Libro Quinto – Nostro Padre

NOSTRO PADRE[1]*

Signore, mostraci il Padre e ci basta” (cf. Gv 14, 8)

Quando Nostro Signore dava ai suoi Apostoli il triste annuncio della sua dipartita da questo mondo, avvertendo che sarebbe stato ormai poco tempo con essi, per alleviare loro il dolore e l’amarezza che prevedeva avrebbe loro provocato tale notizia, lo fece con parole improntate alla più delicata carità. Dice loro che va dal Padre suo, come chi volesse dire loro che solo per andare da Lui li lasciava; che non si turbassero i loro cuori perché nella casa del Padre suo ci sono molte dimore.

Malgrado queste delicate precauzioni, gli Apostoli si mostrano piuttosto preoccupati. Pietro gli domanda dove va, come se non avesse sentito quanto il Maestro aveva appena detto, e dice che vuole seguirlo a tutti i costi, anche se il Maestro gli risponde che non può essere per ora, ma solo in seguito. L’amore non permette che l’amato si allontani dalla sua presenza, né tanto meno che si tratti di una separazione permanente. Pensavano forse che il Maestro si riferisse ad un viaggio simile a quelli che faceva in loro compagnia.

mostraci il padre. Nessuno sembrò capire chiaramente che si trattava della sua morte, sebbene tutti mostrassero di non essere tranquilli. Filippo, fra la costernazione degli altri, si mostrò il più sereno di fronte a quell’annuncio del Maestro, rivolgendogli una richiesta semplice e profonda insieme, che diede motivo al Salvatore di darci insegnamenti molto dolci e consolanti. Gli chiese: “Mostraci il Padre e ci basta” (cf. Gv 14, 8). Con queste parole, sembra dire: “Se Tu parti, Lui può supplire alla tua assenza, solo Lui”. Chi avrà dato a questo Apostolo questa conoscenza? Può darsi che vi abbia influito l’udire spesso Gesù nominare il Padre con l’amore, il rispetto e la venerazione con cui lo faceva. Ma è più certo che lo Spirito Santo lo mosse a fare questa petizione per nostra istruzione e profitto.

Mostraci il Padre e ci basta”. Quanta sapienza racchiudono queste brevi parole, considerate in tutta la verità del loro profondo senso! Conoscendo Colui che è e che chiamiamo nostro Padre, non abbiamo bisogno di altro. Con Lui abbiamo tutto: basta al nostro cuore, all’anima nostra, alla nostra mente, a tutti i nostri desideri. Basta ai Beati in cielo, come basta a quelli che sono ancora pellegrini su questa terra, e che tanto bisogno hanno di conoscere la bontà del nostro Padre celeste, essendo tante e così frequenti le nostre debolezze e le nostre cadute.

Gesù! Mostraci il Padre, ti ripetiamo con tutta l’energia dell’anima nostra e la fermezza con cui ti diresse questa supplica l’apostolo Filippo. Mostraci il Padre e questo ci basta. Il Padre nostro, Padre comune, forza e fonte di tutti i sentimenti, di tutti gli amori e di tutti i doveri che uniscono gli uomini fra loro; poiché noi uomini siamo fratelli perché siamo figli di un medesimo Dio. Mostraci il Padre. Facci conoscere quel cuore amantissimo, principio primo del nostro essere e di ogni nostro bene, e felice ed ultimo nostro fine. Questo ci basta, perché quanto più lo conosceremo, tanto più lo ameremo, e nell’amare questo nostro amantissimo Padre, sta tutta la nostra felicità.

A questa nostra supplica, Gesù, più desideroso di noi di farci conoscere il suo divin Padre, ci risponderà come al suo Apostolo: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre” (cf. Gv 14, 9). Gesù! Crediamo, crediamo che Tu sei nel Padre, perché non possiamo concepire un altro cuore più paterno del tuo. Tu sei lo splendore del Padre, coperto con la pelle della nostra povera umanità, affinché i nostri occhi possano fissare in Te il loro sguardo senza restare abbagliati dalla sua luce inaccessibile. Ci hai comandato di credere che Tu sei nel Padre per le opere che facevi. Ma la maggiore di tutte le opere è quella del tuo eccessivo amore: quella di abbassarti tanto per elevarci in questo modo fino a Lui. Portami al Padre, al quale dicesti che nessuno può salire se non per Te. Tu che sempre hai compiuto la volontà del Padre tuo, còmpila anche ora portandomi a Lui, poiché dicesti che la volontà del Padre tuo è che nessuno si perda, ma che tutti abbiamo la vita eterna. Dio lo vuole, perché è Padre e come tale ci ama, e Gesù, Primogenito fra tutti i fratelli, non può fare a meno di compiere questa volontà, perché ama Dio e, per Lui, ama noi suoi fratelli.

