6. Senza il padre

6. Senza il padre

Dopo la morte del babbo, che per il suo stato di sofferenza era la causa principale della tristezza in casa nostra, sembrava che una volta passate le dolorose impressioni per la sua perdita, a poco a poco dovesse tornare a riapparirvi l’allegria della quale era privata da così tanto tempo; ma non fu così. Per qualche anno il divino Salvatore voleva che lo accompagnassimo da vicino e imparassimo la sublime scienza della verità che è l’unica capace di farci comprendere il dolore. Ho detto nel capitolo precedente che Gesù ci fece partecipi del suo calice in forme diverse. Ne abbiamo già viste alcune, ci resta da considerarne altre.

In povertà

Sappiamo che Gesù visse nel lavoro e nella povertà fin dalla sua gioventù, fu umiliato, ingiuriato, calunniato e da quelli che erano suoi amici e avrebbero dovuto difenderlo fu tradito, abbandonato e guardato da lontano (cf. Lc 23, 49). Lo stesso deve succedere agli amanti di Dio. Il profeta regale diceva: «Amici e compagni si scostano dalle mie piaghe, i miei vicini stanno a distanza» (cf. Sal 37, 12).

Alla scomparsa del babbo noi ci rendemmo più chiaramente conto delle tristi conseguenze della sua malattia e sperimentammo i suoi effetti. Da quando i suoi occhi non vegliavano più, le spese erano andate aumentando e le entrate diminuendo. I terreni producevano molto poco a causa della inesperienza della mamma ed anche perché i dipendenti non sempre avevano molta coscienza. Un anno raccogliemmo meno della metà di quello che si raccoglieva quando c’era il babbo. Anche dalle case si ricavava molto meno. Essendo quella che abitavamo noi la casa che rendeva di più, durante la malattia del babbo non si ricavò quasi nulla, perché le persone che l’affittavano, come erano quelle che venivano a villeggiare, volevano ricrearsi e passare questo tempo allegramente. Non piaceva loro stare in una casa dove c’era un ammalato di questo tipo che faceva tanta pena e tristezza. Anche da questa parte restammo sole… Solamente Gesù si avvicina a quelli che stanno nella tristezza e nel dolore, le creature si allontanano da quelli che piangono e che sono stati abbandonati dalla fortuna…

Per tutto quello che abbiamo appena detto, si comprende facilmente come lo stato finanziario in cui ci trovavamo era di grande scarsità e necessità. Per portare avanti la famiglia e curare la malattia del babbo avevamo dovuto contrarre debiti non piccoli, soprattutto era stato necessario pagare gli interessi e le molte spese che si erano contratte. Tutto, tanto nelle abitazioni come nei terreni, era stato molto trascurato e c’era bisogno di restauri per metterlo in condizioni di produrre. Le entrate non bastavano a coprire tutto questo.

Se questo scritto arriverà a conoscenza dei miei, può darsi che si dispiacciano che io metta allo scoperto cose che successero dentro le pareti di casa quasi nascoste al mondo che disprezza queste situazioni, poiché considera la povertà come disonore e viltà. Però io risponderei loro che, siccome non sono del mondo ma di Gesù, devo disprezzare la massime del primo ed amare e stimare quello che ama ed apprezza Gesù. Anche loro amino Dio e così penseranno senza dubbio come penso io. Gesù volle essere sempre povero e stimò tanto la povertà che la diede come premio di salvezza, chiamando «beati i poveri» e dicendo che «di essi è il regno dei cieli» (cf. Mt 5, 3). Questa sentenza del divin Salvatore fu quella che mi diede forza per lasciare tutto quando al Signore piacque di porci ancora nell’abbondanza dei beni materiali. Con quanto amore lasciai tutto a chi lo voleva, per essere povera per amore di Colui che volle essere povero per amore mio (cf. 2 Cor 8, 9)!

Aumentano le spese

Poco tempo dopo la morte del babbo successe un imprevisto che venne pure ad aggravare la nostra triste situazione e le preoccupazioni e gli affanni per la mamma, che stava sempre facendo conti, poiché non le bastava mai il denaro per pagare tutto. Si ruppe la trave maggiore del tetto di una casa che avevamo con diversi locali che servivano per gli animali, come ripostiglio, magazzino per la legna, eccetera. Crollò tutto provocando un danno enorme. Questa riparazione, che sicuramente richiedeva una spesa non piccola per la situazione in cui noi ci trovavamo, bisognava farla presto. La casa infatti era rimasta allo scoperto e l’acqua avrebbe quindi aumentato i danni, facendo perdere quello che lì dentro era custodito.

