sempre lì, impegnandosi, pur con tutte le difficoltà, a fabbricare tre tende. Dimenticava di trovarsi in questo esilio, dove la luce, pur essendo l’ansia incessante dell’anima nostra, non la possiamo possedere né nella sua pienezza né in stato permanente.

Oh! Vedere Gesù, sempre così amabile e così bello, avvolto nello speciale splendore in cui si manifestò ai suoi Apostoli! A Lui sospiriamo!

Abbiamo pazienza, e finalmente lo vedremo anche noi in quel medesimo splendore. E se procureremo di tenere ben pulita l’anima nostra da ogni macchia di peccato, anche prima che giunga il giorno dell’eternità, ci sarà dato di intravedere già abbastanza gli splendori della sua divina bellezza.

questo è il giorno che ha fatto il signore. Anche dopo la sua Risurrezione, Gesù appariva avvolto di splendore, più o meno accessibile ai sensi, secondo come gli conveniva manifestarsi. La sua figura, il tono di voce, erano gli stessi; era il medesimo Gesù di prima della sua morte. Ma il suo corpo, sottile e diafano, respirava ormai nella regione di quella luce celeste che era in Lui, e che sarà, per i giusti coronati, il manto della immortalità.

Solo a vederlo avvolto in quell’eterno splendore, resterebbero soddisfatte le anime nostre. Consoliamoci in questa ansiosa attesa, pensando che Gesù è luce invariabile, indefettibile, eterna, poiché Lui è sempre lo stesso, come dice S. Paolo, ieri, oggi e per tutti i secoli: “Cristo è sempre lo stesso, ieri oggi e sempre” (cf. Eb 13, 8). Intanto viviamo uniti a Lui, e in Lui diventeremo anche noi luce per altre anime.

Prima, saremo solo luce come la luna che la riceve dal sole. Poi, quando l’amore ci unirà totalmente al Sommo Bene e ci trasformerà in Lui, brilleremo come soli, fino al punto di lasciare ammirato chi ci vede e non conosce la causa del nostro splendore. Accadde così con la Sposa dei Cantici, quando domandavano: “Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole?” (cf. Ct 6, 10).

In questo stato, dice S. Giovanni della Croce, l’anima è illuminata in modo tale che, come il sole quando investe in pieno il mare, illumina perfino le sue profondità, così questo sole divino dello Sposo, investendo la sposa, mette in luce le ricchezze dell’anima in modo tale che anche gli angeli se ne meravigliano e dicono: “Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole?” (cf. Ct 6, 10).

Lo aveva già detto Nostro Signore ai suoi Apostoli: “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa” (cf. Mt 5, 14-15).

L’amore dà tutto ciò che può, ciò che ha e ciò che è. Dio è luce, e luce è il suo Verbo, “luce da luce” (cf. Credo). Egli vuole che alla sua luce si accendano tante altre luci che brillino eternamente, cominciando già da questa vita, con quelli che lo amano, a somiglianza del suo Unigenito, che fu luce del mondo e ora è Lui che illumina la Gerusalemme celeste, poiché di essa sta scritto: La sua lampada è l’Agnello” (cf. Ap 21, 23).

Colui che rovesciò sulla natura torrenti di luce e di bellezza, che noi non possiamo penetrare, si riservò di rivestire di nuove doti di gloria la materia privilegiata che forma il corpo degli eletti, i quali risplenderanno per i secoli eterni, così che anche di essi si possa dire: sono luci dalla luce eterna, Dio, luce indefettibile, principio primo e sorgente di ogni luce.

Giorno verrà in cui il mio corpo, adesso tanto vile e spregevole da fare da carcere all’anima, si trasformerà in un sole di splendore e bellezza, ad immagine del suo capo divino, Gesù Cristo, “il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (cf. Fil 3, 21).

la stella del mattino. E se questo accadrà per tutti gli eletti, che sarà di quella creatura privilegiata che fu Madre di Dio?

Madre di amore, Maria Santissima! L’anima mia è ansiosa di vederti in tutto lo splendore di cui ti ha rivestita l’Eterno Sole. Ti vedrò un giorno. Ti vedrò nello splendore di tutta la bellezza che Dio può dare ad una creatura.

