39. La preparazione

39. La preparazione

Il noviziato non è soltanto una scuola o un apprendistato delle virtù e dei doveri religiosi; è anche una preparazione per il sublime atto del mistico sposalizio con il Re del cielo. Passati i primi mesi, nei quali la novizia si abitua agli obblighi propri di questo tempo, i suoi atti e le sue virtù si vanno facendo più spirituali ed interiori e il suo spirito si va concentrando nel pensiero della bontà divina che l’ha tanto privilegiata scegliendola tra migliaia per abitare nella sua casa e per farla membro della famiglia divina. Si sente felice in mezzo a un santo timore che la umilia e la incoraggia allo stesso tempo per disporsi nella maniera migliore possibile al sacro impegno.

Non so se questo vale per tutte le novizie, però per me sì, mi successe così. Anche se amavo il Signore o desideravo amarlo come un Padre e Gesù come un fratello e sposo, ero pure molto compenetrata della maestà e grandezza divina. Attribuivo quel sentimento alla frequente lettura della Sacra Scrittura. Avevo questi sacri libri sempre tra le mani e li portavo con me ovunque, cercando e trovando lì quello di cui la mia anima aveva bisogno. Non bramavo altra lettura. In questa trovavo la verità e nella verità la pace e il riposo.

Lì compresi la santità altissima di Dio e quella che chiede alle creature che gli si avvicinano. Solo per fargli sentire la sua voce, preveniva il suo popolo con lo scopo che si preparassero e si purificassero: «Estote parati» (siate pronti; cf. Es 19, 11.15). E questo —con la motivazione— «perché io, vostro Dio, sono santo» (cf. Lv 11, 44).

Importanza della professione religiosa

Mediante la santa professione non mi avvicinavo a Dio soltanto per offrirgli qualche sacrificio o per ascoltare i suoi divini comandamenti, ma anche per unirmi a Lui per sempre con lo stretto ed indissolubile legame dello sposalizio, per vivere in intimità con Lui tutti i giorni della mia vita come vera sposa sua ed essere doppiamente figlia di Maria: Madre di Gesù, mio dolce Sposo.

La santa professione è qualcosa di molto grande, di sublime. Certe novizie, se comprendessero bene o di più la sua grandezza, probabilmente non apparirebbe loro mai il tempo del noviziato troppo lungo, pensando che è la preparazione ad un atto tanto grande e si sforzerebbero maggiormente per raggiungere le virtù a cui le obbliga un così elevato stato. Cerchino almeno di supplire con l’umiltà, come cercai di fare io, considerandosi indegne e immeritevoli di un così grande favore.

Dirò qualcosa in particolare di quello che facevo io o cercavo di fare, nella speranza che possa servire perché dove non giunsi io se non con i desideri, vi giungano altre con le opere. È sicuro che quello che io desideravo in virtù e perfezione era molto. Bramavo sempre il meglio, l’eroico, il perfetto. I miei desideri sono stati sempre illimitati. Dio come modello. Lui sempre davanti ai miei occhi. A volte mi fermavo a considerare le virtù di qualche santo, come il mio santo Padre (san Paolo delal Croce), san Gabriele, san Giovanni Berchmans (dopo i due primi era questo il santo che amavo di più e di cui studiavo molto la vita), presto però dovevo volgere gli occhi più avanti e fissarli in Dio. Soltanto in Lui incontravo tutte le virtù, per imitarle nel grado e nel modo che Lui mi chiedeva.

O Signore, Vi rendo grazie per avermi concesso sempre quella grandezza di aspirazioni, di idee, di speranze e che mai mi sia bastato né che mi abbia soddisfatto nulla e nessuno, né i dotti né i santi e non soltanto della terra, ma nemmeno quelli del cielo. Ciascuno ha il suo cammino tracciato dalla vostra mano, per questo io non ne trovavo nessuno che mi si adattasse completamente. Solo in Gesù, cammino comune a tutti, trovavo tutto, negli altri restanti non facevo che avanzare di qualche passettino. Per soddisfare la mia fame e sete di santità, dovevo aprire la mia bocca per essere riempita del vostro spirito e del vostro infinito amore.