la testimonianza divina. Una splendida testimonianza dell’amore del nostro Padre celeste la riceviamo nel Battesimo di Gesù. Dice l’Evangelista che, uscendo dalle acque del fiume Giordano, Gesù si mise a pregare. E’ facile indovinare ed è grato pensare che l’oggetto di questa preghiera consistette nell’offrirsi di nuovo al suo divin Padre come vittima universale, mettendosi a sua disposizione. Preghiera con la quale ci ottenne, a tutti noi battezzati, la grazia necessaria per fare altrettanto: offrirci e abbandonarci a Lui. La pronta risposta del Padre ci conferma nell’idea che questa dovette essere la preghiera di Gesù. Risuonò dal cielo una voce che esclamava: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (cf. Mt 3, 17).

Chi non vede compendiata in questo Primogenito tutta la grande famiglia umana, e che per Lui il Padre si compiace anche in noi, suoi fratelli? Il cuore paterno di Dio sentiva come una necessità di comunicarsi e di far sentire a tutti quell’amore di cui era pieno. Non poté posare i suoi affetti negli uomini, anche figli suoi, perché li vide tutti peccatori. Ma da quando ce ne fu uno senza macchia, capace di ricevere quell’amore infinito, aprì la corrente che era come repressa nel suo seno, e da allora ama in Lui tutti, compiacendosi anche nell’amore di quei figli che prima amava solo con amore di commiserazione. “Mia delizia è stare con i figli degli uomini” (cf. Pr 8, 31 vulgata), ripeterà l’Eterno Padre, col suo Verbo fatto carne, a tutti quelli che vedrà conformi all’immagine del Figlio suo. E a quelli che attenderanno a purificarsi sempre più dalle loro macchie, ripeterà anche le parole che fece udire nel Battesimo di Gesù: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (cf. Mt 3, 17).

E’ volontà del nostro amantissimo Padre poter rivolgere a tutti queste parole del suo amore, avendoci posti nella condizione, se vogliamo, di renderci degni di tale testimonianza di amore paterno.

In molti luoghi del suo Vangelo, Cristo cerca di convincerci del grande amore che il Padre ha per noi, per risvegliare in noi amore e fiducia. “Il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato” (cf. Gv 16, 27), dice ai suoi discepoli con parole incoraggianti. E quell’amore è tanto effettivo, per i meriti di Gesù, che – assicura loro – tutto ciò che chiederanno al Padre in nome di Lui, sarà concesso (cf. Gv 15, 7; 16, 24).

E non solo dà a quelli che chiedono, ma a tutti si estende il suo amore e la sua paterna sollecitudine, provvedendoci nelle nostre necessità e avendo cura di noi fino ai minimi dettagli, come la madre più amorosa con il tenero figlio. E così Gesù arriva a dirci che neppure un capello della nostra testa cade senza che lo voglia il Padre celeste (cf. Lc 21, 18; Mt 10, 30). E per mostrarci più vivamente quell’amore e quella paterna sollecitudine, ci presenta gli uccellini del campo che non seminano né raccolgono, e il Padre celeste ha cura di loro e neppure uno di loro cade in trappola senza che il Padre lo permetta. Gesù termina la sua esortazione con questo argomento definitivo: “Voi valete più di molti passeri” (cf. Mt 10, 31).

Questo ci viene dichiarato anche in quelle parole del Salmo, che il demonio usò per tentare Gesù, comandandogli di gettarsi giù dal pinnacolo del Tempio. Gli diceva: “Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede” (cf. Mt 4, 6; Sal 90, 11-12). Come dunque ci si potrebbe meglio dichiarare questo amore, e chi mai potrà avere un padre migliore di questo amantissimo Padre?

il padre ci alimenta. Un’altra, fra le molte e grandi prove che abbiamo del suo amore, è quella del celeste alimento che ci dà. E’ Padre, e come tale deve dare il pane a noi suoi figli. Ce lo dà; ma che pane! Un “pane disceso dal cielo e che dà la vita al mondo” (Gv 6, 50-51). Da Lui viene anche il pane materiale che sostiene il nostro corpo, ma che ha a che vedere con questo altro Pane soprasostanziale e divino, estratto dalle viscere del suo paterno amore e impastato con la sua stessa sostanza divina per farci partecipi della sua stessa vita? Allo scopo di adattarlo alla nostra povera e debole condizione, lo formò con il sangue purissimo di Maria Vergine, sorella nostra e della nostra stessa natura.

