3. Sotto le sue ali

3. Sotto le sue ali

Lo Spirito Santo mette tutti i giorni sulle nostre labbra questa tenera e consolante preghiera: «Sub umbra alarum tuarum protege nos».11 Quanto bene stavamo e quanto sicure al riparo delle tue ali, o purissima colomba, Spirito di amore, dolce ospite delle nostre anime stanche, soprattutto quando si trovano nell’afflizione, per essere da te fortificate e consolate! Se io sapessi cantare la tua bontà, tutta la mia vita sarebbe un inno ininterrotto del tuo ineffabile e misericordioso amore. Concedimi almeno che quel poco che andrò dicendo serva per farti amare di più da chi già ti ama e per aprire il cammino della confidenza e dell’abbandono a chi non conosce quanto tu ami le creature e che vegli su di esse più ancora di una tenera ed affettuosa madre.

La saggia provvidenza di Dio

Al nostro arrivo in Messico, ho già detto che tutto prometteva di riuscire bene e che tutti erano entusiasti a collaborare e portare avanti l’opera iniziata; nonostante ciò si dovette sospendere l’impresa con il dispiacere di tutti. Se avessimo avuto la fede che Dio richiede ai suoi, specialmente per portare avanti le opere della sua gloria, noi non avremmo sentito in verità tale pena, perché la causa era data da eventi indipendenti da noi e sappiamo che è Dio che dirige e guida tutti gli avvenimenti.

Nello stesso luogo dove si stava costruendo il convento, si accamparono e posero le loro tende i soldati, inoltre lì si verificarono eventi ancora più dolorosi e sanguinosi di guerra. Cosa sarebbe stato della comunità se la costruzione del convento fosse stata completata? Saremmo morte tutte e lo scopo sarebbe andato fallito, come successe con quello che già era costruito. Dove i nostri occhi non vedono che trionfi e speranze lusinghiere e consolanti, per quelli di Dio, che vede l’avvenire, ci sono disastri, fallimenti, perdite. Dopo aver visto ciò che successe, ripetemmo molte volte: «Sia benedetto Dio che, per mezzo di quell’uomo che non volle venderci il terreno, ci liberò dallo spendere inutilmente un’enorme quantità di denaro !».

Ma ci sono cose nelle quali risplende molto di più ancora la paterna provvidenza di Dio sopra di noi. Quando eravamo vestite da secolari, nascoste in case private, venne dato ordine ai soldati di Carranza di andare a registrare tutte le residenze per cercare religiosi, o quei luoghi che ne facessero sospettare la presenza. Avrebbero dovuto venire anche dove eravamo noi. Stracciammo perciò le carte e le lettere che potessero dare motivo di sospetto, nascondemmo i Breviari e altri libri religiosi. Ci vestimmo in maniera da essere riconosciute il meno possibile e restammo con ansia in attesa del nostro turno, perché si udiva il rumore di soldati che stavano svolgendo il loro compito in una casa vicina.

Nascosto nella stessa casa dove ci trovavamo noi c’era anche un Padre, e questi ci consolava con gli aiuti spirituali, ma solo spirituali, perché era molto timido e tanto pauroso che dovevamo essere noi ad incoraggiarlo. Ad ogni momento gli sembrava che arrivassero per lui e che lo mettessero in carcere per condannarlo alla fucilazione, poiché diceva: «Se scoprono che qui ci sono monache, se la prendono sicuramente con me». Quanto sciocchi siamo nelle nostre paure, quando invece abbiamo Dio che veglia su di noi come un Padre amoroso! Se avesse avuto la fiducia che a me sembrava di possedere non avrebbe provato quelle paure. Non so come temano, specialmente i suoi servi e ministri, essendo stati avvertiti dal loro divino Maestro, che Lui li avrebbe assistiti se, per causa sua, fossero stati portati davanti ai giudici e ai magistrati; e aggiunse che Lui avrebbe loro suggerito come avrebbero dovuto parlare per difendersi e che non temessero quelli che possono uccidere il corpo, ma non l’anima (cf. Mt 10, 17-20.26-28). I nostri timori infantili furono confusi dalla sovrana bontà di Dio.

In una certa occasione stavano perlustrando la casa vicino alla nostra. Li vedevamo e ci aspettavamo che salissero la scala della casa dove ci trovavamo noi, ma arrivò mezzogiorno e se ne andarono, mandando a dirci tramite i vicini che nel pomeriggio la prima casa che avrebbero perquisito sarebbe stata la nostra. Ma cosa successe ? Quando tornarono, la mano del Signore li condusse non alla nostra, bensì alla casa seguente, senza che noi venissimo disturbate. Sarà stata una dimenticanza? Questo lo pensa chi non conosce l’ammirabile provvidenza di Dio verso i suoi. La casa nella quale ci trovavamo era molto signorile e dava motivo per sospettare più di qualunque altra, perché il suo padrone era stato membro del Consiglio del Governo.

