23. Visita in incognito

23. Visita in incognito

Quando un’anima si abbandona pienamente all’attenzione di quel Dio che è amore per essenza, è in certo modo libera nelle sue azioni da quelle attenzioni e mezzi inquieti che la prudenza umana ritiene indispensabili. Io sperimentai questo già dalla mia fanciullezza, quantunque allora senza comprenderlo. Da giovane o all’età alla quale ora mi riferisco, incominciai anche a comprenderlo, benché senza apprezzarlo completamente, come lo compresi più avanti, quando la luce divina mi illuminò. Desidero già da ora farlo notare a quelli che leggeranno questo scritto, perché si veda chiaramente, in tutto quello che mi andava succedendo, quest’amore pieno di bontà e di misericordia, e perché solo in lui fissino il loro sguardo e si lascino attrarre e portare da questo sovrano protettore e difensore.

Coraggio di una madre

Ritornate a casa, dopo il nostro soggiorno a Lucca, come eravamo felici! Quali speranze lusinghiere al pensiero che da un giorno all’altro, sistemati i nostri affari che si presentavano di poca importanza, avremmo potuto spiegare le ali fino a quel nido benedetto dove lasciammo il nostro cuore e dove erano fissi tutti i nostri pensieri. Però ci restava ancora da dire alla mamma che avevamo anticipato la decisione. Lei non sapeva ancora nulla: né che le Passioniste già si trovavano a Lucca, né che noi eravamo state a far loro visita, e che avevamo seriamente parlato con loro del nostro ingresso. Pensavamo di dirlo soltanto quando si fosse presentata l’occasione favorevole. Ma il Signore stesso si incaricò di farlo nel modo seguente.

Mia cugina Ada seppe che eravamo state dalle Passioniste; non ricordo se noi stesse glielo avevamo detto o se arrivò lei a saperlo per altra via. Propendo più per quest’ultima ipotesi, perché se fossimo state noi a dirlo, credo che non avremmo tralasciato di informarla anche che la mamma non sapeva ancora nulla. Il fatto è che anche lei andò a far loro visita. Una mattina al ritorno dalla Messa, dalla strada, o dal cancello del nostro giardino, chiamò come soleva fare quando noi tornavamo prima, senza esserci potute incontrare in chiesa: «Elisa…. Beppina…». Noi ci trovavamo nelle stanze di sopra. All’udirla, noi le dicemmo: che aspettasse. Noi avevamo molta confidenza con lei e ci trattenemmo a sbrigare quello che avevamo tra le mani senza alcuna fretta. Quella mattina lei ce l’aveva e al vedere che noi non andavamo, perché scendessimo subito, ci disse: «Venite, perché ho da darvi un «ordine» delle monache». All’udire quella parola discendemmo subito di corsa, ma anche la mamma l’udì e siccome stava più vicina andò subito a domandarle: «Che ordine hai? Che monache sono?».

L’«ordine» delle monache era che ci avevano inviato alcune immaginette e la reliquia di san Gabriele. Quando giungemmo noi, la cugina stava dicendo alla mamma: «Sono le Passioniste, dalle quali qualche giorno fa si sono recate». La mamma riprese stupita: «Che segreti sono questi? Perché fate le cose così di nascosto? Vostra madre deve sapere tutto». Ebbe il sospetto che le volessimo fare qualche tranello o che ci fosse qualcosa di nascosto che sapevamo che non era di suo gradimento. Si mostrò insomma molto inquieta, non volendo prestare fede né facendo caso a quello che le dicevamo. Lei ragionava così: «Sono due monache nuove, che sono appena arrivate da fuori. Nessuno le conosce, senza convento e senza nulla. Chissà se sono persone sicure o di fiducia per poter affidare loro due figlie?». Davanti ai suoi occhi tutto era dubbioso e dava motivo per sospettare e per temere. La sera tardi, andando a coricarsi, ci disse: «Mi informerò di tutto».

La mattina seguente si alzò presto e andò diritta dalle Passioniste di Lucca. Si presentò dicendo che era una signora di S. Gemignano, amica di quelle due sorelle che erano state da loro a parlare la settimana prima. Essendo molto legata a queste due giovani, era obbligata a interessarsi di loro e voleva essere informata bene sulla vita della comunità e su quello che si richiedeva perché potessero farsi religiose, con lo scopo di aiutarle a realizzare il loro desiderio. Credo che si sia intrattenuta là alcune ore. Quando si parlava con la Madre Giuseppa il tempo passava presto!…

