Libro Terzo – Davanti all’amore infinito di Dio

DAVANTI ALL’AMORE INFINITO DI DIO[1]*

Tutto è compiuto” (cf. Gv 19, 30)

Tutto è consumato! Nessun intelletto creato è in grado di comprendere l’amore e il dolore immensi che racchiude quest’ultima parola che il divin Salvatore pronunziò sulla Croce, prima di consegnare al Padre il suo santissimo spirito. Sono abissi insondabili.

Misteri di amore infinito, che Dio ci conserva per l’eternità, dove soltanto, con un’ammirazione sempre nuova ed eterna, conosceremo quanto ci ha amati; l’amore eterno che ha avuto per noi e ci manifesta in quelle parole di Geremia: “Ti ho amato di amore eterno” (cf. Ger 31, 3).

dolore di cristo. Ciò che comprendiamo dell’amore divino durante la nostra vita non è che un’ombra. Soltanto alla viva luce della gloria conosceremo che cosa significa il consummatum est di Gesù moribondo: tutto ciò che il potere e l’amore infiniti di un Dio gli hanno permesso di fare per l’uomo…

Pochi giorni prima della sua Passione e morte, Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Ecco che andiamo a Gerusalemme, dove si compiranno tutte le cose che sono state dette dai Profeti riguardo al Figlio dell’uomo” (cf. Lc 9, 31). Il consummatum est (cf. Gv 19, 30: Tutto è compiuto) di Gesù sulla Croce significava che tutte queste cose erano già compiute. E tra l’altro di Lui era stato profetizzato che sarebbe stato saturato di obbrobri, come dice Isaia (cf. Is 53, 3-10).

Gesù ha vuotato fino all’ultima goccia l’amaro calice del dolore che noi, sue ingrate creature, riempiamo fino all’orlo. Ora è pieno, saturo di dolori, di umiliazioni, di ignominia. Non gli resta che chiudere i suoi occhi benedetti e morire, quando le sue labbra pronunciano il consummatum est. Tutto à compiuto… Parole che, attraverso i secoli, si dovevano ripercuotere con forza irresistibile in tutte le anime amanti, inondandole di un desiderio di amore infinito, di dare tutto, senza riserve, a Colui che le ama fino a dire: “Non posso amarti di più, non posso darti altre prove del mio amore; la mia sapienza infinita ha esaurito tutti i mezzi, né sa trovarne altri… Tutto è consumato”.

Questa parola di Gesù implica sia la consumazione dell’ingratitudine e malizia umane che si scaricarono sulla sua divina persona e sia, per conseguenza, la somma del dolore fisico e morale del Salvatore. Il cielo, la terra e l’inferno erano congiurati contro di Lui. Il cielo, perché la giustizia divina cercava di scaricare su di Lui il suo furore. La terra e l’inferno, perché gli uomini e i demoni lo tenevano in loro potere e cercavano anch’essi di scaricare su di Lui tutta la loro ira e crudeltà. Il suo corpo stava per spirare mentre la sua anima santissima si separava dal corpo con la forza del dolore più intenso e dell’angoscia più dolorosa. Egli conosceva in tutta la sua ampiezza l’enorme malizia che, da parte dell’uomo, comportava il dare la morte al loro Dio. Quella malizia arrivava ora al colmo. Tutto era stato compiuto. Consummatum est.

imitando il salvatore. La sofferenza dell’anima amante, giunta a questo grado di amore, corrisponde a ciò che provò Gesù all’ultimo momento della sua vita. Pertanto, trattandosi del momento estremo, quello che precede la sua trasformazione in Dio e la sua unione perfetta con Lui, deve essere molto superiore a tutti gli altri momenti. Facendole capire il senso di questa ultima parola del Salvatore, il consummatum est, Dio infonde nell’anima una vivissima luce, che le dà una conoscenza chiara e distinta di ciò che vuol dire essere amati da Dio con un amore eterno, infinito. L’anima sapeva già questo, fin dall’inizio della sua vita spirituale, che cioè Dio è somma bontà e ama infinitamente le sue creature. Ma queste sono parole che racchiudono un abisso insondabile di amore, e l’anima ne vedeva allora solo la superficie.