Gesù e Maria sono le due fonti luminose che illuminano tutti gli uomini; senza di esse non ci sarebbe che oscurità e tenebre. Solo quando giunse la pienezza dei tempi, come dice S. Paolo, e apparve su questa terra Colui che poté dire: “Io sono la luce del mondo”, cominciò una nuova era, era felice, illuminata dalla luce della verità di Colui che è il centro di gravità di tutta la storia del mondo.

Prima di questo grande avvenimento del Figlio di Dio, trascorsero lunghi secoli di tenebre e di oscurità. Ma giunse, finalmente, l’ora stabilita di mettere in atto i decreti che il suo amore gli aveva suggerito fin dall’eternità, e in quell’ora si dissiparono tutte le tenebre e apparve la luce della verità, capace di condurci tutti all’eterna luce per la quale siamo stati creati. Erano tanto dense le tenebre, che se l’Unigenito di Dio avesse rimandato più a lungo la sua venuta, l’umanità avrebbe naufragato.

La storia dell’umanità si divide in due grandi epoche: una anteriore a Gesù Cristo e una posteriore. Gli inizi di queste si possono considerare come due periodi di creazione. Nel primo periodo, uscì dal nulla il mondo della natura; nel secondo, quello della grazia. In entrambi, il caos precedette l’ordine, le tenebre precedettero la luce. In entrambe si pronunciò una parola: la prima, un “fiat” di Dio, e fu creata la luce; la seconda fu anche un “fiat” pronunciato da Maria, e apparve l’aurora del mondo della grazia.

Preziosi “fiat”, nei quali appare la luce, tanto amata e desiderata, che doveva portare la consolazione e la gioia a tante anime! Dio, luce eterna, “lumen indeficiens”,[2] che con una sua parola accese il grande astro, il sole, che illumina il mondo materiale di giorno, e il suo amabile satellite, la luna, che illumina la notte.

preghiera. Gesù, luce del mondo spirituale, che scendesti ad illuminare la nostra terra con un “fiat” di Maria, mistica luna di questo firmamento, illumina l’anima mia nelle tenebre della sua penosa notte. Che io ti cerchi e ti chiami sempre, senza stancarmi, condotta dalla mistica luna, e ripetendo con il Reale Profeta: “Manda la tua verità e la tua luce” (cf. Sal 43, 3). La tua luce e la tua verità sono quelle che mi devono condurre a quella luce senza tramonto per la quale sospiro, anche quando l’amore si nasconde e tutto sembra un’illusione e un inganno.

Che io creda sempre nel tuo amore e attenda dalla tua bontà quel prezioso raggio che, come dice S. Teresa, tutto quanto trova di terreno nella nostra natura, lo riduce in polvere.

l’agnello, luce della gerusalemme celeste. L’anima conoscerà che la notte è causata dall’amore e non dal peccato o dallo stato di tiepidezza, in cui, pur non vedendo dove va, né sapendo che cosa deve fare, cerca senza stancarsi l’Amato, non essendogli di impedimento per questo, a somiglianza della Sposa dei Cantici, le tenebre della notte. “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato (cf. Ct 3, 1).

In questo cercarlo, pur non trovandolo, l’anima ha una prova sicura che la luce divina non l’ha abbandonata e che la sua notte è e sarà sempre precorritrice di nuove illuminazioni.

Signore, quando ti piacerà provarmi in questo modo, che io creda in Te. Creda che, anche allora, Tu vivi in me come stai nascosto nell’Altare, risplendente di quella stessa luce con la quale, Agnello Immacolato, illumini la celeste Gerusalemme.

Non ti chiedo per i miei sensi alcuna evidenza della tua presenza qui in terra. Riservami per il Cielo quell’evidenza che ora la fede mi dice non necessaria, per quell’ora che mi metterà nel possesso eterno di Te, quando finiranno la fede e la speranza, per dare posto solo alla carità.

Signore, ti dirò con il Dottore Angelico:

Sic nos tu visita sicut te colimus.

Per tuas semitas duc nos quo tendimus,

ad lucem quam inhabitas”.

“O Dio, uno e trino, degnati di visitare quelli che ti adorano.

Guidaci nelle tue vie a quella luce a cui aspiriamo

e nella quale abiti”.

(Cf. Inno del Corpus Domini: Sacris Sollemnis).


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, novembre 1933, pp. 298-308.

[2] Cf. Sir 24, 6 vulgata: “Ego feci in coelis, ut oriretur lumen indeficiens”.

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