4. Perturbatrice

4. Perturbatrice

 

         So che qualcuno ha detto di me: «la Madre Maddalena è una perturbatrice». Siccome questa parola è uscita dalla bocca di una persona che ha le mani consacrate, al momento ci sono rimasta male; ma poi, e ora ancora di più, mi fece e mi fa piacere. Nel qualificarmi in questo modo facevano intendere, in un modo o nell’altro, che io stavo sempre in movimento inseguendo cose nuove e che non mi adattavo al presente. Avevano pienamente ragione. La mia natura non mi permette di restare ferma.

 

Con il desiderio di fare sempre di più

 

         Sto sempre cercando di vedere quello io che posso fare per migliorare la situazione di quelli che mi stanno intorno e portarli a Dio. Se mi hanno interpretato in un altro modo, si sono sbagliati. Il desiderio di fare per fare, per vedere e trarre profitto dalle mie opere non l’ho mai avuto e ha voluto Gesù, con molta mia soddisfazione, che non lo avessi.

         Alla mia entrata in convento a Lucca, siccome era nel momento della fondazione, non mi toccarono che sacrifici (come è naturale in ogni opera di questo genere). Benché, accanto a quella santa Madre Giuseppa, mi fossero molto alleggeriti e addolciti, tuttavia la mia natura li avvertiva.

         Quando arrivammo ad avere una nostra casa e ogni religiosa la sua cella, mi mandarono in Messico, dove bisognava tornare di nuovo ad affrontare sacrifici ancora maggiori. Anche là, quando avevamo ottenuto una casa nostra e potevamo incominciare a gustare la solitudine e la tranquillità tanto desiderata, la tremenda persecuzione di quel tempo ci obbligò ad andarcene in Spagna e lasciare tutto.

         A Bilbao successe la stessa cosa: quando la comunità stava nel suo monastero e raggiungeva dimensioni soddisfacenti per numero e per lo sviluppo, mi chiamarono a Lucca e non potei approfittare dei miei poveri sacrifici fatti prima.

         A Lucca si ripeté la stessa storia: il giorno in cui mi riposavo un poco dopo lo sforzo della colossale opera del santuario di santa Gemma e mi gustavo la vista dei culti che là vi si celebravano e stavamo sul punto di vedere nel suo tempio la Santa con la suprema gloria della canonizzazione, mi privarono dell’incarico e di nuovo mi mandarono in Spagna per iniziare i lavori di questa fondazione, che non sono stati pochi, né leggeri.

         Ora, che incominciano a diminuire e mi trovo in casa nostra e relativamente bene, sto pensando: dove mi manderà il Signore? Per non sbagliarmi e per non farmi illusioni inadatte ai miei 66 anni, penso che mi porterà in cielo. Con ciò non mi preoccupo ormai che di prepararmi a morire bene, sicura che non mi sarà dato di poter vedere la sua completa organizzazione, specialmente la clausura perfetta che tanto desidero.

         Mi rallegro molto che il Signore abbia sempre disposto così e gli rendo grazie per questo, che è uno dei tanti favori ricevuti. In questo modo sono più sicura di lavorare per Lui senza ricevere alcuna ricompensa sulla terra. Questo mi spinge a dedicarmi con più amore e maggior interesse a tutto quello che è utile per migliorare la comunità, senza guardare alle fatiche che mi toccano.

         Questo mio modo di fare (cioè di stare sempre in movimento per vedere quello che posso fare senza mai fermarmi) naturalmente a volte mi conduce a insuccessi o a cose che appaiono spregiudicate e addirittura imprudenti. Non lo nego, però preferisco sbagliare e muovermi, invece di restare tranquilla passando i miei giorni in un pigro ozio, aspettando che arrivino dal cielo le cose già fatte. Dio ci ha dato talenti e capacità ed è ancora Lui che ci dà la volontà e vuole che la facciamo fruttificare per evitare che ci rimproveri come il servo infedele.

         Anche se mi chiamano perturbatrice o ribelle, io (purché non vada contro l’obbedienza dei miei superiori, ai quali mi sottometto completamente e senza alcuna difficoltà), finché posso muovere le gambe e usare la testa, cercherò di fare sempre quello che sta alla mia portata e che mi sembra conveniente per il bene degli altri e per la gloria di Dio. Questa è la mia intenzione in tutto quello che faccio.