Non c’è che da osservare le cose: tutte sono nelle mani di Dio e nessuno può servirsene senza che Lui lo voglia e lo permetta. Se non fosse stato così noi non ci saremmo potute salvare.

Un giorno, dalle nove alle dieci della sera, quando già eravamo tutte coricate provammo uno spavento tremendo: udimmo battere alla porta interna della casa. Vedendo che avevano aperto il cancello ed erano penetrati nel giardino, pensammo che fossero sicuramente i carranzisti. Tremando per la paura, non rispondemmo alcuna parola. La mano batteva ogni volta dava colpi più forti e frequenti alla porta e alle finestre, ma noi continuavamo a stare in silenzio, raccomandando l’anima a Dio inginocchiate sul letto. Alla fine, dopo averci fatto passare un momento molto brutto, se ne andarono. Il giorno seguente il portinaio ci disse che era stato il figlio del padrone di casa il quale, dato che aveva lì delle armi, voleva portarle via di notte, perché il giorno seguente sarebbero potuti venire a fare la perquisizione e avrebbero condannato con la pena di morte il padrone della casa, se le avessero trovate.

Un’altra volta, nella chiesa dei Giuseppini, dove ci recavamo a Messa, andai a fare un colloquio con uno di loro per chiarire un certo dubbio o un’inquietudine di spirito e siccome non mi piace andare una volta dall’uno e una volta dall’altro, nel caso che avessi avuto ancora bisogno, al termine del colloquio domandai: «È lei il superiore di questa casa?». Mi rispose immediatamente impressionato: «Qui non c’è nessun superiore, siamo unicamente due cappellani che hanno cura della chiesa». Capii che egli temeva che io fossi una spia, come successe in vari casi servendosi di questa sfrontatezza. Io gli dissi: «Non tema Padre, anch’io sono religiosa». Gli raccontai la mia storia e lui mi raccontò la sua. Egli era il Superiore, i suoi religiosi si trovavano tutti dispersi, senza che lui sapesse con certezza dove. «So —mi disse— che quelli di alcune case dove li ho mandati io, se ne sono andati tutti, ma ignoro dove siano andati. Non sono in grado di risolvere problemi che erano da risolvere, perché non ho nessuno con cui consigliarmi»; e aggiunse che san Giuseppe li aveva fino ad allora preservati per miracolo, perché anche loro due erano esposti ad essere presi e portati via come molti altri. Dico questo per far comprendere la situazione critica nella quale ci trovavamo e quanto esposte al pericolo di morte, se la divina provvidenza non avesse vegliato sopra di noi in un modo così speciale come si vedrà ancora meglio con quello che sto per riferire.

Protezione divina in mezzo a grandi pericoli

Successe più volte di incontrare guardie all’ingresso della chiesa con lo scopo di spiare e vedere se riuscivano a trovare o anche solo sospettare che ci fosse qualche persona religiosa. Molte volte passammo accanto a loro strisciando i nostri vestiti con i loro, i quali, benché fossero di secolari, non erano certamente alla moda. Noi vestivamo quelli che ci avevano portato per carità alcune persone che li avevano già messi nei loro armadi da anni o forse già smessi, perché inservibili. Inoltre, il nostro portamento e tutto il nostro modo di essere dava, a considerare bene, chiari motivi per sospettare che non eravamo gente di mondo.

È talmente sicuro questo che, se qualcuno si avvicinava a noi per parlarci, non ci chiamava con nessun altro nome se non con quello di «Madre»; a volte ci chiamavano «Madri», anche in mezzo alla strada. Alcuni bambini del portinaio, ai quali io insegnavo il catechismo e la cui figlia di 15 anni preparai alla prima Comunione, mi avevano preso in tanto affetto, che quando ci incontravano all’uscita dalla Messa, correvano subito verso di me dicendo: «Madrina, Madrina, oggi verrò al catechismo e sarò diligente». Li avvertii che non mi chiamassero «Madre» per la strada, perché se i rivoluzionari si fossero accorti che io ero monaca mi avrebbero portata via e allora non avrei più potuto insegnare loro il catechismo né stare con loro. Fecero un po’ più di attenzione, ma si comprende, alla maniera dei bambini. Per lo più, nel vedermi mi dicevano: «Non la chiamo Madre, perché se la chiamo Madre i carranzisti la prendono e la portano via…».