Nella seconda delle tre lettere sopra trascritte del Padre confessore, si parla di due propositi che gli mandai da esaminare perché li approvasse o correggesse e perché mi aggiungesse il merito della santa obbedienza nel suo adempimento. Io avevo seguìto lo stesso procedimento anche con altri che avevo fatti da postulante, e che avevo dati previamente ad esaminare a lui e alla Madre. Entrambi li approvarono, incoraggiandomi ad adempierli unendovi il merito della santa obbedienza. (Questa era la virtù tra tutte che mi sforzavo con preferenza di praticare). Li trascrivo qui, perché io facevo consistere la mia preparazione alla professione nella fedeltà e nell’adempimento di quanto avevo promesso.

Propositi prima della professione

«9 giugno 1907.

1°. Voglio che il tabernacolo sia la mia stabile dimora. Lì, unita a Gesù, adorerò, pregherò, supplicherò l’Eterno Padre e mi offrirò vittima di espiazione per i miei peccati e per quelli di tutto il mondo. Rinnoverò spesso l’intenzione pregando Gesù che da quella santa dimora mi tenga unita a Lui nelle mie occupazioni.

2°. Starò molto in guardia affinché nessun pensiero di inquietudine, tristezza o malinconia, si fermi nel mio cuore, nemmeno per brevi istanti, per poter udire gli ordini di Gesù e la sua dolce voce che si può udire soltanto nella pace e nella calma perfetta. Davanti ad ogni fantasia contraria mi immaginerò che Gesù mi dica come agli Apostoli: «Sono io, non temere» (cf. Mt 14, 27), chiamami e verrò in tuo aiuto.

3°. Riceverò tutto dalle mani di Dio Padre, mio amante, sicura che non vuole, né permette nulla che non sia per il mio maggior bene. Nelle infermità, nelle afflizioni, contrarietà, prove di spirito, tentazioni, aridità, ecc., cercherò di conformarmi, almeno con la volontà, alla volontà santissima di Dio. Bacerò sempre la sua mano divina, adorando la sua infinita e segreta sapienza, ricordandomi che chi vive di fede non attribuisce nulla al caso, ma riconosce in tutto, comprese le cose più insignificanti, la volontà santissima di Dio.

4°. Farò tutto in unione con quello che fecero Gesù e Maria. Quando commettessi qualche mancanza e nei dubbi e nelle necessità mie e del prossimo, mi affiderò alla mia Madre Celeste pregandola che mi accompagni a Gesù, come una bambina a suo padre. Subito gli chiederò perdono, se l’ho contristato, e luce, consolazione, aiuto, misericordia, secondo le necessità, promettendogli di amarlo sempre di più in avvenire…

5°. Metterò la massima attenzione nel considerare che Dio e la Vergine santissima mi parlano per bocca del mio confessore e della Madre Presidente. Li ascolterò con rispetto e amore, mostrandomi onorata di ricevere ed adempiere i suoi ordini.

6°. Riceverò tutto dalle mani del Padre, il mio amante…

7°. Nella via della perfezione e della santità avrò sempre fissi gli occhi in Dio, cercando solo Lui, senza far caso alle aridità o alle dolcezze, consolazioni o desolazioni, passando con la stessa generosità sia sopra le spine come sopra i fiori, poiché mi basta solo sapere attraverso i superiori che sto andando bene.

8°. Farò ogni cosa come se dovessi fare solo quella e morire subito dopo averla fatta. Soprattutto, quando si tratta di atti comunitari, mi immaginerò che quello sia l’ultimo che il Signore mi concede di fare. Di fatto, non so quale, ma uno certamente sarà l’ultimo. (La Madre Presidente, Madre Giuseppa, mi disse un giorno: «Figlia, se è fedele nel compierlo, questo punto solo le basta per farsi santa»).

9°. Farò, per quanto mi sarà consentito, alcune penitenze. Amerò la mortificazione specialmente degli occhi e del parlare, convincendomi che non mi sono mai pentita per aver parlato poco. Eviterò di voler conoscere le novità, poiché ho conosciuto per esperienza che non può mai riuscire bene l’orazione se non è preceduta dal silenzio.

10°. Cercherò da me e per mezzo degli altri che scompaia la mia volontà, e renderò grazie al Signore, considerando la cosa una benedizione del Signore, se anche nelle cose buone sono contrariata.

11°. Sarò composta nella mia persona anche quando sarò sola, riposando, oppure camminando, per rispetto a Dio che è presente e al mio Angelo Custode al quale mi affiderò spesso nelle mie necessità.