Erano tempi di prova: tutto sembrava concorrere ad aumentare la nostra penosa situazione. Dio e il suo favore, anche se venivano invocati ogni giorno singolarmente ed insieme, sembravano restare nascosti, ma è indubbio che sostenevano, dando forza e luce alla mamma su tutti i mezzi che doveva adottare in così grandi e difficili frangenti. Era ammirevole vedere la poveretta che non s’intimoriva di nulla. Dopo aver recitato i suoi rosari e «padrenostri» a sant’Antonio, con coraggio e forza faceva fronte a tutto per compiere il suo dovere di cercare il bene delle sue figlie. Diede ordine subito di realizzare i lavori necessari, ma quando dovette pagare non le bastò il danaro per tutto. Ricordo il giorno in cui venne a portare il conto l’uomo che aveva fornito il materiale, tegole e mattoni (infatti tutto dovette essere sostituito come nuovo). La mamma gli diede qualcosa, quello che aveva, e gli disse, come ci insegna Nostro Signore, che avesse pazienza di attendere ancora un po’ e che gli sarebbe stato pagato tutto. Quell’uomo non credette che alla mamma mancasse il denaro e disse che voleva che gli venisse pagato tutto in quel momento, trattandola male, come se lei avesse rifiutato di pagarlo.

Il Signore volle che io, io sola, mi trovassi presente in quell’occasione, come lo permise pure in varie altre circostanze simili, perché incominciassi ad assaporare le umiliazioni e i disprezzi. Facendoli alla mamma, li sentivo più che se li avessero fatti a me: per questo speciale amore gli rendo infinite grazie. Quanto bene mi fecero queste cose, quando incominciai a capire e a riflettere, per disprezzare il mondo e quelli che gli appartengono, ed amare soltanto Quello che è l’unico bene e che ama veramente!

Sicuramente, questo povero uomo che trattava così la mamma, non sapeva quello che dice l’apostolo san Paolo: «viduas honora», onora le vedove (cf. 1 Tm 5, 3). La mamma si trovava seduta sul divano, piegò da un lato la testa ed incominciò a piangere: non era abituata ad udire simile linguaggio. Io, con gli occhi pieni di lacrime, guardai seria l’uomo e la mamma. Quante cose, se avessi saputo parlare, avrei voluto dire ai due! Ma se non sapevo parlare, sapevo però soffrire; il cuore mi si spezzava di dolore. Non avevo che baci e, quando quell’individuo se ne fu andato, andai a sedermi sulle ginocchia della mamma e quanti gliene diedi!

Ma questo fatto che ho appena riferito non fu il peggiore: il più doloroso venne poi…

La protezione di Dio

Io sono convinta che queste cose sono grazie del Signore, e che le permise perché voleva per sé tutto il mio cuore. Con esse lo andava liberando da tutto e disponendo per l’ora decisiva della grazia e affinché, all’udire la sua voce che mi chiamava, rompesse generosamente con tutto e lo lasciasse con maggior riconoscenza e gratitudine a Lui. Mi liberava da tanti falsi e ingannevoli amori, da tante vanità e menzogne di cui è pieno il mondo ed i suoi ciechi abitanti.

Tutte queste cose delle quali ho appena parlato si ripercossero tanto nella mia anima, ebbero tanta parte nelle risoluzioni che dopo presi con la grazia del Signore che mi è parso opportuno non passarle sotto silenzio. Ho fiducia che talvolta diano luce a qualche anima circa la vanità delle cose del mondo, l’egoismo e la falsità dei suoi interessati amori. Se Dio le chiamerà dalla Babilonia del mondo non dubitino un istante, ma corrano con amore e gratitudine verso questo Dio che le ha elette liberandole da una così pesante schiavitù. Ho voluto parlare anche di questo, perché quelli che soffrono, e particolarmente le povere vedove, nei loro bisogni non si appoggino agli uomini né in dubbi amici, ma perché si diano di più al Signore, si diano di più a Lui, ricordandosi che lui stesso si è fatto, come si legge nella Sacra Scrittura, loro giudice, difensore e Padre degli orfani. Infatti, come dice l’apostolo san Paolo, «quella che è veramente vedova e che sia rimasta sola, ha riposto la speranza in Dio e si consacra all’orazione e alla preghiera giorno e notte» (cf. 1 Tm 5, 5). Da Dio, solo da Dio che è Padre di ogni consolazione, deve venire l’aiuto di ogni consolazione. È lui che fa morire e fa vivere (cf. 1 Sam 2, 6), e sempre, tanto nel primo caso come nel secondo, mostra il suo paterno amore e la sua ammirabile provvidenza verso quelli che sperano in Lui, come più avanti si vedrà, quando si parlerà dei modi quasi miracolosi, fuori dei calcoli umani, con cui ci favorì e ci provvide di tutto fino ad arrivare a stare meglio che nei primi tempi.

Io allora, o misericordioso Signore, per la luce che con i tristi avvenimenti riferiti mi hai dato, ho conosciuto subito che tutte le ricchezze e le grandezze umane sono vanità, lo sono il piacere e gli onori del mondo, gli affanni e le afflizioni di spirito; e senza attaccare a nulla il mio cuore, tutto lasciai per farmi povera volontariamente per amore tuo. Mille volte, o Signore, siano rese grazie alla tua bontà per avere disposto che abbracciassi la povertà, il sacrificio, le privazioni della vita religiosa, con conoscenza di causa, avendo provato già tutte le cose; e così il sacrificio che mi chiedeste di fare, lasciando tutto per Voi, fu più meritorio e più simile al vostro, che in cambio della gioia che vi era posta innanzi, avete preferito per amore mio la fatica e il dolore (cf. Eb 12, 2).

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