 

Ansie irresistibili di apostolato

 

         Se penso che abbiamo ricevuto la vita per faticare, cooperando all’opera grande di estendere il Regno di Dio, farlo conoscere e amare e che la vita è così breve, non capisco come ci possa essere chi la trascorra tranquillo, senza sentirsi trascinato da una corrente irresistibile (come io esperimento). Questa forza la lasciò Gesù sulla terra nella sua Chiesa, ed è quella che spinge quanti lavorano e si buttano nel sacrificio. Non comprendo come possa essere possibile resistere a questa forza e rimanere oziosi, senza il richiamo del divino Maestro: «Perché state tutto il giorno oziosi?» (cf. Mt 20, 6). La vita è come un giorno… «Perché non lavorate nella mia vigna?», ci dirà e non potremo addurre la scusa che quei poveri portarono dicendo che nessuno li aveva chiamati, giacché Lui sollecita tutti ad andarvi mediante i suoi rappresentanti, il Papa, i vescovi e soprattutto i ministri di Dio.

         Tutti siamo chiamati a produrre per la vita eterna, non dobbiamo fermarci nel luogo più comodo, nel luogo che maggiormente favorisce il nostro star bene. Non c’è tempo per costruire tende: siamo pellegrini, siamo di passaggio. Ciascuno nella sua vita deve cercare il modo di facilitare ad altri il cammino del cielo, scoprendo nuovi orizzonti, cercando di lasciare qualcosa dietro di sé. Quando finirà il tempo e si aprirà davanti a noi l’abisso dell’eternità, molti —moltissimi— si troveranno davanti al vuoto, alla terribile solitudine del nulla, nell’estrema povertà e privazione di tutto, con il terribile conto da rendere al divino Giudice sulla maniera con cui hanno amministrato i talenti che Lui dà a tutti quelli che giungono alla vita.

         Per questo io voglio muovermi, voglio lavorare, fare sempre qualcosa, cercare il modo di propagare il bene che si trova in mio potere, aumentare il numero di quelle anime che lo servono e lo amano e non lasciar riposare nemmeno loro, infondere in loro il tormento di dover trarre dalla nostra povera natura quello che ciascuno può: sarà sempre qualcosa che serve per la gloria di Dio. Stiamo certi che sempre si può fare qualcosa se si vuole e se siamo convinti di questa verità, che è consolante, ma che potrebbe anche essere motivo di castigo per chi non la mette in pratica.

 

Soldato di Cristo

 

         Nessuna persona si spaventi se la chiamano, come me, perturbatrice e ribelle. Gesù disse che era venuto su questa terra —quantunque fosse chiamato il Re pacifico e il Principe della pace— a portare la guerra: «Non pensate che io sia venuto a portare la pace, ma la guerra» (cf. Lc 12, 51). Queste parole benedette del mio Gesù mi tranquillizzano nel mio agitarmi per il fare e mi sostengono nel sacrificio, pensando che trattarono anche Gesù come un agitatore del popolo e un perturbatore della pace. La pace vera, la pace di Gesù è frutto della guerra con noi stessi e, se necessario, anche con tutti gli altri.

         Che cosa importa sconvolgere il mondo intero se si salva un’anima, se la si avvicina di più a Dio, se si fa la sua volontà e se si consegue, al termine della vita, che Dio sia maggiormente servito e amato e che si siano soprattutto adempiuti i disegni che il suo amore ha sopra ciascuno di noi? A questo proposito ricordo una risposta che mi diede il santo Padre Arintero, il quale fu pure in questo senso un poco perturbatore.

         Nella nostra Casa Madre di Tarquinia, in Provincia di Viterbo, una religiosa, poco tempo dopo la sua morte, appariva in un luogo e l’altro del convento. La vedevano correre per i corridoi del convento, la sentivano bussare alle porte delle celle, gemere, pregare (questo soprattutto, nella stessa cella dove era morta). Questo fatto, come si può immaginare, mise in scompiglio la comunità. Le religiose, specialmente la notte quando si alzavano per il Mattutino, dovevano andare sempre accompagnate le une alle altre. Successe perfino che qualcuna più giovane si ammalasse per lo spavento. La buona Madre Gertrude (che fu la mia Superiora ed era stata prima in detto convento) quando le scrivevano queste cose, nonostante si trovasse tanto lontana, mi diceva che le facevano molta impressione. Quando le giungeva qualche lettera del genere, mi chiamava quindi per farmele leggere. Io ci ridevo sopra e scherzavo al sentire tutto questo. Un giorno mi disse che temeva che la religiosa in questione si fosse dannata. Il fatto di perturbare tanto la comunità, facendo mancare al silenzio e ad altri adempimenti della Regola ed impedendo alle monache di dormire la notte, non si poteva infatti attribuire a un’anima santa del Purgatorio, in quanto una di queste non avrebbe potuto essere la causa di tutta quella confusione ed evidente danno.