E’ tanto grande questo dono che, ad eccezione del mistero ineffabile dell’Incarnazione o dell’unione ipostatica del Figlio di Dio con l’umanità, mediante la quale comunica agli uomini la sua filiazione divina, fra tutti i doni e le liberalità che Dio ha fatto agli uomini, non c’è altro che dimostri tanto il suo amore di Padre e ci dichiari per figli suoi e partecipi della sua famiglia divina, come questo Pane celeste che a tutti ugualmente si offre.

Vedendo inginocchiata davanti all’altare una moltitudine di fedeli in attesa che dalla mensa divina la mano del ministro del Signore deponga sulla lingua il Pane consacrato, chi oserebbe addurre un altro titolo di preferenza, (come la ricchezza, l’onore, il merito), se lì l’unico titolo che dà ingresso a tutti ugualmente è l’essere figli di Dio? E’ il “pane dei figli” (cf. Mt 15, 26), e lì qualsiasi altro merito non vale nulla. Viene dato al povero e al ricco e all’ignorante, ripetendo senza distinzione: “Il Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo custodisca l’anima tua per la vita eterna”.

Sei figlio di Dio; siediti dunque a questa mensa senza timore, perché è giusto che i figli mangino alla mensa del loro Padre. “I tuoi figli, come virgulti d’ulivo, intorno alla tua mensa” (cf. Sal 127, 3). Venite a ricevere questo pegno della vita eterna, a unirvi a Colui al quale nessuno si può avvicinare se il Padre celeste non gli concede tale grazia, come ce lo assicurò lo stesso Salvatore: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (cf. Gv 6, 44). Tutti quelli che si accostano alla Mensa Eucaristica sono stati, quindi, attirati dal Padre celeste, per elevarli all’altezza che corrisponde a figli di così grande Signore, e farli vivere della sua stessa vita. “Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” (cf. Gv 6, 56-57).

uniti davanti alla mensa del signore. Molto aumenterà la nostra gratitudine e il nostro amore, se consideriamo inoltre che, fra quelli che si accostano alla mensa di questo banchetto di famiglia, c’è sempre qualche figlio prodigo che viene da lontano, dopo aver sperperato tutto il patrimonio paterno, e che ha ancora sulla fronte il calore del bacio del perdono di suo Padre, il quale, nel dargli quell’abbraccio, conserva forse per lui il boccone migliore, cioè una maggiore abbondanza di grazia. Dono che gli è stato concesso solo perché è ritornato al seno paterno, dopo lunga assenza, e aver ripetuto le semplici e brevi parole: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio” (cf. Lc 15, 21).

Con queste considerazioni, non è possibile sedersi alla mensa divina e contemplare questo atto che sempre racchiude così dolci misteri di amore, senza che vive lacrime scorrano dai nostri occhi. E ancor più se ricordiamo che forse siamo o siamo stati uno di questi prodighi ritornati alla casa paterna carichi della somma di tutte le miserie, il peccato.

Che amore quello del nostro Padre celeste per noi, figli ingrati! Che amore quello di Gesù, nostro fratello maggiore, nel voler essere Lui il nostro vincolo di unione! Amate – diremo con S. Tommaso – amate con amore di predilezione il Fratello che, lungi dal diminuire l’affetto che aveva per voi il Padre celeste, lo ha aumentato meravigliosamente nei suoi risultati; che vi fa costituire suoi coeredi, che vi ha dato diritto ad entrare nella ripartizione dell’eredità, sebbene, per la vostra disubbidienza, gli abbiate dato motivi più che sufficienti per essere diseredati.

fare la volontà del padre. Essere, come Gesù, vincolo di unione fra Dio e le anime, suoi intermediari: ecco ciò che attirò sul Salvatore le tenerezze paterne, e le attirerà anche su di noi, così che potremo ripetere con Gesù: “Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa” (cf. Gv 3, 35). A questa sublime affermazione di Gesù: “Il Padre ama il Figlio”, fanno eco le parole che si udirono su di Lui nel suo Battesimo: “Questo è il mio Figlio prediletto” (cf. Mt 3, 17).

All’inizio della sua vita attiva, quando Gesù si offre al Padre per compiere la sua volontà, è il Padre che gli manifesta il suo amore. Al compimento della sua missione, quando ormai quella volontà sovrana era compiuta, – poiché tutta la vita di Gesù consistette nel compiere la volontà del Padre suo -, Lui stesso non teme di darsi testimonianza di questo amore.

Allo stesso modo accade con l’anima: Dio la guarda con compiacenza quando gli si offre e gli si abbandona, disposta a servirlo e amarlo. Ma, quando ha già compiuto quel servizio, e gli ha mostrato con l’opera sua il suo amore, le dà di sentire nel suo intimo la sicurezza di essere amata e di godere gli incanti di quell’amore che supera tutti i piaceri dei sensi.