12°. Non tralascerò mai di pregare ogni giorno Maria santissima per i quattro scopi per i quali già da molto tempo sono solita farlo: 1°. per raccomandarle la purezza della mia anima e del mio corpo; 2°. che mi assista nell’ora della morte; 3°. che mi ottenga di ricevere Gesù Sacramentato nell’ultimo giorno della mia vita; 4°. che mi assista immediatamente dopo la mia morte durante il giudizio particolare e non mi lasci finché non sia giunta in cielo.

13°. In tutte le cose avrò come meta quella di far piacere ed essere gradita a Dio, e di cercare la sua maggior gloria, poiché è tempo perso operare per essere graditi alle creature o per essere stimata.

14°. Leggerò spesso questi proponimenti. Se sapessi di aver mancato in qualcosa, senza scoraggiarmi sarò più attenta nel prevenire e nel porre rimedio a tutto con un «Gesù mio, misericordia», come spero per la misericordia di Dio. Così sia.

Approvati dal confessore Don Cianetti e dalla Madre Presidente Maria Giuseppa».

Il desiderio, non solo della virtù e della perfezione, ma di quanto c’è di eroico che nutriva la mia anima, mi spinse ad aggiungere a questi propositi altri punti o domande che mi facevo e che chiamavo «Specchio spirituale». In questo mi esaminavo spesso e potevo conoscere, attraverso le sue risposte, fino a che punto mi trovavo in rapporto alla perfezione. Il mio campo di lavoro era molto ampio, perché la grazia mi ha sempre chiesto molto.

Se confronto un anno della mia vita con un altro, in tutti vedo che Dio mi si è presentato chiedendomi sempre qualcosa di più o di meglio di quello che io avevo dato. Ma più che domandarmi cose diverse, mi dava più luce sulle cose dello spirito e la mia anima sentiva la necessità di fare nuove consegne nelle sue mani per rendere più perfetti i miei atti. In questo modo io esperimentavo quel «fortiter et suaviter»59 dell’azione di Dio nella mia anima e senza sforzo né violenza gli andavo offrendo quello che la sua grazia mi domandava, come appare da quanto segue.

LO SPECCHIO SPIRITUALE

«Agosto, 1907.

Per conoscere se il mio cuore è distaccato da tutto e se gli basta soltanto Dio mi esaminerò spesso sopra le risposte alle domande seguenti.

1°. Se il Signore mi facesse trascorrere tutta la vita nell’aridità più profonda, senza sentire mai il suo amore, fino ad arrivare pure a dubitare se io lo amo e se il Padre Spirituale non mi assicurasse il contrario, sarei io disposta ugualmente a continuare?

— Sì, Signore, con la vostra santa grazia.

2°. Se nei desideri, anche in quelli che mi sembrano buoni, manifestandoli ai Superiori, fossi da questi contrariata e disapprovata, rimarrei ugualmente contenta?

— Sì, pensando in particolare che è per mezzo dei Superiori che si conosce la volontà di Dio.

3°. Se nelle angustie e nelle pene dello spirito non incontrassi alcuna consolazione, né del Confessore né della Madre Presidente, e se costoro neanche volessero ascoltarmi, cosa farei?

— Pensando che, quando le creature non bastano a consolarmi, è Dio che vuole che mi affidi a Lui, ricorrerei fiduciosa al suo amore il quale così mi tratta.

4°. Se per qualche occupazione che mi fosse imposta per obbedienza dovessi restare privata dalla santa Comunione, non potessi partecipare agli atti comuni, non mi lasciassero alzare per il Mattutino sarei contenta lo stesso?

— Sì, perché devo pensare che Dio lo si incontra dove e quando si fa la sua santissima volontà.

5°. Se avessi un Confessore che non mi capisse, né fosse adatto alla mia anima, che mi sembrasse che invece di aiutarmi nel cammino spirituale, mi frenasse, che cosa farei?

— Penserei che Dio supplirà là dove manca il Confessore.

6°. Se il Signore si riprendesse la vita di qualche persona alla quale mi sento spiritualmente affezionata perché mi sembrava d’aiuto alla santificazione della mia anima, proverei forse troppa pena?

— No, pensando che le creature possono essere d’aiuto, ma che il santificatore delle anime è solamente Dio, il quale non ci manca mai.

7°. Se arrivasse a mancarmi il necessario circa il vestire, il mangiare ecc., o mi dessero roba vecchia, sporca, usata da persone ammalate, cosa farei?

— Andando con il pensiero al mio nulla e alla mia miseria, tanto nel corpo come nell’anima, mi ricorderei del voto della santa povertà e di Gesù povero; mi sentirei obbligata e cercherei realmente di essere contenta.