Ciò nonostante in una occasione si dimostrarono superiori alla loro età, o meglio il Signore si servì di loro per liberarci dal cadere nelle mani di quei disgraziati nemici della religione. Un giorno vennero a chiamare alla porta che dà sulla strada gridando: «Monache, monache! Qui ci sono monache». I bambini corsero subito ad aprire. Il Signore permise che vedessimo ed udissimo noi stesse la conversazione, perché lodassimo di più la sua paterna protezione .

Quando i bambini udirono «qui ci sono monache», aprirono e domandarono: «Che cosa volete ?». «Ci sono monache qui ?», replicarono i rivoluzionari. «No signori, risposero essi: qui ci sono signorine italiane»; e dicendo questo chiusero di colpo la porta, andando di corsa a dirlo alla loro mamma. Intanto i carranzisti, che davanti a quest’atto di disprezzo pensavamo che avrebbero potuto reagire irritati, tacquero e se ne andarono.

Ci fu un periodo in cui il pericolo era maggiore e la gente quasi non osava più andare in chiesa. Il non andare in chiesa per noi sarebbe stata la scelta estrema, perché il comunicarsi e l’ascoltare la santa Messa per una religiosa è il massimo e l’unico conforto. Noi non potevamo tenere in casa il Signore, come già dissi. Alcune buone signore, che vivevano accanto a noi e che tenevano nascosti 2 religiosi di san Vincenzo, ci invitarono generosamente perché ci recassimo a Messa a casa loro e per questo ci facilitarono l’accesso fecendo un’apertura nel muretto che divideva il loro giardino dal nostro (dico nostro perché ci trovavamo a Miscuac, nella casa che per noi aveva comprata il Padre Provinciale dopo l’insuccesso del convento appena iniziato). In quel modo evitavamo di passare per la strada che ci risultava sempre così penoso e spesso pericoloso. Questi buoni signori ci fecero con questo una carità così grande che non li potremo mai ringraziare abbastanza, favore che, di sicuro, pochissime persone allora potevano godere.

L’apertura in questione, dal nostro lato, era una fessura nel muretto che subito noi coprivamo, appena passate, con pali e rami; dal lato di quei signori l’entrata dava su un pollaio, dal quale noi uscivamo per nascondere meglio il passaggio. Quanta bontà da parte del Signore nell’offrirci quel mezzo per andare a Lui! Di questo beneficio godemmo per alcuni mesi e potemmo apprezzarlo di più e meglio, quando fummo obbligate di nuovo a ritornare a passare per la strada.

Un giorno si presentò un muratore, mandato dai nostri buoni benefattori, dicendo che doveva chiudere la fessura immediatamente, perché qualcuno ci aveva denunciato, accusandoci di andare di nascosto a derubare quella casa che i carranzisti ritenevano come loro, come tutte quelle che appartenevano ai ricchi e ai religiosi. Così, da quel giorno, che era il Sabato Santo del 1915, dovemmo tornare a Messa, passando per la strada pubblica anche se era nella stessa casa vicina.

Amarezze e consolazioni

Il luogo dove stavamo era quasi dei peggiori, o dove c’era maggior pericolo. Frequentemente si verificavano dei fatti orribili che farebbero tremare anche i meno sensibili. Se incominciassi a parlare di questi, non finirei mai. Ne racconterò uno solo, perché ci si faccia un’idea di quello che lì succedeva quasi ogni giorno.

Un giorno venne la domestica, pallida, spaventata, dicendo: «Ahi Madre, ahi Madre!». «Che succede?», domandiamo. «Madre, mi sono appena incontrata con un carro di uomini morti, feriti e insanguinati, con le teste e le braccia penzolanti, come se fossero animali… Che orrore! Che orrore!». Le stesse mogli di quegli infelici (come ci dissero) erano andate ad accusarli davanti ai rivoluzionari, i quali entrarono nelle case del quartiere, uccidendo senza pensarci tanto tutti gli uomini che incontrarono. Ne erano stati assassinati 18 o 20 in meno di un’ora a poca distanza da noi. Senza saperne il motivo, noi stesse avevamo udito le grida disperate di coloro che furono spettatori di una così terribile carneficina… Altre volte uccidevano e lasciavano i morti appesi a dei pali nella piazza pubblica per ammonimento, come dicevano.