Ora invece le sembra che quell’abisso le si apra davanti ed essa comincia ad entrarvi. Prima non avrebbe potuto sostenere il peso dell’infinito, che sempre opprime la creatura limitata, e molto più quella imperfetta nell’amore. E’ un infinito che ricade direttamente e unicamente su di essa. L’anima comprende che il Redentore avrebbe fatto per essa ciò che ha fatto per tutte. Avrebbe operato la redenzione solo per essa; avrebbe dato tutto il suo preziosissimo Sangue e avrebbe consegnato la sua vita divina a tutte le sofferenze, dolori e umiliazioni della sua Passione. Solo per essa avrebbe dato il suo Corpo in cibo e il suo Sangue in bevanda, la sua anima per redimerla, tutte le sue opere per arricchirla di meriti.

Queste cose che, come abbiamo detto, l’anima sapeva fin dall’uso di ragione, e la mantenevano nella fede e lontano dal peccato, adesso, per questa luce superiore, le comprende e le sente in se stessa in maniera così intima che la lasciano come stordita, oppressa sotto il peso di tanto amore da parte di Dio e di tanta malizia e ingratitudine da parte degli uomini. Il mondo le appare come un manicomio: tutto ciò che in esso si fa, si dice e si pensa, tutto è pazzesco. L’anima si trova nel mondo come una straniera, in un luogo sconosciuto, dove si parla una lingua sconosciuta, in mezzo a gente che non riesce a capirla quando parla.

Sono le ultime prove dolorose dell’anima amante in esilio. Non vede se non inganni, menzogne, tenebre, morte, e anela, con ansia sempre crescente, a quell’Unico che è vita, luce e verità… A questo punto è necessario strappare dal cuore ogni ingombro, per indurre l’anima a ripetere il consummatum est di Gesù, il quale non tarderà, poiché in effetti tutto è compiuto. L’anima gli ha dato tutto il suo amore, e l’Amore, con la sua morte mistica, non tarderà a darsi all’anima… Sono cose impossibili da spiegare… Ma c’è molto di più…, c’è ancora tutto un mondo di cose da dire.

il nulla di fronte al tutto. La luce che scopre all’anima tutte queste verità, le mostra anche il suo nulla, quel nulla che già prima conosceva, ma che a questa luce lo vede molto più distintamente, o meglio, lo sente. Sente l’infinito dell’amore e, riconoscendosi non solo un nulla, ma peccatrice, penetra nell’abisso dell’ingratitudine… Sente, da una parte, l’infinito del potere, della grandezza, della maestà, e dall’altra, l’impotenza, la piccolezza, la miseria grande del finito. Sono i due estremi che si toccano: Dio, il Tutto – l’anima, il nulla… Quel Tutto infinito si è dato senza riserve al suo amore e le chiede adeguata corrispondenza. L’anima sa che, essendo Lui somma bontà, non può esigere l’impossibile, ma al tempo stesso, vede in sé soltanto le profondità del suo orribile nulla. Ma quanto meravigliosi e ineffabili sono gli effetti che queste diverse conoscenze le producono!

Qualcuno forse penserà che questa conoscenza del proprio nulla determini nell’anima un abbattimento così forte da scoraggiarla nella vita spirituale e da farle pensare che mai potrà arrivare all’unione con Dio, amandolo come si deve. No, tutto al contrario. La stessa luce che le scopre l’infinito amore di Dio e il suo nulla, le fa scoprire anche che ha in se stessa una scintilla divina, che ha ricevuto dal suo Creatore, capace di svilupparsi in un incendio simile a quello che si vede in Lui. E ricorda quel versetto: “Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto” (cf. Sal 4, 7).