Noi restammo a casa, sospettando tutto quello che successe. Ad ogni momento ci chiedevamo: «Che farà? Che dirà? Quando ritornerà?». Ritornò che erano passate le dodici. Oh, quanto era soddisfatta! Tutta contenta ci diceva: «Ora io so tutto meglio di voi. Non ho detto che ero vostra madre perché mi parlassero chiaramente e non mi nascondessero nulla, e ci sono riuscita. Ho detto loro tutto quello che volevo». Parlando di interessi materiali, mia mamma disse loro: «Chissà se la madre…, essendo due…, potrà dare tutto il necessario? Preghino perché la loro madre, che è già vecchia, muoia presto e così le figlie rimangano libere e possano fare quello che vogliono». La Madre Giuseppa, appena udì questo disse: «Oh, questo no, mai; la morte non si deve augurare a nessuno, nemmeno alle bestie!». Questo piacque molto alla mamma. Ci disse che lo aveva detto di proposito per vedere quello che la Madre avrebbe risposto. Alla fine il risultato di quella visita in incognito fu tale che non poteva essere migliore. Si vedeva bene come tutto fosse regolato dalle mani di Dio! Felici le anime che in ogni circostanza credono a questa amorosa provvidenza e si abbandonano ciecamente a lei, poiché dispone tutto con accuratezza e sapienza, cambiando a favore di colui che ama le stesse cose che sembrano opporsi e disturbargli il cammino.

I poveri giudizi mondani

La mamma si era immaginata, come molti pensano, che le monache fossero gente sempliciotta, quasi tonta, che non conoscessero la vita se non per quello che passava dentro quelle quattro mura che le rinchiudeva. Non sarebbe stato facile farle abbandonare quest’idea con un altro mezzo diverso da quello del quale Dio si servì. Trovandosi di fronte a un’anima così grande e di un’intelligenza così vasta e profonda, come era quella della Madre Giuseppa, non poté fare a meno di rimanere ammirata e dire: «Che donna è quella, che capisce tutto, di tutto sa dar ragione, sia che si tratti di cose spirituali che di cose materiali?». E così era veramente. Era così dotta che credo potremmo chiamarla sapiente, e così spirituale che potremmo denominarla santa.

Le cose che alla mamma non erano piaciute, tra tutte quelle che aveva domandato e saputo, erano i digiuni e le discipline. Lei diceva: «Che digiunino i forti, quelli che mangiano molto, passi pure; ma le mie figlie, che già mangiano così poco…, e così deboli come sono…, no; non è possibile che resistano. E le discipline? Oh, esse, cosa faranno? Perché non hanno misura…». Specialmente rivolgendosi a me diceva: «Tu, se a te dicono che quello che batte più forte è più santo, sono sicura che ti ucciderai». Queste due cose non poteva sopportarle; un giorno arrivò a dirmi: «Quando morirò, fammi molti suffragi, ma non farmi né discipline né digiuni, perché non li voglio». Povera mamma; amava tanto la sua Giuseppina!…

Il suo amore era però umano ed imperfetto… Quanto più intenso è l’amore spirituale, specialmente nel cuore delle madri! Oh, se sapessero che amano di più gli esseri, frutto del loro seno, quando all’amore naturale, che Dio ha posto nel loro cuore, uniscono un perfetto amore spirituale! Soltanto questo è indissolubile; l’altro al momento della morte termina… Sono però così poche le madri che lo possiedono… Appena per lei si saranno rotti i legami della vita mortale, certamente non penserà più così, invece, quanto si rallegrerà delle mie penitenze e mortificazioni, le quali, domando il corpo, dànno forza e vigore all’amore spirituale, unico legame che ora ci unisce l’una all’altra e che ci unirà eternamente.

Ai timori della mamma che io non avrei potuto resistere ai rigori della vita alla quale aspiravamo, si aggiunsero le chiacchiere e i commenti delle persone che conoscevano ancora meno di lei le cose spirituali. Le dicevano che le monache erano astute e che non dicevano le cose come erano e che, rinchiuse che fossero le giovani dentro il convento, le avrebbero fatte soffrire molto, avrebbero dato grandi penitenze per qualsiasi piccola mancanza, eccetera. Tutte queste cose indisposero la mamma e costrinsero noi ad incominciare le nostre lotte, quando già sembravano finite, poiché non voleva darci il permesso. Ma io mi sentivo ora tanto forte e sostenuta dalla grazia che i combattimenti non mi spaventavano più. «Lottiamo —dicevo— e avanti. Vedremo chi vince, se chi è in compagnia della vanità e della menzogna o chi è protetto dalla Verità Eterna. Beppina lotterà e vincerà, perché con lei c’è la verità e l’amore». Si è ben visto poi come tutto era stato disposto dalla mano del Signore.

Felice l’anima che in tutte le circostanze crede in questa provvidenza amorosa del Signore, che tutto dispone con ordine ammirevole e sapienza, perché si compiano così in lei quelle parole: «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (cf. Rm 8, 28).

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