Tutto il programma della vita di Gesù consistette nel fare la volontà del Padre suo. Fu questa la regola costante della sua vita, come Lui stesso affermava: “Io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (cf. Gv 8, 29). Per obbedire al Padre era “venuto”, era stato “mandato”.

Programma molto chiaro e semplice, che tutti possiamo imitare, se vogliamo amare il Padre come Lui lo amava e meritare l’amore del Padre e del Figlio, dato che Padre e Figlio sono una medesima cosa, come lo è anche lo Spirito Santo, al quale rivolge la preghiera la Santa Chiesa (nel Veni Creator): Per te sciamus da Patrem, noscamus atque Filium. O Spirito Santo, fa’ che per te possiamo conoscere il Padre e profondamente il Figlio.

O Divino Spirito, dacci luce per conoscere il Padre e amarlo con un sincero amore filiale, mediante una convinzione pratica, che abbracci tutte le circostanze e tutti i tempi della nostra vita. Dio è nostro Padre, e come tale vuole essere ritenuto e chiamato, avendocelo insegnato così il nostro divin Salvatore.

In questo modo, la nostra vita spirituale si fa semplice, chiara e luminosa, come la vita del bimbo che cresce, si sviluppa e si perfeziona sotto il dolce sguardo paterno. Non ci sono per lui timori, pericoli o difficoltà. Le sue aspirazioni, i suoi affetti e anche i suoi sogni infantili, sono per lui sicure realtà, quando guarda non la sua debolezza, ma la forza e il potere di colui che egli chiama Padre mio. Forza che egli fa sua quando è richiesta dall’amore, come la frequente esperienza glielo ha dimostrato. “Padre nostro che sei nei cieli” (cf. Mt 6, 9). Le due prime parole indicano amore: Padre nostro, e le seconde: che sei nei cieli, indicano potere.

la felicità di avere un padre. Questo motivo è così incoraggiante per noi da renderci leggero il peso della vita. Le nostre labbra si muoveranno certamente con maggior frequenza ad invocare Dio col nome di “Padre nostro”. Ogni volta che ripetiamo queste parole, più dolci del miele per chi sa gustarle, si accrescerà nel nostro cuore l’amore verso quell’Unico che, in tutto rigore e in ogni senso, merita di essere chiamato da ciascuno di noi: “Padre mio”.

Per ricordarci dell’amore paterno del nostro Dio, ci servirà molto anche pensare alla partecipazione che Egli dà di questa sua paternità, in tutta la sua pienezza, al sacerdote, conferendogli il potere di consacrare. Mediante la consacrazione, si rinnova, in certo modo, a beneficio nostro, il grande mistero dell’Incarnazione.

Il principio di ogni paternità, e la più grande e sublime di tutte, è senza dubbio la paternità di Dio che genera il Verbo Eterno. Solo mediante il Verbo, gli uomini si fanno figli di Dio e lo riconoscono per Padre e lo chiamano con questo dolce nome, come ce lo insegnò il nostro divin Salvatore. Ma tale sublime prerogativa della divina paternità, Dio non la ritenne soltanto in sé, ma per noi l’abbassò, in certo modo, ad un livello umano, per rendercela più accessibile e alla portata della nostra piccolezza.

Come vero Padre, che cerca il bene dei suoi figli e non i suoi propri interessi, pose nelle mani dell’uomo quel sublime potere che gli conferisce una divina fecondità. Lo Spirito Santo copre con la sua ombra il Sacerdote quando consacra, come fece nel seno della Vergine Maria quando prese in esso carne umana il Verbo divino. Così dichiarò Lui stesso ad un suo Servo: “Ogni volta che si celebra una Messa, rinnovo la mia incarnazione”.

L’Eterno Padre ripete così incessantemente: “Io oggi ti ho generato” (cf. Sal 2, 7), con il quale genera suo Figlio, e questo si fa carne nelle mani del Sacerdote anche per opera dello Spirito Santo, sebbene in un modo differente che solo un amore infinito ha potuto inventare.

Chi non ha sperimentato e sentito questa paternità, quando, in ginocchio davanti ad uno di questi eletti del Signore, lo chiama, come fa con Dio, “Padre mio”, gli espone le sue necessità, gli chiede aiuto, forza e consiglio, lo ascolta e venera come fa con Dio, riconoscendo in lui il suo potere, il suo amore e il suo cuore di Padre?

“Padre nostro, che sei nei cieli”, ma che non dimentichi i tuoi figli che sono qui in terra, che anzi ti occupi di noi e tanto ci ami. Fa’ che questo tuo amore accresca il nostro verso di Te mediante il compimento perfetto della tua santissima volontà in noi, essendo questo il migliore e più sicuro mezzo con cui possiamo darti prova del nostro amore filiale.

Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra” (cf. Mt 6, 10).


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, giugno 1933, pp. 359-368.

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