Comprende, l’anima, che questa scintilla, o impronta divina, riflesso del volto del Signore, la rende capace di riprodurre in se stessa Dio con le sue divine perfezioni e farsi simile a Lui, fino al punto di potersi applicare a se stessa le parole del salmo: “Tu sei un altro Dio, tanto simile a Lui, come vera figlia dell’Altissimo” (cf. Sal 81, 6: Voi siete dei, siete tutti figli dell’Altissimo). E’ per questo che Dio l’ha creata; che ha messo in essa il germe dell’immortalità; che ha mandato nel mondo il Figlio suo, fatto uomo, perché, per mezzo suo, potesse innalzarsi a tanta altezza, adorarlo ed amarlo in maniera degna della sua Maestà, e Gesù divenisse il prezioso fermaglio, o il legame divino che la unisce a Dio, dopo averla ornata con tutti i suoi meriti e purificata col suo preziosissimo Sangue. Mediante Gesù, l’anima potrà diventare un eterno canto di lode a Dio. Ed è qui, infine, che si rivelano all’anima le cose nella verità… ed essa vede tutto con tanta chiarezza… che non può sbagliarsi. Essa dà a ciascuno il suo: a Dio, l’onore e la gloria; a se stessa, l’umiliazione e il peccato. Ma vede anche l’infinita grandezza che Dio, per sua pura bontà, le ha concesso, perché l’amasse, e con le ali dell’amore si elevasse, coraggiosa, a quel Dio tanto buono, senza avere altra ricchezza da offrirgli che il suo povero amore.

Amore! Che grande parola è questa! Solo con l’amore si compra Dio, quel Bene infinito, eterno! Che cosa grande è l’amore! Non è, quindi, strano che un tesoro tanto prezioso non si arrivi a possederlo se non passando per intense sofferenze. Arrivare a possederlo, merita bene passare per qualunque tormento! Quando giunge a possedere quel Bene, come chiaramente lo capisce l’anima! Vede tutto con tanta chiarezza, anche attraverso l’oscuro velo della fede, che le sembra di essere vissuta fino allora nelle tenebre. Il modo come si vedono le cose e si comprendono con questa luce soprannaturale, procedente dai doni dello Spirito Santo, quando la fede giunge alla sua perfezione, è così diverso da come si vedono alla fievole luce della fede imperfetta, che ci illumina solo a nostro modo umano! Per questo, l’anima si accende di desideri più vivi di corrispondere all’amore infinito di Dio. Un’ansia potente la spinge costantemente verso di Lui, le fa cercare l’immensità divina, quell’essere eterno, infinito, dove non ci sono più limiti né confini…

cercando l’infinito. Tutti gli uomini debbono costantemente superare i limiti del tempo e dello spazio per trovare la loro propria grandezza, una grandezza che mai troveranno là dove la cercano stupidamente la maggior parte di essi, vittime dell’inganno; si affaticano e soffrono, ma senza alcun profitto. Al contrario, com’è diversa la sofferenza e quanto grande è il bene che si ricava dalle sofferenze causate dall’amore! I mondani cercano se stessi e la loro propria grandezza al di fuori di Dio, nelle creature; ma che sono tutte quelle senza Dio? Un puro nulla.

Invece, l’anima che ama, dimentica se stessa, cerca solo Dio, vorrebbe restare annientata in quel Tutto infinito, per poterlo amare come merita di essere amato… Si rende conto che questo non lo conseguirà mai; né col girare tutto intorno alla terra, né col penetrare nelle profondità del suo seno, né col salire fino alle più sublimi altezze nell’immensità dello spazio. Mai, in tutto il creato, troverà qualcosa degna di Dio, e nemmeno è capace di soddisfare l’ansia infinita che la consuma, di dare al suo Creatore una degna corrispondenza al suo amore.

E’ impossibile dire quanto e che cosa soffrono queste anime mentre vivono su questa terra. Amano Dio come possono amarlo da viatori, ma non si contentano. Hanno bisogno di una chiara visione del cielo e dell’unione perfetta nell’eternità.