Un mattino ci alzammo per andare, come al solito, a Messa, ma, nel mettere fuori il piede, vedemmo in fondo alla strada, nella direzione in cui dovevamo muoverci noi, un grande cannone che sembrava stesse lì per minacciare tutti quelli che passavano. Non si vedeva nessuno per la strada, come se non ci fosse anima viva. Si vedeva chiaramente che la paura del pericolo aveva fatto sparire la gente da quella strada che di solito era molto affollata.

La Madre, davanti a questa prospettiva, non osò andare avanti, tanto più che c’erano frequenti esplosioni di bombe e cannoni che si udivano a non molta distanza. È facile immaginare con quanta pena noi tornammo indietro, davanti a questa misura di prudenza, che la Madre saggiamente adottò. Ci esortò ad offrire al Signore per quel giorno il sacrificio di vederci private della santa Messa e di accontentarci della comunione spirituale. Tristi e silenziose ci mettemmo a fare la nostra orazione nella stanza dove mangiavamo, davanti ad un’immagine del Crocifisso, supplendo alla perdita di quella comunione con offerte del Sangue preziosissimo che emanava dalle sue benedette piaghe e che quel giorno, più doloroso che mai, sembrava essere la nostra ricchezza e sicurezza. Terminata la nostra preghiera, che posso dire fu di un fervore straordinario, non potendo fare altra cosa che atti di affidamento e di abbandono tra le braccia del nostro Padre celeste (almeno la mia fu così, offrendomi contenta ai tormenti e alla morte per amore di Colui che soffrì e morì per me), stavamo preparandoci la colazione, quando udimmo chiamare alla porta.

Non avremmo mai potuto immaginare il motivo di quella chiamata, anche se il mio cuore indovinò o sospettò qualcosa per un movimento che lo fece dolcemente tremare. Era un domestico della famiglia dei nostri vicini benefattori che veniva a dirci, da parte del Padre che, se volevamo comunicarci, lui ci portava con piacere il Signore, anche se dovesse costargli la vita. Mi dispenso dal dire quale fosse la nostra risposta. Restammo così confuse e annientate davanti ad una così grande generosità e bontà che non sapevamo cosa fare.

Accendemmo due candele davanti al Crocifisso e ci mettemmo in ginocchio come attonite, aspettando impazienti il Signore. La domestica più sorpresa ancora di noi corse a scopare la scala, dove doveva passare il Re supremo del cielo e della terra per giungere fino al cuore delle sue povere spose. Mentre la domestica stava facendo quel lavoro, entra il Padre vestito naturalmente da secolare, con Gesù nascosto in seno dentro una teca d’argento. Passò al di sopra di tutta quella bassezza e salì fino a dove stavamo noi aspettando con le lacrime agli occhi e con il cuore che batteva con palpiti di amore che non è possibile esprimere. Gesù li comprese molto bene, quando si abbassò fino a raggiungere i sei cuori delle sue povere spose che si sentivano felici di poter patire persecuzioni per amor suo.

Ricordo che in quei momenti dissi a Gesù: «I tuoi nemici mi perseguitano perché sono tua; perché mi sono consegnata a Te ecco che ora mi trovo in questa situazione, ma nonostante tutto questo mi sento felice! Ora più che mai con tutto il mio cuore rinnovo il mio affidamento al tuo amore e credo che tu lo abbia accettato. Benedetta sia mille e mille volte l’ora e il momento nel quale tu mi chiamasti ed io ti seguii. Il mondo mi crede infelice e sfortunata, invece è proprio ora che io mi sento più beata, perché provo una felicità sconosciuta, una beatitudine a cui aspirano tutti i tuoi amanti: darti prova del loro amore mediante la sofferenza e il sacrificio».

In mezzo alla guerra l’anima che ama Dio vive in pace e il sacrificio aumenta la sua beatitudine. Per chi non lo ha provato sembra incredibile; ma chi lo dice ne è sicura, perché lo sa per esperienza. Noi ci trovavamo in mezzo a privazioni di cose che ci sembravano indispensabili e allo stesso tempo ci sentivamo felici e pensavamo che nulla ci mancava…

Eravamo sole in terra straniera, povere, senza aiuto, né appoggio né speranza di un’avvenire migliore, soffocate ormai tutte le nostre aspirazioni, essendo svanito l’ideale che ci aveva portato fino a quella terra lontana, ma ce ne restava uno più grande e più sublime di qualunque altro ideale: immolarci all’amore di Colui che si immolò sopra a una Croce per amore nostro.

LA PERSECUZIONE

Ah! qui l’inferno ruggere

Già sento: le sue porte

Parmi veder già schiudersi

Udir grida di morte.