         Per tranquillizzarla in queste paure, io consultai il P. Arintero. Questi, con la semplicità che gli era propria e la sicurezza dei dotti che conoscono bene le cose e come uno che è penetrato per esperienza nei segreti di Dio, mi rispose:

 

         «No, figlia mia, non è dannata, non c’è nessun segno che lo sia, ma solo che spasima di vedere Dio, di possederlo e di stare con Lui. Dio le ha permesso di farsi vedere e sentire in questa maniera come segno certo che l’ama in maniera speciale e che le faranno un bene grande se le abbrevieranno il termine del suo purgatorio con suffragi. Io stesso pregherò per lei. Quanto poi al disturbo che reca, non si deve pensare affatto che sia dannata perché non c’è alcun segno né motivo per questo. Quando un’anima ha visto Dio e si vede privata di Lui, non le importa di perturbare il mondo intero per raggiungerlo».

 

         Queste ultime parole sono quelle che io vorrei ricordare a quelli che mi leggeranno, perché giungono a proposito per quello che stavo dicendo. Quando un’anima è compenetrata del fine per il quale si trova su questa terra e di lei si è impossessato l’amore divino che le chiede come alimento insostituibile di continuare la vita di Gesù, le sue opere, la sua missione redentrice, non le importa più nulla di quello che dicono gli altri. Pensino pure quello che vogliono, dicano pure quello che credono, ella va avanti, lavora, fatica, soffre, opera e muove gli altri a fare lo stesso per raggiungere uno scopo molto grande, ma che è necessario adempiere in un tempo tanto breve come è la vita. Anche se si turba il mondo intero, ella va avanti…

         È così che io sono perturbatrice e voglio continuare ad esserlo fino all’ultimo dei miei giorni, finché me lo permetteranno le mie già deboli forze. Non desidero altro che si spendino e si finiscano per Gesù e a causa di Gesù. Finché la mia mente stanca e le mie mani tremanti riusciranno a scrivere, ripeto e ripeterò: «siano per Gesù i miei ultimi sforzi, le mie ultime luci o almeno le mie ansie e speranze di farlo amare per mezzo di questo povero scritto». Se non vi riuscissi in realtà, lo avrò ottenuto con il desiderio, e i miei sforzi e la mia vita non saranno stati inutili.

 

Apostolo dopo la morte

 

         Non voglio essere perturbatrice solamente finché son viva, vorrei esserlo anche dopo la mia morte e in modo del tutto speciale. Se Gesù ascolta i miei desideri, se sono buone le mie ansie che Lui stesso pone nel mio cuore, vorrei sconvolgere il mondo e perturbare le anime tutte! Se mi fosse possibile e convenisse alla gloria di Dio, perturberei il cielo e la terra perché tutto, tutto deve concorrere per glorificare il suo Creatore. O Gesù: Tu non chiami me a lavorare direttamente nelle missioni, per la conversione degli infedeli, hai dato ad altri questa vocazione. Io sento però che mi chiami ad accendere nel cuore di quelli che vanno in quelle regioni (dove non sei conosciuto) il fuoco del tuo amore, quel fuoco che elettrizza, illumina, sostiene e penetra quelli che gli si avvicinano.

         Io vorrei accendere quel fuoco in molti, in tutti i tuoi ministri, perché le zone di missione e le nostre regioni hanno bisogno di queste anime travolgenti e sconvolgitrici, che ardono e fanno ardere. Essi vadano per primi a dare la tua grazia e il tuo amore; poi mi avvicinerò io a quelle anime e le guiderò per i sentieri del tuo amore. Quando esse leggeranno queste pagine, si sentiranno spinte a correre dietro a colui che con tanta bontà attirò questa miserabile. Correranno poi gioiose a ripetere e a comunicare quello che loro stesse hanno ricevuto e così la catena continuerà fino alla fine dei tempi. Quanti giovani leviti hanno attraversato l’oceano per portare la luce della verità e dell’amore, spinti più dall’entusiasmo giovanile che dal fuoco di Gesù, ma quando giunse il momento dell’immolazione, che necessariamente sempre precede la salvezza delle anime, sono indietreggiati e si sono ritirati! E perché? Nei loro cuori non si era acceso quel fuoco di Gesù che trasporta e sostiene. Non possedevano in loro stessi il Missionario divino, che chiedeva a loro la bocca per parlare, il corpo per sacrificarsi e immolarsi e di essere pronti a redimere le anime con il loro sangue, perché questo deve essere il missionario. Non erano un altro Gesù che versò sangue sulla Croce per salvare le pecore perdute del gregge del Padre Celeste…

         Io li incendierò con quel fuoco che tormenta e correranno per boschi e montagne senza stancarsi, per cercare le pecore ferite e condurle sulle loro spalle all’ovile, trovando in ciò la loro felicità e il loro riposo. Io li tormenterò perché non trovino riposo fuori dalla gioia che produce il condurre le anime ai piedi della Croce. Lì riposeranno l’apostolo e il convertito, il pastore e la pecora. Pensino i missionari che hanno in mano l’alimento, le ricchezze con le quali possono innalzare il debole e il povero dall’indigenza che li fa morire e che possono salvarli e arricchirli con i tesori che il cielo, con tanta profusione, mette nelle loro mani. E’ importante che quei beni non restino infruttuosi perché non si lavora per distribuirli: per questo ce li ha dati Gesù.