E’ da un’eternità che Dio le ama, ed è degno di essere amato, ed esse vedono che hanno appena cominciato ad amarlo, e a tributargli il dovuto omaggio di tutto il loro essere… Vedono che per progredire in questo, è breve tutta la vita ed è poco consacrare al divino Amante tutti gli affetti del loro cuore… e quanti anni sono forse andati perduti! Gli anni della fanciullezza, forse quelli della giovinezza e quelli di tutta la loro vita spirituale, la quale, con la luce che adesso hanno, appare loro come una imperfezione ed infedeltà, e sembra loro di non aver fatto nulla di buono.

Come questa luce le acceca per tutto ciò che non è eterno e le spinge con forza a liberarsi dalla limitazione che sempre trovano in se stesse e nelle creature e a lanciarsi nell’infinito, in quel mare di luce e di amore, per poter così amare infinitamente anche quelle, se fosse loro possibile! Tutte queste conoscenze e conseguenti sofferenze, sono le prove più grandi del divino amore, effetti del medesimo amore che già risiede nell’anima, e mezzi disposti dal Signore per purificarla, abbellirla, e affrettarle il momento della sospirata eterna unione con Lui.

Ma l’anima che ignora i disegni del Signore e che Lui è prossimo a mostrarle il suo volto, soffre, geme e ripete con san Paolo: “Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (cf. Rm 7, 24). Chi abbatterà lo stretto carcere in cui vivo, per farmi volare all’infinito? Ma, al tempo stesso, l’anima è pure incoraggiata, come l’Apostolo, a vivere e continuare la sua strada, dimentica di tutto il passato e del suo stesso nulla e della sua impotenza. E’ decisa a correre verso la meta come se non avesse fatto nulla; a guadagnare il premio a cui Dio la chiama, che è Lui stesso, essendo trasformata in Lui con questa profonda conoscenza del suo nulla e con la ferma fiducia nel suo Salvatore. Dio interviene a volte in mezzo alle sue grandi sofferenze, e con il potere della sua virtù efficace con cui può assoggettare al suo impero tutte le cose, la eleva, leggera come una nube, alla partecipazione della sua vita divina. Colui che può sottomettere al suo impero tutte le cose, ha già sottomesso al suo impero di amore quest’anima fortunata, ed essa, a sua volta, impera su tutta la natura con lo stesso potere di Colui che ama e a cui sta unita. Ma per giungere a questo, essa è dovuta prima passare per l’amore doloroso del calvario e pronunciare con Gesù il consummatum est del suo totale abbandono all’Amore.

con maria. Le sofferenze delle anime che sono giunte a poter dire con il Martire del Calvario: “Tutto è compiuto”, ci sembra che abbiano molta somiglianza con quelle della Santissima Vergine, sofferte nella sua solitudine dopo la morte di Gesù. Anche Lei pronunciò queste stesse parole dopo che le ebbe pronunciate il suo Figlio morente e la morte pose termine alla sua preziosissima vita. Gesù era il suo tutto. Offrendolo alla morte, dava a Dio tutto; non le restava più nulla. Poteva, quindi, dire con tutta verità: Tutto è compiuto. Dopo la morte di Gesù, Maria Ss.ma restava sola sulla terra. Niente e nessuno poteva consolarla se non Dio, e Dio non tarderà a farlo. E’ sempre breve il tempo in cui Dio lascia le anime in questo stato di spogliamento e di totale abbandono di sé, senza far sentire loro la dolcezza del suo amore, anche se mai si possa chiamare breve questo tempo per quelli che così ardentemente amano la solitudine dell’amore. Quanto lunghe sembravano alla Vergine Maria le ore, dal venerdì alla domenica, quando di nuovo Gesù le mostrò il suo volto divino, consolandola con nuovi incendi di amore e di luce, che le rinnovavano, nel suo purissimo e amante Cuore, il martirio di amore che doveva infine toglierle la vita.