L’uomo orgoglioso, altivo,

Vuol dominar la terra,

Alza al fratello l’armi,

Gridando: guerra, guerra!

Cieco nei suoi consigli

Lo pensa e si propone

Attaccare per primo

Guerra alla religione.

Stolto!, non sa che disse

Gesù suo Fondatore:

Mai prevarrà l’inferno

Con tutto il suo furore.

E mentre tutto muore

Giammai morrà la Chiesa

Nella sua fede santa

Rimarrà semper illesa.

Già sangue vedo scorrere

Di vittime cadute

Sul suolo della Vergine

Maria di Guadalupe.

I sacri Templi chiudonsi

Del Dio tre volte santo,

Nei chiostri più non odesi

Di salmodia il bel canto.

Ministri dell’Altissimo

Vagando per il mondo,

E geme ricco e povero

Nel lutto più profondo.

I pargoli innocenti

Chiedono invano pane

Nessun loro può darli

Già muoiono di fame.

Era il giorno sei agosto

Che venne il confessore

E disse: tutti fuggono

E stanno col timore.

Si tolga il Sacramento,

Si disfaccia l’altare,

Si nasconda ogni cosa

che sospetto può dare.

Animo!, adesso è tempo

Di fare grandi acquisti,

Di mostrare coi fatti

Che siamo Passionisti.

In fretta e furia, tutto

Fu fatto in poche ore.

Che giorno mai fu quello,

Solo lo sa il Signore.

Il caro santo abito

Bisogna pur levarci,

Non si può stare unite,

Bisogna separarci.

(Ciò fu per breve tempo,

Presto ci riabbracciammo;

Ma solo per dividerci

Il dolore e l’affanno).

Ahi che già più non abita

Gesù sotto il mio tetto,

L’unico mio tesoro

Lo Sposo mio diletto!

Gesù, Gesù. Rispondimi:

Dove Tu sei? Che almeno

Verrò la forza attingere,

L’aiuto dal tuo seno.

Di nuovo con la Croce

L’han costretto a fuggire,

Al monte del dolore

Lo rivedo salire.

Io pur verrò, mia Vita,

Della tua sposa il piede

L’amor lo rende forte,

Morrò per la tua fede.

Sì, sì, se basta il sangue

Tutto delle mie vene,

Lieta lo voglio spargere

Per salvar Te, mio Bene.

Ma s’Ei non vuole il sangue

Che a Lui compagna io sia

Vuole, e che pur partecipi

Sue pene l’alma mia.

Se il dolor fu la parte

Che ai cari suoi donò,

A me che sua voglio essere

La croce pur servò.

Della croce che un giorno

Dei nostri primi amori

A Te cercai Diletto

Al fin oggi mi onori?

Dammi forza mio Bene

Che ad essa stretta, stretta,

Del Calvario a Te unita

Raggiunga l’aspra vetta.

T’ho dato tutto e tutti

Di tue dolcezze ancora,

A Te ne feci dono

Della vita nell’ora.

Scelto ho la Croce e pene

Dolce mio Ben quaggiù,

Perché più amor sia datomi

Nel cielo, o mio Gesù.

Questo è il pensiero che donami

La forza nel dolore,

A chi più soffre in terra

Più colassù avrà amore.

Vergine dei Dolori,

Tu che sofferto hai tanto,

Sempre a Gesù, deh impetrami,

Star fida sposa al fianco.

Dei messicani, Madre,

Tu ti dicesti, o bella,

In mezzo del periglio

Salvaci, o vaga Stella.

Quando la prima volta,

O Madre!, io l’ascoltai,

Quanto Tu amavi il Messico

Io pur tanto l’amai.

Ah! Dove sta la torre

L’Arca di sicurezza,

Giammai ebbi timore

Dell’umana fortezza.

D’un popolo che t’ama

Che in Te confida e spera,

Il cuore tuo materno

N’ascolti la preghiera.

Di me, tua figlia esule,

Fuori del nido mio,

Accetta il sacrifizio

Ed offrilo al buon Dio.

Dille Tu che si plachi,

Si muova a compassione,

Se vuol veder qua sorgere

I fior de la Passione.

E se quest’umile pianta

Dovrà un dì qui fiorire,

Veri fior di Passione

Davver si potran dire.

E chi gettonne il seme

Tra il dolore e tra il pianto,

Il premio raccoglierà esultante

Nel paradiso santo.

M. M.


11 Letteralmente: «Proteggici sotto l’ombra delle tue ali». Cf. Sal 16, 8: «Proteggimi all’ombra delle tue ali».

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