         Voglio mettermi al fianco di tanti ministri del Signore che, timidi, paurosi, temono, non osano parlare delle ricchezze divine, sembrando loro che non siano per tutti. Fanno una specie di distinzione fra quelli che hanno bisogno di alimento spirituale e ne dànno soltanto a quelli che sembrano più affamati, non prendendo in considerazione che Dio ci ha creati tutti per Lui e ci ha dato l’ampiezza e la profondità uguali per possederlo e che solamente Dio può bastare per riempire il vuoto immenso, la capacità di infinito che c’è in tutte le anime. Non temano; io li aiuterò. Presto verranno o si renderanno conto della grandezza della loro anima e l’apriranno alla verità e all’amore. Nei vostri cuori, cari sacerdoti, si accenda, ardente e inquietante, l’amore divino: allora nulla vi tratterrà dal parlare e dal comunicarlo alle anime che Dio attende da voi.

         Voglio andare nelle officine, nei laboratori, negli stabilimenti e nelle fabbriche e dire a tutta quella buona gente che lì passano gran parte della loro vita: «Qui c’è Gesù che aspetta che voi gli offriate le vostre azioni, i vostri pensieri, il vostro lavoro, i vostri dolori, per dare a voi il suo amore». Molti possiedono già la grazia. Che cosa manca a loro se non aprire la loro anima con fiducia alla bontà di Dio perché lui la riempia della sua luce e del suo amore? Oh, vorrei turbare tutti quei cuori, che spesso sono più teneri e più disposti dei ricchi alle operazioni della grazia, facendo loro intendere la presenza del Bene sommo che lì si trova, se evitano il peccato, e come li attenda per ricevere il loro amore e per dare loro il suo, accrescendo sempre più quel fuoco santo che fa la felicità delle anime e il riposo dei corpi di quelli che, finché lavorano, guardano verso di lui.

         Vorrei star vicino a tutte le anime sparse nel mondo, buone ma indecise, fluttuanti e senza sostegno, a metà tra Dio e il mondo, e dire loro: «Non vivete così. Potete stare nel mondo e appartenere a Dio se in Lui ponete fisso lo sguardo e pensate che Lui, il suo amore, è dovunque in attesa di poter parteciparvi i suoi beni e darvi riposo. Lui vuole essere il vostro ideale e il vostro possesso, qualunque sia la posizione e lo stato in cui vi troviate». Dove non c’è peccato là c’è Lui che attende che gli apriate il vostro cuore per dirvi: «La tua vita è mia; vivi in me. A me appartieni prima che a chiunque altro e la voglio, perché ti ho creato per me e nessuno può soddisfare le ansie che senti, né rassicurare i tuoi passi incerti. Fatti incontro a me e dimmi: Gesù, ti riconosco. Sei Tu e mi arrendo al tuo amore, tutti gli altri amori saranno subordinati al tuo».

         Soprattutto voglio perturbare, sconvolgere quei luoghi di pace, dove tutti i loro abitanti vivono per Gesù e sono consacrati a Lui. Oh, questi sono fornaci dove sempre deve ardere ad alta temperatura la fiamma del Cuore di Gesù, aperto principalmente a noi, suoi consacrati, perché beviamo e ci inebriamo di questo liquore che esce dalla ferita del suo costato. A noi, questo liquore divino, questo sangue che emana senza sosta sull’altare e il cui valore pochi conoscono, a noi, dico, che siamo suoi e sappiamo che c’è l’obbligo di aprirci, con tutta l’ampiezza di cui siamo capaci, per ricevere il suo amore, Egli vuole darlo tutto: per poter vivere della sua vita, offrirgli la dimora stabile della nostra anima, prestargli le nostre membra, la nostra bocca, il nostro cuore, perché Lui viva in noi con la sua carità, con la sua dolcezza, la sua umiltà e il suo amore per tutti.

         Dopo aver lavorato così e terminato il mio compito con alcuni, incomincerò con altri e ricomincerò tutte le volte che sarà necessario, senza darmi sosta e, se fosse possibile, senza lasciare riposare neppure i santi del cielo, perché mi aiutino a sconvolgere e a perturbare tutti, tenendo presente che vale la pena di perturbare se occorre il mondo intero pur di dare a Dio un’anima, perché lo veda e lo goda, come mi disse il mio santo direttore il P. Arintero. Non dimenticherò mai queste sue parole, perché le considero indovinate. Per questo voglio continuare ad essere perturbatrice!


 
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