8°. Se, quantunque innocente, mi accusassero di aver fatto qualche male, anche in cose gravi, mi castigassero privandomi della santa Comunione e fossi umiliata da tutti, disprezzata e vilipesa, come reagirei?

— Lo riceverei come un dono del mio Sposo. Con il tuo aiuto, Gesù, gioirei di poterti imitare e vorrei sempre tacere».

Regalo di nozze allo Sposo

Circa tre mesi prima della professione dei voti, pensai di preparare un regalo allo Sposo per il giorno delle nozze. E fu il seguente.

Colui con il quale io mi dovevo sposare era Gesù Crocifisso. Il Crocifisso che io tenevo sempre davanti ai miei occhi, per contemplarne le piaghe, il sangue, le immense sofferenze, la morte, mi diceva che tutto questo era il prezzo con il quale aveva redento le anime e continuava a redimerle, rinnovando senza sosta il sacrificio della sua morte, poiché non è finita la causa della stessa: il peccato.

«Anime, dunque —dissi—, anime è quello che sempre ha cercato e soprattutto vuole Gesù. Questo perciò sarà il mio regalo, poiché indubbiamente è quello che maggiormente è gradito al Cuore di Gesù «trafitto per le nostre iniquità» (cf. Is 53, 5).

Scrissi su cinque foglietti il nome di cinque peccatori e una breve supplica dicendo a Gesù che per ognuna delle sue piaghe (delle mani, dei piedi e del costato), li convertisse perché il giorno della professione la sua sposa potesse offrirgli questo dono. Per avere sempre presente questo e rinnovare spesso la mia supplica, affissi al Crocifisso che mi è dato in uso nella mia cella, i foglietti, ciascuno alla rispettiva piaga. Ogni volta che lo baciavo e lo guardavo (ed era molto di frequente), rinnovavo la mia supplica.

Non so se tutti si convertirono, ma lo spero proprio, poiché l’ho chiesto con tanta fiducia al Signore. Ho la sicura speranza di vederli salvi un giorno in cielo. Di due seppi che ricevettero questa grazia e confido che sia così. Si trattava di una peccatrice pubblica, che si confessò e cambiò vita. L’altro, stando in fin di vita, mandò a chiamare il confessore e, sebbene questo non fosse giunto in tempo, mi bastò sapere di questa richiesta per credere alla sua salvezza, per l’infinita misericordia di Dio e considerato il mezzo di cui io mi sono valsa per ottenere questa grazia (fu per le piaghe di Gesù, per la sua passione e la morte e per i Dolori di Maria ai piedi della Croce).

Queste erano le disposizioni della mia anima all’avvicinarsi del gran giorno della santa professione e quello che pensavo di fare per prepararmi a tale atto solenne. Lo stesso credo facessero anche le cinque novizie restanti. Senza dubbio facevano anche più di me, essendo più fervorose.

Un giorno mi disse la Sorella (quella anziana di 64 anni): «Consorella Maddalena, ho un peccatore sulle spalle, soffro per lui perché il Signore lo converta (non ricordo ora che cosa soffrisse); finché non sarà convertito, tutto quello che faccio e soffro è per questo scopo». In confidenza e in segreto mi raccontava i suoi sacrifici e quello che faceva era veramente cosa ammirabile ed edificante. A volte chiedeva alla Madre di poter fare digiuni straordinari, discipline, di alzarsi la mattina un’ora prima della comunità per recarsi in coro a recitar rosari… Alcuni sacrifici consistevano nel tacere, se sperimentava la mancanza di qualcosa o se aveva una indisposizione, nel fare atti di carità e mortificare i sensi.

Mi disse che la vigilia delle feste era solita fare la penitenza di non guardare l’altare, vale a dire che si mortificava fino al giorno della festa nel non guardare come era preparato l’altare. Inoltre quando entrava una postulante non la guardava il primo giorno per reprimere questo desiderio naturale che spontaneamente ci porta a farlo e altre cose del genere.

Questo era anche il mio unico campo: il sacrificio occulto e nascosto per salvare le anime. Oh, quanto mi attraeva il sacrificio di questo tipo! Capivo che era quello che più diritto saliva al trono dell’Altissimo come profumo di odore gradevole, per il quale scendevano nella mia anima le grazie divine che dovevano disporla per le nozze con l’Agnello Immacolato.


59 «Con forza e con dolcezza insieme».

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