Questo è ciò che fa Dio con le anime che gli danno tutto… Oh, misteri dell’amore divino! Oh prodigi ineffabili dell’infinita carità di Dio con le sue povere creature!… Un Dio, Amore beatissimo, felicissimo in sé, che non ha né principio né fine, immortale, immutabile, ineffabile, onnisciente, onnipotente, che tutto possiede…, per soddisfare le ansie del suo amore, dopo aver creato tutte le cose, crea l’uomo e poi, pensando di avere già creature capaci di amarlo, si riposa, come se in esse avesse finalmente trovato il luogo del suo riposo: “Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro” (cf. Gen 2, 2), dice la Sacra Scrittura. Si riposa perché è soddisfatto. L’amore ha raggiunto il suo scopo: Portò a termine… e si riposò. Questo che fece Dio nella creazione, lo ripete il suo divin Figlio, Uomo-Dio, nella redenzione, quando dalla Croce pronuncia il suo consummatum est e, chiudendo i suoi occhi divini, si riposa sul quel letto di dolore dove lo pose l’amore.

Così succede anche all’anima, alla quale Dio fa capire i misteri che racchiude il consummatum est di Gesù, e le dà la sua grazia perché possa ripeterlo anch’essa. Può già cantare le divine misericordie, poiché queste brillano nell’anima sua in tutto il loro splendore, anche se essa non lo vede ancora chiaramente.

speranza. O amore, amore divino! Quanto sei grande! Dimmi, qual è la tua origine? Da dove vieni? Come ti chiami? Che cosa cerchi? L’amore non ha altro nome che quello di Amore. La sua origine è l’amore, viene dall’amore e va in cerca di amore. Ma l’anima mia ha sete di Te, vuole conoscerti, possederti, vivere di Te. Dimmi, che devo fare? Come posso prenderti, farti mio, averti in possesso, in eredità, farti mio tutto, ed io essere tua schiava? Amando! L’amore si conosce con l’amore, si raggiunge e si intensifica con l’amore, diventa proprietà, ricchezza e tutto per l’anima, con l’amore. Non ha altro maestro che se stesso. Della Sapienza, la Scrittura dice che pur essendo una, può tutto. Lo stesso possiamo dire dell’amore, che pur essendo uno, tutto può e tutto fa.

Le anime, alle quali sono stati rivelati questi arcani dell’amore, se non le sostenesse la virtù di Gesù Cristo, e per suo mezzo, la speranza di raggiunger l’unione e trasformazione divina, non potrebbero vivere. Soffrirebbero pene simili a quelle dell’inferno, dove si conosce Dio, senza però alcuna speranza di poterlo possedere.

Al contrario, il cuore che è arrivato a questo grado di amore, oltre che vedere meglio di alcun altro il proprio nulla e la propria miseria, in cui si trova, ha una fiducia incrollabile o sicurezza, che infine Dio sarà tutto suo, come esso si è dato tutto a Dio, e nessuno può togliergli questa certezza. Per questo, l’anima unita al divin Figlio fatto uomo, si avvicina senza timore al trono di Dio, e con Lui ed in Lui lo ama, benedice e ringrazia come conviene, perché il nulla, in Gesù, diventa tutto. In Gesù Cristo, come dice l’Apostolo, niente ha valore se non la nuova creatura: “In Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità” (cf. Gal 5, 6).

Per poter arrivare ad essere nuova creatura, è necessario morire misticamente a tutto, fino a poter dire il consummatum est. Da questa morte sorge la vita, la vita di unione di amore con il Padre, con il Figlio e lo Spirito Santo, Trinità sacrosanta che si degna di abitare, come nel suo santuario o trono, nell’anima che la ama e che essa per amore ha sofferto questa mistica morte ed è risuscitata alla vita della grazia. Chi si unisce a Dio per amore, diventa una cosa sola con Lui (cf. 1 Cor 6, 17).


[1]* Cf. La Vida Sobrenatural, maggio 1929, pp. 344-352.

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